di Mauro Faroldi

Cent’anni di storia ellenica che sfatano la fama di uno Stato definito “da operetta”

La Grecia, il panellenismo e il Risorgimento Balcanico, 1814-1918: un punto di vista italiano (Edizioni Il Settimo Sigillo, 2004), è un libro scritto da Michele Rallo. Il lavoro vuole far conoscere, a grandi linee, al lettore le vicende che hanno portato la Grecia all’indipendenza e alla sua successiva espansione come Stato fino alla fine della Prima Guerra Mondiale. L’autore, «noto per gli studi sull’Europa sud-orientale fra le due guerre mondiali e sul ruolo della diplomazia italiana nella vita politica e sociale dei paesi danubiani e balcanici», come possiamo leggere in retro copertina, cerca di darci un quadro dello sviluppo dello stato nazionale, senza cadere nella retorica filo-ellenica e senza dimenticare il ruolo spesso decisivo delle grandi potenze, anche se questo non può che ferire l’orgoglio nazionale greco. Un ruolo, quello delle potenze, che ha avuto peso anche nell’unificazione italiana, ma che gli storici nostrani, coscientemente o per riflesso condizionato, spesso hanno sottovalutato.
Il maggior pregio di questo lavoro è quello di mettere in dubbio alcuni luoghi comuni. Citiamo dal testo: «Il regno del Wittelsbach era così archiviato frettolosamente, additato alla Grecia e al mondo come un regno da operetta (…). In realtà, quello di Ottone era stato tutt’altro che un regno da operetta: aveva dato forma al moderno Stato greco (…). La sua politica estera – ispirata alla “Megàli Idèa” panellenica – era lineare e inappuntabile, aliena da ogni estremismo ma coerentemente volta alla difesa degli interessi nazionali. Ciò lo aveva naturalmente portato ad avversare il colonialismo turco nei Balcani e – conseguentemente – la politica inglese di sostegno all’Impero Ottomano». Quindi il regno di Ottone, non regno da operetta, su cui ironizzavano anche a quell’epoca intellettuali come l’autore teatrale Michaìl Churmùzis, ma tentativo, partendo da condizioni difficilissime, di costruire lo Stato in tutta la sua pienezza e quindi anche con una sua autonoma politica estera. Se vi era qualcosa di velleitario, “da operetta” nella politica estera della “Megàli Idèa”, tracciata dal Kolèttis con il suo famoso discorso del 1844 all’Assemblea Costituente, era il pensare che questa si potesse realizzare senza il consenso dell’Inghilterra. Questo è stato confermato successivamente dalla storia, quando il sogno della “Megàli Idèa”, che sembrava avverarsi, fu infranto dal cambio di atteggiamento politico del primo ministro inglese Lloyd George. Il suo abbandono dell’appoggio alle richieste elleniche in Asia Minore, il suo passaggio ad un’ambigua “neutralità” permise il rafforzamento e la riscossa di Mustafà Kemal con il conseguente sacco di Smirne e l’espulsione dei Greci dall’Asia Minore.
Interessante anche il giudizio che l’autore dà sul movimento venizelista, «un partito anomalo che – nel tempo – sarebbe stato definito con aggettivi diversi: nazionalista, militarista, modernizzatore, riformista, revisionista, repubblicano, moderato, liberale, borghese, progressista, populista (…). In linea di massima comunque non sarà un movimento “liberale”, anche se negli anni venturi assumerà tale denominazione». La definizione che l’autore dà del movimento venizelista e quello di un «movimento “nazionalista di sinistra”, prototipo di un modello che avrebbe avuto una certa fortuna anche in altri paesi dell’area». In questa riflessione cogliamo l’aspetto più interessante del venizelismo quale fenomeno che ha sposato ogni ideologia (liberalismo, nazionalismo, populismo, progressismo, eccetera) per supplire all’incapacità del paese, causata da un evidente ritardo storico, di produrre una classe dirigente che si esprimesse in moderni partiti politici, e che affrontasse efficacemente i problemi posti dalla lotta politica, sia in campo nazionale sia in campo internazionale.
Il movimento venizelista, dopo la riforma dello stato e il risanamento del bilancio, avrà un ancor più clamoroso successo con la vittoria nelle Guerre Balcaniche. Ma gli avvenimenti successivi, la Guerra Mondiale con lo ”Scisma Nazionale”, la “Grande Catastrofe”, le vicende della Prima Repubblica, dimostreranno tutte le difficoltà di impiantare un partito “liberale” in Grecia. Tanto che il partito, dopo la morte di Venizèlos, pur sopravvivendo alle bufere della dittatura di Metaxàs, della Seconda Guerra Mondiale, della Guerra Civile, con la vittoria elettorale del generale Papàgos, fu relegato all’opposizione fino a confluire nell’Unione di Centro di Papandrèu.
Limite del lavoro di Rallo rimane che l’esposizione parte dal 1814, senza una descrizione, un accenno, a ciò che era successo prima. Niente sulla turcocrazia, niente sul ruolo di Venezia, niente sul rinascimento neo-ellenico. Senza questi accenni alla storia precedente, è difficile per il lettore, più ignaro, inquadrare la storia successiva. L’autore nel retro copertina annuncia la preparazione di un volume dedicato alla storia greca fra il 1919 e il 1945. Il lavoro sarà inserito in un’opera più grande “L’Epoca delle Rivoluzioni Nazionali in Europa, 1919-1945”, già giunta al quinto volume. Sarà interessante vedere come sarà sviluppato il lavoro, anche se, un titolo che fa riferimento a “rivoluzioni nazionali”, dopo la Prima Guerra Mondiale, vale a dire, quando in Europa il periodo delle rivoluzioni nazionali era ormai morto e sepolto, non può che lasciare perplessi. A meno che l’autore non scambi per “rivoluzioni nazionali” delle rivoluzioni “da operetta”.

Mauro Faroldi

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