Fondazione Migrantes,
Rapporto Italiani nel mondo 2007

Intervento di Franco Narducci

Il Rapporto Italiani nel Mondo riveste un impegnativo ruolo educativo per la società civile in genere ed per gli operatori del settore in particolare. Esso ci aiuta a conoscere e capire un aspetto della storia sociale e civile italiana in maniera tale che tutta la comunità si senta coinvolta e partecipe di questa realtà che è l’Italia nel mondo.

Il fenomeno migratorio non mette in gioco solo questioni politiche, economiche e demografiche ma ci interroga sul modello di società che vogliamo costruire e sui cambiamenti culturali che comporta.

Conoscere la storia sociale e culturale dell’emigrazione italiana nel mondo ci è anche utile per capire come i processi migratori possono incardinarsi nel nostro Paese ed operare per una positiva integrazione valorizzando ciò che per noi è stato essenziale strumento di crescita nelle società di accoglienza.

L’emigrazione italiana sostenuta e opportunamente valorizzata è strumento fondamentale del “Sistema Italia” che vede sviluppare nel mondo quella cultura per l’uomo protesa a realizzare quel “Nuovo Umanesimo” di cui ha bisogno la società globale affinché i processi di mondializzazione possano essere intesi come ricchezza e creare vero benessere riempiendosi di significato nella prospettiva delle persone. Persone e popoli che hanno diritto a migliorare le proprie condizioni di vita beneficiando degli scambi culturali, della conoscenza e dell’informazione.

L’emigrazione ha contribuito ad avvicinare i popoli e le nazioni, a far sorgere un interesse per l’altro, che diventa prossimo, superando i confini delle identità rigide e i vincoli della pura logica economica e di libero mercato. In questa ottica spiace registrare che l’Italia, come altri Stati destinatari di flussi di immigrazione, non ha ancora ratificato la Convenzione ONU “on the Protection of the Rights of All Migrantes workers and Members of their Families” del 18 dicembre 1990 ed entrata in vigore il 1 luglio 2003.

Le nostre comunità emigrate – lo conferma anche il rapporto – sono confrontate con un processo d’integrazione molto avanzato. Ne abbiamo riprova analizzando la presenza dei nostri cittadini o dei discendenti italiani nei punti nevralgici dei paesi in cui vivono, intendendo con ciò le istituzioni, gli snodi dell’economia, le università, i centri di ricerca e in generale gerarchie professionali. E’ stato un cammino lungo, in ambienti spesso ostili perché dominati da falsi luoghi comuni nei nostri confronti, che ha visto i nostri connazionali battersi per una integrazione vera, concreta che non poteva essere la risultante di una imposizione culturale – quella dominante – e dunque di un modello assimilante, senza tuttavia rifugiarsi e chiudersi ciecamente nelle proprie tradizioni bensì attraverso un dialogo vivificante con le società di accoglienza. Non c’è integrazione sradicando costumi e mentalità, bensì aiutando il migrante ad essere parte attiva del nuovo contesto socioculturale di accoglienza.

Sono tantissime le testimonianze che costellano la via dell’integrazione delle nostre comunità in ogni parte del mondo e in molti casi le nostre battaglie per i diritti hanno modificato o sostenuto le politiche governative in svariati Stati nordeuropei come Francia, Germania e Svizzera.

Oggi la nostra rete di presenze nel mondo deve confrontarsi con le nuove sfide e deve soprattutto sviluppare nuove strategie al cospetto dei processi d’integrazione, pena l’annullamento di quella identità culturale tramandata da nonni, madri e padri, custodi gelosi del patrimonio culturale e di valori che ha caratterizzato per decenni la traiettoria della nostra diaspora. Il mondo cambia, i linguaggi cambiano e i modelli culturali, o i non modelli culturali, si propagano con grande rapidità. In questo cambiamento le nostre forme di aggregazione e di protagonismo sociale stanno mostrando limiti spesso insormontabili. Si pone dunque il problema di un ripensamento e di una maggiore percezione delle trasformazioni in atto per cogliere le opportunità offerte dalle nuove generazioni. E’ un passaggio fondamentale, è il senso delle rigenerazione dell’associazionismo italiano all’estero. Abbiamo vinto la battaglia dei diritti di cittadinanza attiva, ma occorre rinforzare l’humus che alimenta gli organismi di rappresentanza, le reti di solidarietà e sussidiarietà; in definitiva occorre riorientare il sistema Italia all’estero.

Qualcuno potrebbe chiedersi se l’Italia sia ancora Paese di emigrazione. La risposta non può che essere affermativa. Dopo le grandi ondate del passato, dalla Grande Emigrazione tra Otto e Novecento sino a quella del dopoguerra, che hanno inciso profondamente sui rapporti internazionali dell’Italia si assiste ad un cambiamento del fenomeno migratorio: si emigra per motivi spesso molto diversi da quelli del passato.

Particolarmente rilevante è l’emigrazione dei giovani ad alta qualificazione scientifica che nel nostro Paese, purtroppo, non trovano terreno fertile per la loro attività professionale. L’emigrazione determinata dalle opportunità più che “fuga di cervelli”, con destinazioni antiche e sempre nuove: gli USA ma anche la Germania, la Francia, Belgio, Gran Bretagna e Svizzera. E avanzano anche le destinazioni ritenute impensabili fino a qualche anno fa: Mosca, Pechino e altre città simbolo dei Paesi che avanzano a ritmi PIL vertiginosi.

Questo genere di emigrazione, soprattutto all’interno dell’UE, può essere fattore trainante di un processo d’integrazione che vede l’Europa non più legata ad una mera concezione territoriale delle culture, contribuendo a delineare un territorio che con i suoi 475 milioni di abitanti rappresenta il microcosmo di una società mondiale. Un’Europa cosmopolita e investita da un processo multidimensionale che grazie ai flussi migratori, alla libera circolazione delle persone e all’incontro di diverse culture genera una varietà di stili di vita transnazionali.

L’emigrazione, quindi, è ancora oggi una realtà e non basta ripercorrere le nostra storia e recuperare la memoria di ciò che siamo stati: bisogna guardare avanti e proiettarla nel futuro, a partire dai valori di cui le nostre comunità sono state portatrici in ogni parte del mondo.

Fondamentale in tal senso è il ruolo dell’associazionismo che pian piano ha dato vita a forme di rappresentanza istituzionale con i COMITES, con il CGIE e con i parlamentari eletti all’estero. L’associazionismo è stato il luogo politico delle rivendicazioni e delle battaglie per i diritti nei confronti dei Paesi ospitanti relativamente alle condizioni di vita, lavoro e abitabilità, alla regolamentazione dei permessi di soggiorno, l’integrazione scolastica e all’istruzione professionale dei giovani.
Oggi i COMITES sono chiamati ad esprimere una progettualità capace di interpretare i processi politici e culturali che sono in essere nelle società ospitanti rispondendo, così, alle reali esigenze di un cittadino italiano sempre più integrato nel luogo dove vive, ma anche legato ai valori e alla cultura di origine.
Il CGIE è chiamato ad offrire un contributo fondamentale per qualificare gli sforzi prodotti per l’affermazione del “Sistema Italia”, con le sue caratteristiche culturali, linguistiche e il suo know-how tecnologico. E a dare un valido supporto alle Istituzioni del sistema Italia operanti all’estero, e in pari tempo ai parlamentari eletti all’estero.

Allora non parleremo più di tante “Petites Italies” o “Little Italy” ma di una cultura italiana che ha umanizzato le relazioni tra i popoli, di un umanesimo capace di far sentire ciascuno persona e cittadino.

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