Lezione di filosofia della politica: etica e conflitto d’interessi, le questioni cardine per Leoluca Orlando

Di cosa ha bisogno il nostro paese per affrontare con giustizia le problematiche sorte come legalità e morale?

Credo che in questo nostro paese, si stenti ad affermare quella che io chiamo la questione etica. L’etica si trova tra la morale che riguarda l’individuo e la legalità che riguarda la legge.

Presuppone un fatto, una intesa, la differenza tra i paesi civilizzati e paesi non civilizzati. Non parlo dei paesi civili. L’Italia è comunque un paese civile, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra tradizione, ci fa essere sicuramente un paese civile.

Il tema è se siamo civilizzati.

Scusi?

La differenza tra un paese civilizzato ed un paese non civilizzato, è che nel primo, esistono alcune regole che vengono rispettate, che vengono riconosciute e rispettate ancorché la violazione di queste non costituisca reato penale.

La circostanza che Previti percepisca ancora una indennità parlamentare, che sia ancora seduto in Parlamento, non viola la legge penale, ma è eticamente inaccettabile.

Ecco, io credo sia questo il segnale che noi vogliamo mandare e vogliamo lanciare convinti come siamo che, nel mondo dell’impresa esistono alcune regole etiche che non coincidono con la legge penale, come nel mondo dell’economia, dell’accademia, della scienza. Anche nel mondo della politica dovremmo costruire, attraverso un patto etico, alcune regole il cui rispetto sia vincolante ancorché non siano previste dalla legge penale. A mio avviso, l’Italia ha un grande bisogno di affrontare la questione etica.

Un’etica nella politica quasi fosse un codice d’onore, una convenzione, un giuramento?

La politica italiana difetta di eticità perché tutti ci rifugiamo sulla legge penale. Vediamo personaggi notoriamente frequentatori di mafiosi, notoriamente frequentatori di corrotti e, loro stessi, riconoscono di essere frequentatori di mafiosi e di corrotti.

Al cospetto del magistrato che contesta che il loro comportamento possa integrare gli estremi di reato, vanno in televisione ed ammettono di avere frequentato quel mafioso, quel corrotto, quel malvivente e che, nel frattempo, dicono di attendere, con fiducia, l’esito del processo.

L’etica, dunque, cosa imporrebbe secondo lei a questo individuo?

«Te ne devi andare, perché tu rappresenti una comunità e non ti è consentito, in base a ragioni etiche, non penali, di essere un frequentatore abituale di un mafioso, ancorché dimostrerai che col mafioso, incontrandoti abitualmente, parlavi di musica, di Bach e di Morart».

Nessuna legge vieta di incontrare un amico sospetto di mafia senza, per questo, essere un mafioso.

Questo è un lusso che può permettersi un privato cittadino che, per esempio, in memoria di vecchi trascorsi scolastici, può andare anche a mangiare una pizza, io non ci andrei, col suo compagno di scuola attualmente sospetto di mafia o corruzione. Si comprende l’affetto che lo lega all’amico e quindi può andare a mangiare la pizza insieme a lui, a patto che parli di musica, di Bach o Mozart.

Stesa cosa non può permettersi di fare chi rappresenta una intera comunità.

Nessuna legge lo vieta, è vero. Stiamo forse parlando di violazioni di leggi penali? No!

Auguro a tutti i politici inquisiti di essere assolti attraverso la corretta applicazione del diritto, ma rivendico il mio diritto di dire che devono andare a casa anche se non hanno commesso reati penalmente rilevanti.

Sembra di capire che il principio fondamentale dell’etica, sia l’istituto delle dimissioni da incarichi pubblici, ma non crede che sia una pratica oramai abbandonata da tutti? Nessuno più si dimette in questi casi.

Il vero problema è proprio questo. La nostra politica non conosce patti etici e l’unica regola diventa la magistratura, l’unica regola diventa il processo penale, l’unica regola diventa la sentenza penale finendo col creare una condizione inaccettabile.

Non consento che sia un magistrato a dirmi se un politico è eticamente in regola perché rivendico il mio diritto ad avere regole etiche a prescindere dalla sentenza penale di condanna o di assoluzione.

Cosa intende dire?

Cosa intendo dire? Intendo dire sostanzialmente che non si è mai voluto stipulare un patto all’interno dei partiti e tra i partiti stessi con la conseguenza che tutto si presta all’attacco, all’insulto, al tempo stesso, però, alla difesa senza motivazioni perché tutto finisce con l’essere uguale al suo contrario.

L’etica è come una lingua. E’ un convenzione che deve essere accettata. La lingua italiana è una convenzione soltanto che, essendoci quasi 60 milioni di persone che l’accettano, diviene una convenzione vincolante. Ebbene, lo stesso deve valere anche per l’etica.

