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Coro di donna e uomo di Gianni Guardigli

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La cornice magica dei Giardini della Filarmonica ha ospitato martedì 8 agosto nel suo giro di repliche romane un recital intenso e suggestivo. Sulla scena disadorna (soltanto due leggii in parallelo e sullo sfondo una quinta di fronde, a ricevere l’impeccabile gioco cromatico intonato al racconto) due attori di grandissimo spessore: l’intensa ed emozionante Barbara De Rossi e il funambolico Francesco Branchetti (che cura anche la regia). Si parla di donne e di uomini, ma non secondo quella stucchevole declinazione che ci capita non di rado di subire, ma all’insegna del differente atteggiarsi della dialettica con il male che ciascuno dei due generi riesce a esprimere. E così, in un rapido succedersi di sequenze narrate (magnificamente sottolineate da sottofondi musicali sempre pertinenti), ascoltiamo il dramma di Fedra o quello di Andromaca, passando per lo scandalo dell’intrusione di Schnitzler nell’alcova di una coppia di coniugi alle prese con una balbuziente liberazione sessuale, fino al confronto impietoso e senza reticenze che Shakespeare fa compiere nel Macbeth ai suoi due scellerati protagonisti, nel laboratorio sinistro del male che sta per compiersi per mano loro.

Si intuisce fin da subito –ma la comprensione si fa più evidente allorché il testimone passa ai racconti che toccano la nostra contemporaneità- che la ricerca dell’unità narrativa è data dalla volontà di rappresentare la donna come implacabile inquisitore del male (fatto dall’uomo) nel suo doloroso interpellare la divinità, per un bisogno disperato di pietà che solo il suo genere sembra pretendere. Sotto questo profilo, gli splendidi lamenti delle due donne -Saida e Abla- (l’una algerina, l’altra palestinese) affidati alla accorata interpretazione di Barbara de Rossi, raccontano meglio di tutti lo svolgimento stabile e trasversale della meccanica del lutto, che non conosce varianti o alterazioni, in barba all’epoca o alla divinità imperante. E l’elemento maschile in tutto questo? A dispetto della paritetica collocazione in un ideale coro di voci, l’uomo, inteso come maschio, riesce a somministrare il dolore sempre in una posa tragicomica, quasi che gli sfuggisse dalle mani, sia quando ne è lucido artefice (il Macbeth incerto, deriso dalla moglie, per la sua malferma determinazione) sia quando- virtuoso valletto del Nazismo- se ne sta lì a rievocarlo senza un briciolo di biasimo.

I virtuosismi vocali del bravissimo attore-regista Francesco Branchetti rendono alla perfezione vaghezza e inadeguatezza del maschio, alle prese con un ruolo smisurato che la Storia ha scritto per lui. In larga misura i brani narrati appartengono al repertorio del commediografo forlivese Gianni Guardigli: a lui anche il merito della selezione degli estratti e dei raccordi, sempre intensi e pertinenti. Il finale azzarda un rilancio di ottimismo, dopo un’ora e passa di immersione nel dramma più puro: pregevole l’intenzione. Ma in questi casi non si può dire che basti il pensiero.

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