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AMERICAN BUFFALO di David Mamet – regia di Marco D’Amore

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Traduzione e adattamento in napoletano di Maurizio De Giovanni

 

 

 

 

 

 


E’ partita da qui, dal teatro Tor Bella Monaca -con serate di grande pubblico-  la tournee che poterà in giro per l’Italia American Buffalo, testo di David Mamet per la riscrittura in napoletano di Maurizio De Giovanni, che si gioca tutta la sua consistenza su una trama asciutta, ma capace di mobilitare risorse riflessive inaspettate.
Siamo in una “puteca” napoletana che sembra quella di Eduardo ne “Le voci di dentro”, una sorta di emporio del tutto e del sommario, gestita da un pittoresco personaggio che si atteggia ad americano nella lingua e nelle movenze, facendosi chiamare Don, anziché Donato (uno splendido Tonino Taiuti). La bottega è frequentata da Roberto, un piccolo malvivente del vicolo, un tossico inoffensivo alla ricerca spasmodica sempre di qualche spicciolo (Vincenzo Nemolato lo interpreta dandogli sorprendente spontaneità) e da un emblematico Professore (o meglio ‘o Prufesso’), miserabile figura di emarginato dalla sedicente vocazione criminale (lo interpreta la star della serata Marco D’Amore – che firma anche la regia- vestendolo di una caratterizzazione perfetta fatta di tic e incagli verbali). C’è anche un personaggio continuamente evocato e atteso, un certo Sasà, tributario della considerazione massima da parte di Don, il cui mancato arrivo sarà all’origine del declinare tragico della vicenda. Un lavoro di ottimo livello, realizzato senza sventatezze e superficialità, che trova nella caratterizzazione dei personaggi, nel linguaggio e nella regia essenziale e decisa (valorizzato anche dalle scene di Carmine Guarino, dai costumi di Laurianne Scimemi, dalle luci di Marco Ghidelli e dai suoni ed effetti di Raffaele Bassetti) il sound e il colore dell’intera rappresentazione.
Il pretesto narrativo è presto detto: il trio progetta il recupero di una moneta da mezzo dollaro (il Buffalo del titolo), forse rara e dunque di probabile e considerevole valore, incautamente venduta a basso prezzo a un collezionista di passaggio. Il piano per il recupero prevede pedinamenti dell’acquirente, incursione furtiva nel suo appartamento e la contesa su chi sarà a gestirla: tutto ciò anima buona parte dei dialoghi, dai quali affiora tutta l’approssimazione di esistenze precarie, modellate sulla grammatica di una violenza gergale, probabilmente gemellata con quella delle periferie di Chicago del testo originario. Il piano non riesce per la sprovvedutezza della compagine, ma (per quanto si rida durante tutta la pièce) non siamo affatto dalle parti de “I soliti ignoti”: il fallimento del progetto chiama allo stessa dannazione la vita dei personaggi, intrappolati in una asfittica violenza verbale che altro non è che il sonoro maledetto delle loro vuote esistenze.
 

 

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