L'AVVENIRE DEI LAVORATORI
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Ipse dixit
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Silvio e Walter:
scommessa comune
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di Stefano Cappellini
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Uno dice che si può votare anche domani, senza toccare la legge elettorale attuale. L’altro interviene pubblicamente per stoppare una riforma alla tedesca che, oltre a essere ormai sponsorizzata da tutto lo stato maggiore del partito di cui diventerà segretario dal 15 ottobre, è l’unica a godere di una maggioranza trasversale in Parlamento. Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, probabilissimi rivali al prossimo giro di corsa, non hanno paura del referendum. Questa è la prima spiegazione del perché i due leader si siano messi di traverso proprio nel momento in cui in Parlamento è ripresa un’iniziativa per archiviare il Porcellum sostenuta da un fronte bipartisan che va da Rifondazione alla Lega, passando per il Pd e l’Udc.
I calcoli di Berlusconi sono chiari. Il Cavaliere è riuscito a rimanere, a dispetto del seppellimento della Cdl e delle fibrillazioni degli aspiranti successori, il dominus incontrastato del centrodestra. È convinto, come ha spiegato a più riprese agli amici e agli scettici, che dal referendum abbia doppiamente da guadagnare: in primo luogo, perché la consultazione è un’altra mina sotto il tavolo della maggioranza, dove sono almeno un paio i partiti (Prc e Udeur) pronti quasi a tutto pur di scongiurare il referendum; dopodiché, Berlusconi è anche sicuro che il dispositivo elettorale che sortirebbe dalle urne (e che premia la lista con più voti) lo rafforzerà ulteriormente, spingendo tutto il centrodestra, compreso Casini, a rientrare sotto le insegne comuni del Partito delle libertà. Riuscirà dall’altra parte Veltroni a fare lo stesso con tutta l’Unione? L’ex premier, non solo lui, giura di no.
Anche per questo la sortita anti-tedesca di Veltroni ha lasciato molti scontenti nel Pd, dato che in un colpo solo smentisce le aperture di Piero Fassino, Massimo D’Alema e, non ultimo, dello stesso vice di Veltroni nel ticket per le primarie del 14. Dario Franceschini ha infatti dichiarato ancora ieri all’Unità di preferire «un sistema proporzionale ispirato a quello tedesco, ma con dichiarazione preventiva delle alleanze». Una contraddizione che ha armato un nuovo assalto della coppia Bindi-Parisi: «Veltroni – dice il ministro della Difesa – è contro il sistema tedesco. Peccato che i suoi sostenitori più autorevoli siano invece per il proporzionale alla tedesca».
Al di là delle baruffe verso le primarie, a prima vista non si capisce come Veltroni possa dare seguito alla volontà più volte dichiarata di formare coalizioni magari più ristrette ma omogenee con un referendum che, malgrado le intenzioni, pare fatto apposta per creare, di qua come di là, due nuovi carrozzoni elettorali. Ma anche il sindaco di Roma ha fatto i suoi calcoli. Conscio che non è più aria di furori maggioritari, ha smesso di parlare di doppio turno alla francese. Tra gli spin doctor veltroniani circola in queste ore una preferenza per la soluzione spagnola, un proporzionale che penalizza molto i partiti sotto il 10 per cento e quelli che non hanno un forte radicamento territoriale.

Realisticamente, un sistema che non ha alcuna chance di vedere la luce. Da qui la scommessa sul referendum, sul quale il sindaco, dopo il balletto estivo («Lo sostengo ma non lo firmo»), ha già annunciato il suo voto favorevole.
