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Intervista ai parenti delle vittime

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La protagonista è in procinto di uscire e tutto il tempo del suo racconto (incalzante e libero come un flusso di coscienza incontrollato) è scandito dal tempo della sua vestizione: sta per uscire per un appuntamento con un corteggiatore, ma nell’attesa, di quando in quando, tormenta nervosamente il telecomando della tv, cercando la messa in onda di una sua intervista a una qualunque trasmissione del dolore, sul tema della sorella morta per un’overdose. A torturarla sono le tante cose che non ha raccontato, tutto il privato di un suo rapporto minore con la sorella morta su una panchina di una chiesa. Emerge così da quel libero flusso di coscienza (declinato in una impercettibile versificazione) tutto il dramma di un privato impossibile da dire a chiunque, altri che non a se stessi, nel segreto di una stanza e davanti a una sedia  vuota.

A sottolineare i vari passaggi del racconto la perfetta cornice musicale composta dal Maestro Antonio Di Pofi.  Il testo è intenso e sofferto, secondo una cifra narrativa consueta per il suo autore Giuseppe Manfridi, anche regista dello spettacolo. La giovane attrice Melania Fiore riempie da sola la scena con i momenti lenti o inquieti della propria vestizione, riuscendo sempre a tenere desta l’attenzione del pubblico, scortandolo nel viaggio all’interno del proprio tormento con una attendibilità da attrice consumata. L’attrice è sola su una scena scarna: due sedie e vestiti sparsi per terra ad alludere a una stanza dall’ordine approssimativo. Il perimetro di finestre e un albero dai rami secchi sullo sfondo (le scene sono di Antonella Rebecchini).

Lo spettacolo, dal titolo  “Intervista ai parenti delle vittime” ha debuttato martedì al Teatro dei Conciatori e vi rimarrà fino al 26 marzo.

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