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NON È POSSIBILE RILEGGERE I SIKH IN ITALIA COME PROBLEMA DI ORDINE PUBBLICO

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di Domenico Bilotti (*)

 

Ci sarà tempo per riflettere avvedutamente sulla sentenza 15 Maggio 2017, n. 24084, della Corte di Cassazione, nella quale, dietro una questione specifica (il porto del pugnale rituale da parte dei Sikh, il kirpan), vengono svolte considerazioni generali sul fenomeno migratorio e sulle condizioni e sui limiti dell’integrazione. Argomentazioni siffatte suscitano reazioni immediate, spesso divisive. Ben più che giustificabili nella discussione pubblica, sovente cattive consigliere nello studio del diritto. L’iter motivazionale della pronuncia desta senz’altro alcune perplessità, anche attraverso una serrata comparazione con orientamenti giurisprudenziali, nazionali e non, che si sono misurati, fosse solo de relato, con le problematiche dell’immigrazione. In questa sede, tuttavia, si preferisce parlare delle condizioni e delle pratiche di vita dei Sikh in Italia, perché l’attenzione mediatica per l’oggetto della pronuncia rischia di creare rappresentazioni eccessive, terribilistiche e, perciò, false.

I Sikh sul territorio italiano sono alcune migliaia (circa sessantamila per stime accreditate che forse meriterebbero ulteriori correttivi); alcuni d’essi o, perlomeno, le loro famiglie d’origine possono far risalire le prime testimonianze della loro presenza alla Seconda Guerra mondiale. Arruolati nell’esercito anglo-indiano, combatterono con gli Alleati e contro i reduci fascisti e nazionalsocialisti. Le minoranze religiose nel nostro Paese confermano, cioè, di avere testimoniato alcune delle fasi più drammatiche del nostro vissuto nazionale. A questo titolo, si ricordi, meno di un secolo prima, l’impegno di numerosi valdesi, protestanti ed evangelici a favore dell’unità. L’antecedente storico della presenza dei Sikh in Italia ha, però, poco a che vedere con l’espansione (certo ancora molto relativa) delle loro comunità a partire dalla fine degli anni Novanta. Gli insediamenti di Sikh sono accreditati soprattutto in Nord Italia, dalla Pianura Padana in poi, ma esistono loro gruppi tra Latina e Cassino e in Puglia. I Sikh e le loro pratiche comuni non risultano correlati a specifici fatti criminosi e anche nello stile di vita tendono ad avere un certo rigore, per quanto la dottrina del Sikhismo non proponga un distacco assoluto e ascetico dalle vicende terrene (anzi, in Italia c’è pure qualche testimonianza di Sikh impegnati nelle amministrazioni comunali locali, come a Orbassano, nel Torinese). L’integrazione dei Sikh in Italia, inoltre, è avvenuta nel contesto di un generale deprezzamento della manodopera, ormai cronicizzato in alcune aree del Paese (condizioni stipendiali non profittevoli anche per lavori di significativa fatica fisica e manuale). Molti Sikh sono occupati nell’industria casearia, come bovari o addetti alla lavorazione. Si tratta, perlopiù, di comunità a forte conformazione unitaria, ma prive di strutture gerarchiche centrali istituzionalizzate. 

Il più grande tempio Sikh d’Europa si trova nel Cremonese, ma i Gurdwara sono ormai alcune decine. Sotto il profilo dottrinale, i Sikh si caratterizzano per una forte etica del lavoro (l’onestà come tratto caratteristico dello sforzo umano, lecito e meritevole), oltre che per un’enfasi particolarmente suggestiva a favore della condivisione dei pasti. Pur provenendo principalmente dall’India, inoltre,  non adottano il sistema delle caste che, a livello di maggiori o minori precettività giuridica e vincolatività sociale, ancora appartiene all’ordinamento indiano.

Non si vuole fare alcuna difesa d’ufficio, né si vuole stimolare propagande estemporanee: il Sikhismo, come tutti i sistemi teorici, religiosi, culturali, al di là della natura cristallina di alcuni principi, può ben ospitare dei precetti che si ricombinano con difficoltà applicative reali rispetto a un ordinamento di legalità statuale. Sono, però, davvero i Sikh il problema dell’ordine pubblico italiano? La pietra dello scandalo che spinge le massime autorità giurisdizionali a ricalibrare il concetto di immigrazione a favore dell’assimilazione nell’ordine dello Stato? Camminando e lavorando per il Paese, questa impressione non appare così fondata.

 

 

(*) docente di “Diritto & Religioni” e “Enti ecclesiastici, enti non profit e attività culturali” presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro

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