Primi mesi di legislatura, quali impressioni le ha fatto il Parlamento italiano?

Questi primi mesi del Parlamento italiano, per noi che veniamo dall’estero, non sono stati sicuramente facili. Ci manca ancora la rete di contatti che stiamo ora costruendo, ma soprattutto abbiamo avuto difficoltà per introdurci nei meccanismi che governano il Parlamento italiano, che differisce notevolmente da quelli dei Paesi in cui risiediamo all’estero. Raramente il dibattito in detti parlamenti si registra uno scontro tra gli schieramenti politici così duro come avviene in Italia, oppure, ad esempio, non è aduso ricorrere ad un ostruzionismo esacerbato per opporsi alla maggioranza, facendo ostruzionismo in aula con maratona dialettica che di regola nessuno ascolta.
Spesso gli interventi esulano dal contesto del provvedimento in esame o non hanno niente a che fare con quel determinato progetto di legge. E’ come se si dovesse ridiscutere la fiducia al governo ogni volta; ecco, questo modo di procedere ha poco a che fare con la nostra cultura acquisita all’estero. Da questo punto di vista bisogna impegnarsi veramente tanto e non è facile affinché la voce degli italiani all’estero giunga nel Parlamento. Ciò sarà possibile soltanto se saremo in grado di portare la discussione in aula su provvedimenti legislativi che toccano gli interessi dei nostri concittadini all’estero e li riguardano da vicino.

Il cammino delle riforme è in salita?

Abbiamo da poco votato per il referendum riguardante l’ordinamento dello Stato e il popolo italiano ha bocciato con decisione una riforma approvata a colpi di maggioranza. Le riforme incidono sulla vita di tutti e la loro qualità è fondamentale per lo sviluppo dell’Italia, tanto più, dunque, occorre che maggioranza ed opposizione coltivino il filo del dialogo e del confronto sui nodi delle riforme, senza per questo parlare necessariamente di bicamerale o di nuova fase costituente perché non credo siano questi i termini della questione. Per quanto concerne l’ordinamento statale, si devono individuare prima gli obiettivi generali che si intendono perseguire e poi trovare le convergenze necessarie sul percorso politico. Credo che, nemmeno la riforma del titolo V della Costituzione, così come era stata portata avanti nel 2000 dal centrosinistra, possa continuare a reggere l’urto dei numerosi contenziosi insorti, soprattutto in materia di legislazione concorrente Stato-Regioni.

Un commento al referendum propositivo, all’estero ha vinto il SI, come mai?

All’estero ha vinto il SI in tre circoscrizioni. In Europa ha vinto il NO. In ogni caso il risultato è riconducibile a svariati motivi. Bisogna dire con forza che c’è stata un’assoluta mancanza di informazione per i cittadini italiani all’estero. Molti hanno votato SI perché indica un messaggio positivo, ma vi è stata anche una campagna di disinformazione demagogica, che ha messo in rilievo la riduzione del numero di parlamentari, senza spiegare tuttavia che sarebbe avvenuta soltanto a partire dal 2016 e senza illustrare l’aumento notevole dei costi che si registrerà a livello regionale.
In linea di principio, bisogna dire che in molti Paesi dove sono presenti comunità di italiani, vigono ordinamenti di tipo federale o federalista più o meno accentuato; basti pensare alla Svizzera, alla Germania o al presidenzialismo americano. In tal senso, gli italiani all’estero sono stati anche un po’ condizionati dagli ordinamenti locali nazionali in cui risiedono e che vanno nella direzione federalista.
Si tenga conto che in Svizzera, cioè nella nazione ad ordinamento federalista più antico in Europa, il NO ha vinto largamente. Moltissimo hanno contribuito, in questo caso, le assemblee tenute anche dai parlamentari per informare compiutamente la gente sul senso del voto referendario.

Ha già proposte di legge da presentare?