Posto che, a differenza di Berlusconi, non vuol certo votare nel 2008, Veltroni ritiene di poter sfruttare la riforma imposta dalle urne per mettere insieme una coalizione di nuovo conio, come direbbe il suo sostenitore alle primarie Rutelli. Il Pd, nelle intenzioni di Veltroni, dovrebbe fare da perno centrale di un’alleanza con baricentro spostato più a destra, recuperando alla causa Mussi e i Verdi da una parte e irrobustendo il centro dall’altra. Oltre che con Mastella e Di Pietro, magari anche con Casini. Ne sarebbe ridimensionata l’area a sinistra del Pd, sottraendo i fuoriusciti ds all’abbraccio con la Cosa rossa bertinottiana, e sarebbe smantellata una volta per tutte la coalizione berlusconiana.
Un piano a medio-lungo termine che non può essere realizzato in caso di crisi del governo Prodi. Ecco perché il sindaco-segretario non ha alcuna intenzione di accelerare l’addio del Professore, che peraltro complicherebbe pure la sua uscita prima del tempo dal Campidoglio. A questo serve il rimpasto auspicato da Veltroni: a dare all’esecutivo tempo e respiro per durare almeno un altro anno e mezzo. Ma rimpasto o meno (e Prodi ha già manifestato il suo nervosismo per l’intervento in materia da parte del futuro segretario democrat), resta comunque il problema di conciliare lo svolgimento del referendum con la sopravvivenza del governo Prodi, quella per cui Veltroni, attirandosi critiche e sberleffi, scelse qualche mese fa di non firmare ai banchetti.
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Periscopio

La sinistra italiana tra
unità e rinnovamento

di Felice Besostri

Una sinistra “larga e plurale” o, se si vuole, “unita e rinnovata” è un obiettivo da raggiungere o meglio un percorso da compiere.
Per iniziare bisogna avere la coscienza che il compito è arduo e che per vincere le difficoltà non basta, per usare un’espressione di moda, gettare il cuore oltre l’ostacolo, se insieme con il cuore buttiamo al di là anche il cervello.
Unità della sinistra non può essere un mantra che, ripetuto, ottiene la grazia delle divinità o l’aggiornamento del vecchio mito del partito unico della classe operaia, nel cui nome si sono commessi tanti delitti specie nell’Europa Centrale e Orientale.
La situazione della sinistra italiana e la sua crisi sono sotto gli occhi di tutti: frammentata, divisa e con il peso elettorale più debole d’Europa.
La sinistra con il DS prima della loro estinzione raggiungeva a malapena il 25%. Con la formazione del PD la sinistra, tutta la sinistra dai socialisti a Rifondazione, è accreditata un 15% più o meno scarso secondo il sondaggi.
La malattia è ben visibile, ma credo che se si azzarda una diagnosi e si formula una prognosi difficilmente ci sarà unanimità.
“La crisi della politica s’intreccia drammaticamente con la crisi della sinistra” Franco Giordano è stato lapidario nella relazione di chiusura dei lavori del Cpn” (Liberazione, 7 ottobre 2007, pag. 3).
“Dell’identità del nuovo soggetto (unitario) dovremmo discutere a fondo, individuando l’anima del percorso di innovazione politico-culturale da intraprendere”, dice sempre il segretario del Prc.
Le tappe del percorso sono già individuate: manifestazione del 20 ottobre, stati generali della sinistra e 7° Congresso di Rifondazione.
Il processo unitario non può che concludersi dopo gli stati generali della sinistra, che, se non vogliono essere una kermesse, devono essere preceduti dai congressi delle forze politiche, che si impegnano nel processo a meno di fare come con il PD che di fatto è stato creato prima dello scioglimento dei DS e della Margherita.
Con un congresso di Rifondazione fissato nel marzo del 2008 gli stati generali della sinistra non possono che essere un avvenimento mediatico in vista delle elezioni amministrative del maggio 2008 per tirare la volata alla liste unitarie di sinistra.
