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Maccheroni? Un banchetto funebre
Maurizio De Rosa
Che cos’hanno in comune l’avverbio “magari” e gli italianissimi “maccheroni”, marchio di fabbrica della cultura culinaria del Bel Paese nel mondo? E la veneziana gondola con la regione della Romagna, celeberrima per gli splendidi mosaici bizantini di Ravenna? La risposta, forse inattesa per i non addetti ai lavori, la si può trovare leggendo, o semplicemente sfogliando, il volume Greco antico, neogreco e italiano – Dizionario dei prestiti e dei parallelismi a cura di Amalìa Kolonia, lettrice di lingua e civiltà neogreca presso l’Università Statale di Milano, e di Massimo Peri, professore ordinario di Lingua e letteratura neogreca presso l’Università di Padova (Zanichelli, 2008,). Ebbene, tutti i termini succitati provengono in un modo o nell’altro dall’ambito linguistico e culturale greco: “magari” (che in greco moderno si riscontra nella forma “makari”) deriva dall’aggettivo “makarios” (“beato”) attraverso la formula evangelica “makarii i ptochì to pnèvmati”, ossia “beati i poveri in ispirito”; dal canto suo, il termine “maccheroni” è legato all’aggettivo “makarios” attraverso il termine “makarìa”, che voleva dire “piatto d’orzo” ma anche “banchetto funebre”.
Gondola invece deriva dal latino medievale “condura” che è dal greco medievale “kondura”, forma contratta di “kondì urà”, ossia “coda corta”. Il termine “Romagna” invece ha a che fare con un paradosso (apparente) sconosciuto ai più: ossia che i greci per lungo tempo, almeno per tutto il periodo bizantino ma in realtà anche dopo, si sono chiamati Romani! I greci dell’età imperiale infatti, pur essendo assai gelosi della propria identità linguistica e nazionale, a un certo punto si rassegnarono alla realtà del dominio romano, peraltro ormai vecchio di secoli (convenzionalmente, la sottomissione della Grecia a Roma si fa risalire alla conquista di Corinto del 146 a.C., anche se è soltanto nel 30 a.C., con la conquista dell’Egitto di Cleopatra, che Roma si impossessa definitivamente di tutta l’area mediterranea ellenofona). Nasce così una nuova consapevolezza greco–romana (vedasi per esempio le coppie di biografie di uomini illustri greci e romani scritte da Plutarco a cavallo tra il primo e il secondo secolo dopo Cristo) rafforzata nel 212 con l’editto emanato dall’imperatore Caracalla, il quale estese i diritti e i doveri derivanti dallo status di cittadino romano a tutti gli abitanti dell’impero. Con il tempo, e soprattutto dopo l’editto di tolleranza promulgato a Milano dall’imperatore Costantino nel 313, il termine “romano” passò a significare “cittadino dell’impero universale cristiano” e come tale fu ereditato dagli abitanti della pars Orientis dell’impero dopo la caduta della Pars Occidentis e la presa dell’antica capitale, soppiantata da Costantinopoli, “la Nuova Roma”.
Ecco perché tutti gli imperatori bizantini continuarono a considerarsi gli unici e legittimi continuatori della dignità imperiale romana mentre gli abitanti dell’impero d’Oriente, peraltro greci di lingua e di cultura, si designavano “Romani” (Romei nella pronuncia del greco medievale, da cui “Romiì” e “Romiosini” in greco moderno). Quanto al cosiddetto impero bizantino (la denominazione appartiene alla storiografia moderna), i suoi abitanti lo chiamavano “impero romano” o Romània. Allo stesso modo venivano chiamate le terre bizantine su suolo italico e in particolare quelle intorno all’importante centro urbano di Ravenna. E come si può capire, da “Romània” a “Romagna” il passo è assai breve così come può essere breve il passo da compiere per apprendere il greco, lingua della quale, come spiega Peri nella premessa alla sua ampia introduzione, che si legge tutto d’un fiato come un appassionante romanzo di avventure, «qualunque parlante italiano conosce, senza saperlo, circa 7000 vocaboli, i quali raddoppiano se si computano gli affini e i derivati».
D’altra parte, non mancano parole tardo–latine e italiane (soprattutto veneziane) passate in greco. Anzi, aggiunge ancora Peri, «in Grecia l’influsso dell’italiano (soprattutto del veneto) è secondo solo a quello del turco e […] il greco moderno è la lingua europea più ricca di italianismi (circa il 35% dei forestierismi)». Del resto, la storia degli scambi linguistici tra Italia e Grecia risale a un’epoca antichissima, che affonda le sue radici nell’epoca in cui «Graecia capta ferum victorem cepit», e in pratica continua fino a oggi, sia pure in misura decisamente ridotta, da ambo le parti. Il dizionario di Kolonia e di Peri intende appunto fornire allo studioso, allo studente, al curioso o al semplice appassionato un elenco alfabetico di queste parole, circa dodicimila, che rimbalzano nei secoli da una sponda all’altra dell’Adriatico, accompagnate con una serie di note etimologiche, storiche e grammaticali che ne lumeggiano la profondità e ne agevolano l’apprendimento. Si tratta di uno strumento inedito, agile, divertente da leggere e utile da approfondire, che anche il lettore di media cultura, o memore del greco classico studiato al liceo, troverà di grande interesse. Il dizionario è altresì corredato da una serie di tabelle di trascrizione di pronuncia dell’alfabeto greco e, come fanno notare i curatori, si offre come un banchetto improntato alla logica greca dell’ola mazì, cioè delle vivande servite “tutte insieme” da cui ciascuno può liberamente spizzicare a suo piacimento, alla scoperta del “greco che si sa già”.
Maurizio De Rosa




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