Posso dire che stiamo lavorando soprattutto su due versanti. Il “noi” è d’obbligo, poiché i parlamentari dell’Ulivo eletti all’estero intendono agire insieme, non vogliono rendersi singolarmente protagonisti. Abbiamo in programma due o tre questioni immediate che – per esempio, la riforma della legge 153 – che a parere mio e dei miei colleghi devono essere affrontate da governo e Parlamento insieme. La legge quadro n. 153 del 1971 disciplina tutti gli interventi per la lingua e la cultura italiana nel mondo e da tempo si tenta di riformarla. Il primo tentativo di riforma fu fatto addirittura dal ministro Valitutti nel 1981. E’ una legge quadro fondamentale per disciplinare gli intervanti a favore delle comunità italiane all’estero, ma si deve considerare che le condizioni oggi sono fortemente mutate rispetto al 1971. C’è, per esempio, un forte processo di discontinuità rispetto all’esercizio scolastico classico e gli insegnanti di ruolo che lo Stato mandava in ogni parte del mondo sono sempre più destinati a poche aree geografiche. Senza contare che questa legge, ne richiama molte altre precedenti. E’ necessario quindi creare un quadro legislativo adeguato ed aderente alle necessità che si riscontrano oggi nel campo della promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo.
Altri provvedimenti legislativi riguardano la riforma degli istituti di cultura e la riapertura dei termini per l’acquisizione della cittadinanza italiana. Non si può negare che ci sono fortissime riserve per la riapertura dei termini per la cittadinanza. Su questo versante ai devono appianare le disparità che esistono, per esempio tra i connazionali che vivono in sud America e coloro che vivono altrove. Siamo poi intervenuti in questi giorni con una interpellanza parlamentare sulla questione degli accertamenti reddituali promossi dall’Inps in tutto il mondo. Chi ha beneficiato indebitamente delle risorse derivanti dalla maggiorazione sociale, si trova a far fronte a richieste di restituzione di somme cospicue che si sono accumulate e molte persone non hanno la capacità di poter restituire tali somme. Occorre trovare una soluzione. Inutile sottolineare che, le somme percepite in mala fede – si pensi all’assegno di pensione del congiunto deceduto – dovranno essere restituite perché in tal caso vi è dolo. Siamo intervenuti presso il Ministro del lavoro e della previdenza sociale per sollecitare una soluzione accettabile in tempi rapidi, così come per sollecitare risposte rapide sul versante della formazione professionale nei Paesi extra Unione Europea. Su quest’ultimo aspetto abbiamo inviato al Ministro un documento di indirizzo sulla formazione professionale, perché è tempo che s’intervenga a favore degli italiani all’estero, e non per cose poco hanno a che fare con i nostri concittadini emigrati.

La collaborazione col vice ministro Danieli è buona? Pare che egli abbia già assunto posizioni ben delineate.

Non poteva essere diversamente. Se nella passata legislatura è mancato completamente l’interlocuzione politica, oggi siamo tornati al confronto grazie alla presenza dei parlamentari eletti all’estero. Non si capisce, per esempio, la mancanza di dialogo con il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, con il Ministro degli italiani nel mondo, per ragioni che sarebbe qui molto lungo spiegare. Al Vice Ministro Franco Danieli abbiamo posto alcune questioni fondamentali, come per esempio quella riguardante l’informazione e Rai International. Credo poi che al Vice Ministro Danieli debbano essere dati gli strumenti per fare una politica attiva a favore degli italiani all’estero.

I nostri connazionali sono ora più tranquilli sapendo che ci sono deputati che si occuperanno dei loro problemi?

Facendo riferimento alla nazione nella quale risiedo, cioè la Svizzera, sicuramente oggi si nota una grande differenza. Ho modo di constatarlo ogni fine settimana insieme ai miei colleghi con i quali mi ritrovo regolarmente in assemblee convocate per discutere le questioni più varie, per esempio il problema degli anziani che si approssimano alla pensione. Certo è difficile andare ogni settimana in giro per l’Europa o anche nel proprio collegio non essendoci ancora un regolamento preciso per quanto riguarda i costi.

Comites e CGIE, quali delle due strutture è inutile?

Sono indispensabili ambedue. Ai Comites è necessario fornire maggiori strumenti, per un collegamento fruttuoso sia con i parlamentari che col il CGIE. Quest’ultimo è indispensabile però in una ottica diversa rispetto al passato. La legge di riforma del CGIE è un’altra delle questioni che si debbono affrontare in fretta. Sono soprattutto le persone interessate “politicamente” che continuano a sostenere l’inutilità del CGIE, pur sapendo che non è vero. Il CGIE è una istituzione meritoria, un vero e proprio laboratorio molto utile per i parlamentari eletti all’estero. Riconosco però che occorre una struttura più leggera, meno elefantiaca anche nel numero. Bisogna restringere il cerchio sia da una parte che dall’altra e soprattutto occorrono ruoli e competenze nuovi, in conformità con la nuova realtà determinata dalla rappresentanza parlamentare.

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