Sia ben chiaro che se il percorso è quello, alleanze e candidature saranno già state discusse prima nelle solite conventicole dei gruppi dirigenti. Se di contro gli stati generali della sinistra precedono i congressi delle formazioni politiche e le assemblee dei movimenti, vanno fatti entro l’anno. In un paio di mesi (fino al 20 ottobre c’è tempo solo per la mobilitazione organizzativa) non si compie alcun serio percorso di innovazione politico-culturale, tanto più quando mancano alcune premesse o precondizioni necessarie per iniziare il percorso.
A meno che ci si accontenti del mezzo Gramsci dell’ottimismo della volontà.
Quale è la platea cui si rivolge la proposta di percorso? È la cosiddetta sinistra radicale o rosso verde?
Si parte male, perché l’esclusione pregiudiziale dell’area che si riunisce sotto la Costituente Socialista più che un errore politico, è il segno di una debolezza di pensiero, cioè pensare che si possa individuare strategie per il futuro prescindendo dal quadro politico europeo.
Trovo ben strano che, dopo aver parlato e straparlato di globalizzazione, che è un fatto planetario, non si riesca a guardare almeno ad un orizzonte europeo.
La tentazione nazional-sciovinista, nel senso di orgoglio e difesa delle peculiarità del nostro sistema politico, è forte in Italia: basta pensare al PD. Il nome, che ha cominciato a circolare, della nuova formazione unitaria è “Sinistra Italiana”. Non si deve dire altro: il nome si commenta da solo.
In questa scelta nazional-elettoralistica (in fin dei conti si tratta di eleggere Consiglieri comunali e provinciali; ci si potrebbe obiettare) resta fuori il fatto che la sinistra in Europa significa PSE e partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti, sia pure non in via esclusiva, ci sono anche i partiti della Sinistra Europea ed altri, per lo più orfani del PCUS.
Appena l’ottica diventa europea, non si può ignorare le formazioni che al socialismo europeo fanno riferimento, perché ne sono membri, come il partito che uscirà dalla Costituente Socialista ovvero ne vogliono fare parte come Sinistra Democratica.
Per il bene della sinistra prossima ventura c’è da sperare che sia stata una scusabile distrazione del direttore di Rifondazione non aver dedicato un rigo alle conclusioni della Costituente Socialista e non una scelta di linea politica dettata dal Partito. Ha avuto più spazio la Brambilla e l’iniziativa della Lista Civica Nazionale. Eppure Liberazione ha pubblicato un editoriale di Ugo Intini: sarebbe stato interessante riferire ai propri lettori, che Intini le stesse cose ha detto, con maggiore forza e determinazione, ai suoi compagni socialisti.
Se l’esclusione a priori dal percorso preunitario fosse dettata da contingenze, sarebbe un errore ma, se fosse il retaggio di un giudizio storico-ideologico, sarebbe gravissimo e soprattutto del tutto incredibile l’innovazione politico-culturale.
Non si costruisce nessun socialismo del XXI secolo con gli occhiali dell’Internazionale Comunista, del Cominform e della Guerra Fredda.
C’è una pruderie della sinistra italiana rispetto al socialismo democratico, che è veramente singolare, tanto che all’estero ci si vergognerebbe. In Sinistra Europea solo sei partiti hanno nel loro nome l’aggettivo comunista, in quattro il riferimento è al socialismo o al socialismo democratico, tre sono genericamente di sinistra e due del lavoro.
Nei DS si era socialisti al di là delle Alpi ma non in Italia, la stessa schizofrenia alligna anche in tutti gli eredi del vecchio PCI?
In base al Preambolo ed all’art. 2 dello Statuto del Partito della Sinistra Europea, quello approvato nel maggio 2004 a Roma, l’adesione è consentita a partiti comunisti, socialisti, rossi verdi e democratici di sinistra o genericamente progressisti, purché ne condividano obiettivi e programmi.
La condivisione si verifica partecipando allo stesso percorso e non escludendo a priori l’area socialista-democratica.
