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IL DIVISMO, LA CHIESA E FRANCESCO

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di Domenico Bilotti

 

Una delle note caratteristiche dell’attuale Pontificato è quella di avere motivato, sin dall’elezione di Bergoglio, una mole di pubblicazioni (prevalentemente divulgative) quasi senza precedenti. Nemmeno per Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si era creata questa attenzione mediatica, nonostante il primo fosse particolarmente popolare nel suo stile comunicativo globale e spesso informale e nonostante il secondo abbia sperimentato una delle stagioni più controverse del vissuto ecclesiale (scandali in materia finanziaria e di pedofilia, frizioni anche gravi e insistite rispetto alle legislazioni civili in materia di questioni eticamente sensibili).

Una delle pubblicazioni più interessanti di questa ondata recente può essere ritenuta, per i meritori tipi della Meridiana (Molfetta, 2016), quella di Rocco D’Ambrosio “Ce la farà Francesco? La sfida della riforma ecclesiale”.

Si tratta di un librettino piuttosto agile, che non pretende di avere impianto scientifico, né sul fronte teologico né su quello propriamente giuridico-canonico specialistico. È una considerazione sincera (diremmo: una registrazione in presa diretta) delle impressioni di uno studioso sull’attuale Papa e sui tanti “dossier” aperti sulla strada della Chiesa e del suo futuro.

Il volumetto si schiera sin dalle prime pagine scopertamente a favore della percezione collettiva del Magistero bergogliano, accostandogli più volte termini che rimandano alla “svolta”, alla “novità”, alla “riscoperta” delle vere radici evangeliche. Dal punto di vista metodologico, bisogna intendersi sui contenuti: stiamo sostenendo – come tante volte la stampa generalista ha fatto, senza giustificare la tesi fino in fondo – che Papa Francesco è un innovatore, un promotore della discontinuità, o stiamo dicendo che Francesco sta recuperando integralmente la tradizione ecclesiastica nella sua più autentica dimensione? Su questi profili, è doveroso essere netti, perché normalmente si escludono a vicenda: la restituzione all’origine di un messaggio religioso è cosa assai diversa dal suo svecchiamento. E tecnicamente una serie di precetti religiosi non si “svecchia”, semmai si modella la pastorale che è chiamata a sorreggerne l’attuazione nella coscienza e nella prassi dei fedeli. 

È parimenti controverso un bilancio del riformismo giuridico ecclesiale. Se si è attenti e scrupolosi in una valutazione pur sempre coerente agli intendimenti e ai significati profondi della Chiesa romana e della sua articolazione nel mondo, sin qui si è assistito a una incessante riproduzione di organi consultivi collegiali. Essi sono stati spesso investiti di temi e competenze piuttosto ridotti e questo in sostanza vorrebbe farsi, per stare a esempi recenti, in merito alla storia del diaconato femminile: quella valutazione storiografica, teologica e canonistica è destinata a implementare la partecipazione della donna nel governo ecclesiale oppure no? Che cosa ci si aspetta da uno studio storico sul diaconato femminile delle prime comunità cristiane, rispetto alla corrente attenzione sulla questione di genere, sulle discriminazioni lavorative, sulle violenze domestiche e sociali avverso la femminilità? Papa Francesco ha genericamente (ma adeguatamente) condannato questi episodi attuali, ma non è andato molto oltre e anche la discussione sulle forme della partecipazione femminile nella Chiesa sembra essersi arenata.

Tra le pochissime riforme realmente compiute dal Pontefice bisognerebbe ricordare quella del diritto matrimoniale processuale canonico. Anche lì, però, se si passa dalla rivendicazione di principio al diritto, le luci e le ombre non mancano. La sensazione degli operatori è che le nuove procedure necessitino o di interventi correttivi o di una adeguata normazione attuativa, in assenza della quale vecchio e nuovo rischiano di convivere senza troppa razionalità.

Il libro di D’Ambrosio è attento come pochi al rapporto tra le scienze umane e il Magistero, tra le riforme sin qui promesse, la loro latente attualizzazione e il loro impatto nel vissuto ecclesiale e nel complesso della società. Le conclusioni sembrano, però, persino eccessive, perché D’Ambrosio ritiene che Francesco stia riuscendo nella missione di attuare il Concilio e che il suo Magistero sia decisivo proprio ai fini della vivificazione dell’ecclesiologia conciliare. In più, nel testo non è occasionale l’accostamento, diretto o indiretto, di Papa Francesco alla teologia della liberazione. In realtà, Bergoglio si è formato nella teologia del popolo di Scannone, che può considerarsi la risposta della teologia ufficiale argentina al rischio di un’eccessiva diffusione e propagazione della teologia della liberazione nelle sue varianti sociali, esegetiche e politologiche. Sin qui, il Pontefice non ha debitamente accentato né le parti più accorate della teologia del popolo, né l’eredità più profonda dell’esperienza delle comunità di base latino-americane. Si è tenuto, anche in questo caso, a metà del guado, nel segno di quella decisione che unisce molto finché decide poco, che salda con le incompletezze e con le incompiutezze, ma non con le definitive inversioni di tendenza.

Ci pare decisamente coraggioso e speranzoso ritenere che Papa Francesco stia finalmente dando forma nel mondo alla Chiesa del Concilio Vaticano II. Il cinquantennio che ci separa dal Concilio non è passato invano e non si può dire che sia stato senza conseguenze nella formazione ecclesiastica. Che la sua attuazione possa essere stata discontinua, a corrente alternata o talvolta sospesa, è ben altro discorso. E condividiamo l’idea che il Magistero debba cercare di dar nerbo veridico alla prospettiva conciliare in una Chiesa e in una società che sono cambiate anche loro malgrado (ove in peggio, ove in meglio). Questa “riforma ecclesiale”, però, dovrebbe avere bisogno di qualche contenuto in più – oltre che di maggior precisione. 

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