Noi dobbiamo stabilire un alfabeto etico. Dobbiamo, in qualche modo, costruire un patto etico che impegni i partiti, che consenta a me, che faccio politica, di valutare il consenso o il dissenso non in ragione dell’appartenenza della scatola chiusa, della matrioska russa del clan, del sotto clan o della corrente.

Ma, a questo punto, la questione “etica”, deve assortirsi necessariamente di altri dettami.

Ecco, da questo punto di vista, credo sia importante dire alcune cose.

La prima questione etica del nostro paese si chiama laicità. Qualcuno ci arriva attraverso Voltaire, qualcuno passa per Marx, qualche altro per il Vangelo: «Dai a Cesare quel che è di Cesare, dai a Dio quel che è di Dio». Io passo, come tanti altri, attraverso il Vangelo «Dai a Cesare quel che è di Cesare, dai a Dio quel che è di Dio».

Perché dare a Dio quello che è di Cesare è clericalismo, ma dare a Cesare quello che è di Dio è laicismo.

Il clericalismo non è un insulto per chi crede. E’ un insulto per chi crede quando qualche esponente di chiesa, quando qualche politico, con i suoi atteggiamenti clericali, pretende di dare a Dio quello che è di Cesare. Mi sento io offeso che credo e, quando un musulmano, un ebreo si lamenta degli atteggiamenti clericali di qualche politico cristiano, io contesto che non deve essere lui a lamentarsi, ma io perché lui sta pervertendo la mia identità e la mia fede creando un meccanismo di mortificazione della mia dimensione di fede.

Dunque, la prima questione è la laicità.

La seconda questione è il conflitto di interessi.

Non c’è nessuna regola penale che eroga punizioni per quanto riguarda il conflitto di interessi. Non sto parlando di Berlusconi, per cortesia, perché egli è diventato ormai una specie di paravento.

La realtà vera è che, se avessimo soltanto Berlusconi in regime di conflitto di interessi, piangeremmo con un occhio soltanto.

Il dramma vero è che, ormai, i Berlusconi, sono ovunque. Il conflitto di interessi è diventata una cultura.

Un modo intelligente per evitare gli ostacoli?

La sistematica presenza nel consiglio di amministrazione di una clinica privata di un politico in carica convenzionata con la Regione, la sistematica presenza in un consiglio di amministrazione di una impresa appaltatrice di lavori di un politico in carica, di servizi o fornitrice di beni per conto della Pubblica Amministrazione, la sistematica presenza in alberghi di politici in carica sovvenzionati e finanziati dal pubblico, questa è la nuova questione etica.

Nessuna di queste ipotesi è penalmente rilevante ma è uno stato di cose che produce uno sfascio terrificante.

Una specie di visitors che, senza colpo ferire lucrano sui soldi pubblici?

Ma lei pensa che, nel terzo millennio, la questione etica sia un patetico personaggio con la valigetta piena di soldi che cerca di corrompere un pubblico funzionario o un politico?

Ma questo fa parte della preistoria. Forse c’è ancora qualche nostalgico che crede ancora a quella ipotesi suggestiva.

Era meglio il vecchio sistema della valigetta allora?

Non sto certo facendo l’elogio della tangente vecchia maniera anche se mi verrebbe di farne l’elogio, però, come è noto a tutti, io sono contro ogni forma di corruzione e di tangente.

Ma dobbiamo renderci conto che oggi esiste una forma nuova di illegalità che si chiama conflitto di interessi.

La tangente vecchia maniera, ne continuo “l’elogio” tra virgolette, era una forma di mortificazione di un rapporto contrattuale, politico, pubblico, ma alla fine, ci si poteva difendere pagando una tangente maggiore, sto facendo ora un paradosso.

Ma come mi difendo io che ho un clinica privata, dalla concorrenza di un’altra clinica privata amministrata dal politico che stabilisce con chi fare convenzioni, come riuscirò a promuovere il mio albergo quando il mio concorrente ha, nel consiglio di amministrazione del suo albergo un politico in carica da cui dipendono i contributi pubblici e così via discorrendo?

Il conflitto di interessi sta distruggendo il libero mercato, ne sta distruggendo le regole e non abbiamo neanche una legge penale a colpirlo. Per colpirlo dobbiamo aspettare una legge penale oppure cominciare fin da adesso in base ad un patto etico che stabilisca le regole anche per quanto riguarda il conflitto di interessi tra politici, operatori economici e tra questi ultimi ed i politici. Diversamente saremo sempre indietro.

L’Italia è afflitta anche dal fenomeno mafioso al cospetto del quale, lo Stato affanna.

Noi conosciamo, a proposito della mafia l’articolo 416 bis e l’art. 41 bis. Ci siamo mai chiesti perché si chiamano 416 e 41 bis?