L’assenza di un orizzonte europeo emerge anche da altri passaggi della Relazione conclusiva di Franco Giordano sia per cose dette che per quelle non dette. Non un passaggio è dedicato alla crisi istituzionale dell’Unione Europea dopo l’affossamento del Trattato per una Costituzione Europea, ai problemi dell’allargamento, che pure ha riflessi diretti su problemi come quello del popolo Rom e della massiccia presenza romena in Italia o sui processi di delocalizzazione.
Troviamo, invece, un enfatico riferimento alla “centralità della cultura mediterranea della pace”. Non si capisce quali siano i riferimenti concreti e/o i protagonisti o interlocutori di questa cultura: i regimi al governo, compresi quelli marocchini, libici, egiziani, tunisini e turchi ovvero i movimenti politici, includendo i Salafiti, i fronti islamici di salvezza, i fratelli musulmani, hamas, gli hezbollah, il partito greco nazionalista per la prima volta in parlamento. E Israele ed i partiti israeliani di sinistra dove stanno?
Probabilmente tutto quello che manca era nella relazione introduttiva, ma la relazione conclusiva è quella che dovrebbe contenere gli elementi topici e fondamentali. Se poi consideriamo il complesso costituito dal Mediterraneo e dal Mar Nero, lo scenario è ancora più inquietante.
Torniamo nel bel paese dell’abate Stoppani, dal momento che è questo il terreno di elezione.
Dovrebbe destare perplessità il filo rosso che secondo Rifondazione, anche per il PdCI, tiene insieme manifestazione del 20 ottobre e stati generali della sinistra. Giordano ammette che “dobbiamo vincere le resistenze, che ancora ci sono e che sono presenti altrove, non nel PRC”.
Invero, alcuni settori del suo partito e del PdCI sono interessati ad un progetto di “unità comunista”, che è altra cosa. Non è il miglior approccio ad una sinistra larga, plurale ed unita, che punti di vista diversi siano degradati a “resistenze da unire” o in altro passo “resistenze da battere politicamente”: compagni di viaggio che vanno più piano o in altre direzioni?
Chi con serie motivazioni politiche ha deciso di non aderire alla manifestazione del 20 ottobre, putacaso perché più in sintonia con la maggioranza della CGIL che con quella della FIOM, dovrà o saltare sul treno dell’unità della sinistra in corsa ovvero gettarsi sotto le ruote per impedirne la partenza.
Tutti i partecipanti ai Forum Sociali Mondiali sono rimasti impressionati ed arricchiti da quella esperienza, che però è irriproducibile se si deve deliberare e darsi uno stabile assetto organizzativo. In Italia si dovranno fare programmi politici amministrativi, confezionare liste (addirittura con il rischio di elezioni politiche anticipate), progettare una forma diversa del partito tradizionale, non di immaginare un mondo migliore. Nella diagnosi delle cause della crisi della sinistra metterei non tanto la frammentazione, ma il settarismo che ne è la causa.
Non si può parlare di crisi della sinistra senza mettere sul piatto la responsabilità dei gruppi dirigenti di tutti i partiti della sinistra, cominciando dal PCI e dal PSI del Fronte Popolare per arrivare ad oggi.
Se la sinistra italiana è una delle più deboli d’Europa, la sua separazione dalle correnti maggioritarie della sinistra europea, un qualche ruolo lo avrà giocato.
Una sinistra larga, plurale e innovativa ha bisogno di un linguaggio e di concetti, che includano e ne allarghino l’area di influenza.
Su un punto c’è un accordo di fondo, c’è il rischio che in Italia il mondo del lavoro non abbia un interlocutore politico, caso unico in Europa. La centralità del lavoro non si discute per chi intenda collocarsi a sinistra, ma la sinistra non può esaurirsi nel rapporto con i lavoratori dipendenti, come fossero il proletariato d’antan, di cui il partito è l’avanguardia cosciente.
