Diamo la possibilità, almeno, di fare in modo che si possa morire sul lavoro. E sì, dal momento che dobbiamo morire tutti, e questo è ormai universalmente sancito, la soddisfazione più grande che può avere un disoccupato, è quella di morire sul lavoro.
Magari schiacciato da una gru in un cantiere, oppure travolto da un treno o, meglio ancora di essere sparato dietro il bancone d’un tabaccaio. Già, sarebbe veramente una bella cosa considerato che, invece, morire lentamente tra sofferenze e mortificazioni di “non lavoro” è, oltre che un danno, anche una tremenda beffa.
Qualsiasi lavoro s’intende. Con qualsiasi modalità contrattuale, a tempo determinato, co.co.co., ad intermittenza, qualche volta ecc… purché si lavori.
Ma non è questa la logica della legge Biagi? Cioè: meglio lavorare in qualsiasi cosa, anche per poco senza sapere per quanto, piuttosto che non lavorare mai. Il progetto non fu certo partorito a “Quelli della notte”. La logica di Catalano è lì, tutta presente nella sua pienezza: «meglio due o tre stipendi piuttosto che non percepire neanche un lira».
L’intento di quella legge, veste bene le realtà anglosassoni. Forse quella americana dove è facile trovare lavoro, l’offerta è tanta, qualsiasi lavoro anche per arrangiarsi per comprare, per esempio, un libro per un esame universitario.
Dai Telefilms americani, che invadono le poltrone dei nostri salotti, vediamo spesso scene di questo tipo: «Signora Perkins, le spalo il cortile dalla neve?». Ed ecco che si guadagna quei dieci dollari con i quali Bob, studente americano, porta al cinema la sua ragazza, le offre un hot dog e l’accompagna a casa pagandole il biglietto della metro.
A Napoli, provo ad immaginare cosa accadrebbe premettendo che non c’è mai la neve che potrebbe essere spalata e dove sembrerebbero, comunque, esagerati otto dogs. Se l’analogo ragazzo, Gaetano, chiedesse alla signora Scognamiglio di pulirle il giardino per dieci euro, si vedrebbe rompere in testa un vaso da fiori. Dieci euro?
Al sud, esistono liste di disoccupati denominate “storiche”. Non perché benemerite di gesta autorevoli degne di essere menzionate, ma per la lunghezza degli anni di disoccupazione. Questi muoiono di vecchiaia, stenti, contrabbando, qualche rapina, truffe, qualche anno di carcere, nell’eterna speranza di una chiave, una strada, una porta, una raccomandazione.
Perché, mi chiedo, non dare loro questa soddisfazione? Perché non offrire loro un lavoro, anche precario per carità, anzi, solo precario, per poter dare loro la soddisfazione di morire in un incidente “sul lavoro”? E’ più dignitoso, e poi, si dirà «è morto lavorando», il lavoro nobilita l’uomo… specie se vi si muore dentro. Ma morire per il “non lavoro”, è una beffa della vita se consideriamo che il lavoro, in quanto tale, è un castigo biblico: «…e da questo momento, per avere tutto questo, dovrai lavorare col sudore della fronte!». Qui, la Voce, è la più autorevole in assoluto! Altro che storie!
Non è importante, figuriamoci, che un geometra faccia il ragioniere e che un laureato sia operaio, o che una insegnate lavori presso un call center o faccia l’operatrice ecologica. Non è di nessuna rilevanza l’insoddisfazione e la delusione di aver gettato alle ortiche ogni velleità ed ambizione di una vita di programmi e di progetti.
Fortunati quelli che godono di un lavoro. Più fortunati soprattutto se hanno un lavoro a tempo indeterminato, per due ordini di motivi: il primo, perché sanno che mangeranno anche dopodomani; secondo, male che andasse tra mobbing e vessazioni varie, possono sperare anch’essi di morire sul lavoro date le condizioni di sicurezza assolutamente inefficienti.
E poi, ci parlano di giustizia. A chi tanto e a chi niente!

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