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RIFLETTERE SULLA CHIESA NON È REATO

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di Domenico Bilotti

 

Appare abbastanza sorprendente che i nuovi corifei dell’ortodossia filopontificia siano spesso gli stessi studiosi e protagonisti dell’associazionismo cattolico che, negli anni passati, non dimostravano grande conflittualità interiore nel criticare con dovizia di acrimonia Benedetto XVI.  Gli stessi che non manifestavano alcun disagio nell’oscillare su Giovanni Paolo II, segmentandone il Pontificato a piacimento e prendendone ora il “bene” (secondo loro), ora il “male” (sempre secondo loro), con pretesa di correttezza assoluta, quasi ex cathedra.

Probabilmente, l’appeal mediatico di Papa Francesco ha convinto più di qualche scettico ad accodarsi di bel nuovo al carrozzone degli entusiasti, con indiretto discredito nei confronti di chi all’attuale Pontefice dà con modestia e il giusto silenzio il proprio discreto incoraggiamento sin dalla prima ora. Sembra che molta parte del conformismo progressista, all’interno della cultura di base, stia giocando una battaglia simbolica, che poco ha a che fare sia con la fede sia con l’impegno, caritatevole, missionario, esistenziale, che gli spiriti più generosi non hanno mai smesso di produrre a favore della società nel suo complesso, e non solo della struttura ecclesiastica. Il ragionamento è presto detto: se Francesco ha un consenso di massa così pienamente trasversale, più che interrogarsene sulle ragioni, più che vivere nella cristianità secondo coscienza e rettitudine, conviene arruolarsi nel dibattito pubblico come interpreti autentici del Magistero. Allo scopo, magari, di ricavarne, come luce riflessa, suffragio alle proprie tesi e ai propri interessi. Operazione non difficile, poiché la semplificazione estrema della comunicazione ecclesiastica non può che portare parcellizzazione dei precetti e rischi di qualunquismo e superficialità sui contenuti di fede. 

Comportamenti siffatti sono esattamente speculari a quelli dei disfattisti per antonomasia, che criticano il Pontificato con intenti dietrologici e argomenti complottistici, fortunatamente privi di autentico fondamento giuridico. Il catastrofismo per contratto può minare la credibilità dell’istituzione ecclesiastica, perché passa il tempo a dichiararne la sconfitta storica, come se, in scenari turbolenti come quelli odierni, davanti alle crisi più gravi, non fosse l’umanità tutta contemporaneamente sconfitta e contemporaneamente alla prova dei tempi difficili e incerti. D’altra parte, la voglia di salire sul carro dei vincitori (ancora una volta: come se ci fosse in ballo il premio di una lotteria) spinge molti a battere le mani a prescindere, in modo da far dire alla gerarchia tutto quel che si vuole, interpretandolo ad uso e consumo. Non ci sembrano due atteggiamenti costruttivi, né nella dinamica interna alla Chiesa cattolica, né nel modo di fare informazione o di partecipare onestamente la società.

Un modo di procedere schietto e avvertito dovrebbe prendere atto del fatto che, se dietro il Papato di Francesco voleva vedersi una svolta epocale, questa svolta o non sta avvenendo, o sta avvenendo secondo dispositivi d’attuazione ancora frammentari, da mettere a fuoco, da rifinire. Non serve essere legulei per capire che un buon cambiamento o ha delle buone fondamenta o rischia di produrre ben più danno dello stato di cose che voleva cambiare. Chi suggerisce e propugna nel suo quotidiano questa metodologia, potrà presto essere degradato ad untorello (come, ad esempio, la tradizione del Partito Comunista amava definire sprezzantemente tutto ciò, anche di dinamico e pacifico, che si muoveva alla sua Sinistra). O, ancora, additato a Cassandra, ostinato custode di approcci che, se hanno fallito una volta, meritano di essere cestinati per sempre. E magari ritenuto “fuori dal coro”, proprio chi di posizionamenti politici, giacchette tirate in un senso o nell’altro, mai ne ha saputo, né mai ha voluto saperne.

Viviamo tempi mediatici e conseguentemente ha immediato rilievo massmediologico il dibattito interno alle esperienze religiose. Si suggerisce, senza lesa maestà nei confronti di nessuno, di non limitarsi al recepimento mediatico. Quello che clona slogan, quello che molto parla e poco dice. Molto più costruttivo potrebbe rivelarsi riconoscere che, in qualunque comunità umana e in special modo in quelle ordinate secondo una declinazione etica ed esistenziale, chiunque agisca con correttezza, suggerendo arricchimento di sguardo e minore ipocrisia di plauso incondizionato, ha diritto di parola. Senza beccarsi etichette di miscredenza che un tempo gli stessi censori di oggi conservavano per sé, sentendosi fieramente slegati da ogni vincolo con i principi e con gli ideali. Più che svolta epocale, la loro è giravolta momentanea.   

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