Accanto ai lavoratori, anzi in un sistema democratico, al di sopra ci sono i cittadini. La crisi della democrazia tende a spezzare l’unità del cittadino come soggetto politico in funzioni per cui è prima di tutto consumatore, poi utente dei servizi pubblici per diventare un cliente con la privatizzazione.
La degenerazione della applicazione della normativa sul diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali è davanti agli occhi di tutti. La legge aveva la sua ispirazione nel bilanciamento di diritti costituzionalmente protetti, cioè il diritto di sciopero con il diritto del cittadino alla libertà di movimento, alla salute ed alla sicurezza. Negli ultimi anni il diritto del lavoratore di scioperare è sempre più postergato a quello delle aziende nell’interesse dei loro clienti.
Bisogna ridare potere ai cittadini, ai cittadini deve rispondere la rappresentanza non soltanto ai lavoratori. Dice Giordano “i lavoratori devono tornare ad essere padroni del proprio tempo di vita”. Giusto! Ancora più giusto se questa affermazione la si estende a tutte le persone. Non si è padroni dei propri tempi di vista se l’organizzazione della produzione non ne tiene conto, ma si è espropriati del proprio tempo di vita se la pubblica amministrazione è inefficiente, se devi aspettare mesi per essere curato, se la scuola non è all’altezza delle necessità formative (in tal caso addirittura ti impedisce di essere padrone dei tuoi tempi di vita dopo il titolo di studio). Non sei padrone dei tuoi tempi di vita, neppure se un fisco ingiusto applica ai redditi di lavoro aliquote più alte che alle rendite finanziarie e così ti impedisce di dedicare una parte più alta del tuo reddito al soddisfacimento dei tuoi interessi, anche individuali, ed allo sviluppo pieno della tua personalità e al perseguimento della propria felicità.
Una sinistra, quale che sia, non esiste come tale se non aggiorna e sviluppa una critica al capitalismo contemporaneo.
Nella pubblicazione per i 100 anni della Fabian Society un’affermazione colpiva più di altre: “Per il socialismo devono parlare i fatti”, cioè l’analisi della società concreta nella quale si vive e le ingiustizie che vengono perpetrate.
Sul socialismo nel XXI secolo dobbiamo convincere la maggioranza dei cittadini, dal momento che abbiamo tutti condannato la violenza per la conquista e la gestione del potere.
Dunque, partiamo dalla critica del capitalismo contemporaneo e non da una pregiudiziale anticapitalistica.
Quando il movimento operaio e socialista aveva una idea chiara e semplice di società socialista, l’anticapitalismo era connaturato. Adesso non abbiamo un modello di società socialista da contrapporre a quella capitalistica. Sulla base del fallimento degli esempi storici, possiamo al massimo dire cosa non deve essere. Con umiltà e pazienza ricominciamo a studiare insieme, a confrontarci, a darci degli obiettivi comuni in tema di libertà, ambiente, lavoro e, al limite, litighiamo sulle differenti strategie per conseguire gli obiettivi comuni.
La crisi della sinistra italiana è profonda, superarla non consente scorciatoie. Accelerazioni ed improvvisazioni servono solo ai gruppi dirigenti autoreferenziali delle formazioni esistenti, alle loro posizioni di potere e rendite di posizione, quando non semplicemente al loro narcisismo mediatico.
Una sinistra nuova è multiculturale per necessità. Se il mondo è la nostra patria, una affermazione di Giordano “una sinistra nuova non può non fondarsi sulla cultura mediterranea” è limitante se non fuorviante, a meno che non si faccia un bel polpettone giudeo-cristiano, greco-romano ed arabo-islamico.
Preoccupano il mantenimento del referendum tra gli iscritti sulla partecipazione al governo, non perché non sia legittimo interrogarsi, anzi è un segno di abbandono di un modulo leninista del partito, ma perché cosa dovrebbero decidere sul punto gli stati generali della sinistra?