Perché entrambi arrivano tardi. In ritardo perché col 416 “previsione penale sulla associazione a delinquere” non riusciva a colpire la mafia. C’era bisogno che la legge si adeguasse al crimine che era più avanti rispetto alla legge. Il 41 bis che viene dopo il 41, direbbe Catalano di quelli della notte, ma il 41 era una forma di carcerazione che non era sufficiente per colpire una criminalità più avanti.

Un grande architetto, Basile che viene considerato il padre del liberty del nostro paese, che ha ristrutturato i saloni di Montecitorio ivi compresa l’aula della seduta, amava ripetere «Occorre pensare in modo antico e parlare il linguaggio dei contemporanei». Antico non vecchio, perché le cose vecchie si buttano via o si riciclano.

Noi abbiamo nel nostro paese professori universitari colti che hanno letto e scritto molti libri, ma analfabeti, incapaci di parlare il linguaggio dei contemporanei; abbiamo personaggi ricchi, carichi di soldi che fanno molti affari, ma analfabeti incapaci di parlare il linguaggio dei contemporanei; abbiamo politici che ottengono consensi ma analfabeti, incapaci di parlare il linguaggio dei contemporanei.

Istituzioni vecchie, analfabete, incapaci di parlare il linguaggio della delinquenza contemporanea?

Vogliamo renderci conto che oggi il rischio che corre il nostro paese è che i nuovi mafiosi si sino alfabetizzati? Vogliamo renderci conto che oggi il rischio che corriamo non è ancora avere tangenzieri con la valigetta piena di soldi ma tangenzieri col conflitto di interessi? Vogliamo renderci conto che oggi abbiamo mafiosi che non sono più nelle campagne a sfruttare i contadini ma che si trovano nei grandi mercati finanziari?

Vogliamo lasciare che siano soltanto i corrotti ed i mafiosi ad essere più avanti di noi?

Anche le istituzioni devono adeguarsi, anche noi dobbiamo adeguarci, ecco la questione etica, il tentativo è quello della alfabetizzazione etica del nostro paese.

Nella prima repubblica, però, i politici in fumus di reato, si dimettevano. Vuole dire che siamo al cospetto di una evoluzione-involuzione del concetto di etica ed al cospetto di una evoluzione di quello di criminalità?

Con la caduta della prima Repubblica, noi abbiamo assistito sostanzialmente, alla scomparsa della dimensione etica e tutto si è ridotto a giudizio penale. Quando tutto si riduce a giudizio penale, è l’inizio della fine della democrazia perché significa affidare ai giudici il governo del paese, affidare ai giudici le scelte della politica, significa sostanzialmente che c’è uno Stato che, attraverso la sua magistratura, esprime principi etici.

Per me è inaccettabile perché, ripeto, io rivendico il mio diritto di una etica fatta di principi che sono tali, accettati e cogenti ancorché la violazione di quei principi non costituisca reato penale.

Provi a pensare a cosa accade in altri paesi. Un governatore della banca federale tedesca, l’equivalente della nostra Banca d’Italia, avendo accettato di essere ospite di una banca tedesca soggetta al suo controllo in un albergo berlinese per alcune notti, si è dimesso dall’incarico di governatore. Non ha atteso neanche di essere incriminato e non è stato incriminato ma solo perché qualcuno gli ha fatto notare, e lui ha convenuto, che avere accettato che il conto della camera d’albergo, parliamo di poche centinaia di euro, fosse stato pagato dalla banca che era formalmente sottoposta al controllo della banca federale, non gli consentisse di restare in carica.

Noi sappiamo che negli USA, un politico o una politica che neghi di avere avuto relazioni extraconiugali, non può fare politica anche se non sia reato negare di avere relazioni extraconiugali ancorché non sia reato averne. Ma tanto è, possiamo condividere oppure no il principio ma è accettato ed è cogente.

Un ministro indicato dal presidente G. W. Bush, come il ministro del lavoro non ha avuto il N.O. dal Senato federale americano perché aveva pagato, con ritardo, i contributi previdenziali alla collaboratrice familiare. Ora, pagare con ritardo i contributi, non è reato, ma al più configura una sanzione amministrativa che lui aveva regolarmente pagato alla stregua di una contravvenzione per divieto di sosta. Però, il Senato federale, si è pronunciato non in base a principi penali, ma in base a principi etici che, per via del patto stipulato tra politici, egli non potesse più fare il ministro del lavoro. Quella violazione, sia pure solo in sede amministrativa, sia pure sanandola col pagamento, rappresentava la violazione dei diritti dei lavoratori.

L’Italia sarà un paese civilizzato quando finalmente avremo alcuni principi etici condivisi.

Si parla tanto di nuovo partito democratico, si parla di nuovo rilancio della politica, si parla di fase due del governo, tutto questo di cui stiamo parlando dovrà avere come presupposto un patto etico. Altrimenti, dopo l’inverno belusconiano, qualcuno penserà che non è ancora arrivata la primavera dell’Unione.

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