Il mantenimento della propria “autonomia politica ed organizzativa” è una scelta di Rifondazione, che comporta necessariamente lo stesso mantenimento da parte degli altri soggetti, sarà quindi apprezzata la scelta della Costituente Socialista e di Sinistra Democratica.
Un’unità vera non si fa tagliando radici e memorie per consentire una rapida rimozione, come hanno fatto i DS con la loro storia, ma allora è ancor più contraddittorio che si accelerino i tempi, prima che si metabolizzino i diversi apporti.
Se si faranno scelte, è possibile che qualcuno non ci stia, si perderà per strada, ma non si può tagliare nessun ramo in partenza.
Altrimenti è meglio non parlare più di processi culturali o cultural-politici, facciamo, piuttosto, una bellissima grande festa. Se si sventoleranno bandiere con il sottofondo musicale di guantanamera e degli Inti Illimani, con una banda che suona Bandiera Rossa e l’Internazionale, stiamo sicuri che la maggioranza sarà commossa e a molti spunteranno anche le lacrime.

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Continua il dibattito intorno al libro di Giuseppe Muscardini

Marte o
dell'empietà

Cultura e senso estetico per allontanare le stupidità della guerra

di Andrea Nascimbeni

II verbo leggere non sopporta l'imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo “amare”… il verbo “sognare, scrive Daniel Pennac in Come un romanzo. I libri non sono stati scritti perché… i giovani li commentino, ma perché, se ne hanno voglia, li leggano. Gli esseri umani sono congegnati in modo da provare piacere, desiderio, passione, solo spontaneamente, e non si può essere spontanei a comando.
Pensavo a questo mentre leggevo – con sommo piacere, poi dirò perché – L’empietà di Marte, una silloge di dodici saggi pubblicati su riviste specializzate, italiane ed estere, che ora l’autore, Giuseppe Muscardini, raccoglie per i tipi di un editore svizzero, Tragelaphos.
Muscardini, membro attivo dell’Associazione Svizzera dei Giornalisti Specializzati, non ha bisogno di presentazioni, ma per i distratti dico che é narratore e saggista: ha esordito nel 1987 con il romanzo L’abbraccio dei forti, Firenze Libri, e da allora ha messo a segno un mix calibrato ed azzeccato di romanzi e saggistica, quest’ultima degnamente pubblicata in riviste quali «Nuova Antologia», «Italianistica», «Filologia e critica», «Belfagor», «IBC», solo per limitarci (molto) alle italiane: «Chroniques Italiennes» – prestigiosa rivista della Sorbona -, «L’avvenire dei lavoratori», «La Regione Ticino», «Il Grigione Italiano», per completare con alcune estere.
Uno scrittore di vaglia, dunque, in cui la “forma” improntata ad uno stile alto non indugia mai all’esercizio sterile e noioso di tanti scribacchini che si esibiscono nel sogno vacuo di assurgere a fregiarsi del titolo solo perchè tengono la penna (o il mouse) in mano; al contrario, la sua è sempre animata da alte idealità. La sensazione che si prova leggendo i suoi scritti è paragonabile all’incanto che ci pervade quando, lasciata la mefitica aria di pianura, ammorbata da scarichi d’ogni sorta, assaporiamo la limpidezza, la freschezza, il ristoro di una sana passeggiata tra i boschi o le vette alpine e torniamo a respirare.

E veniamo al titolo: in cosa consiste questa empietà di Marte, dove è chiaro che Ares viene chiamato in causa in quanto “dio della guerra”. Già il sottotitolo risulta chiarificatore: “elogio dei giovani che ripudiano la guerra”. Una maggiore conoscenza della storia, della letteratura, dell’arte da parte dei nostri seminatori di terrore, o di quanti concordano con l’inevitabilità della guerra, servirebbe ad infondere dubbi (…) e conseguenti certezze. Le ragioni della stupidità della guerra apparirebbero palesi, indiscusse, se solo i seminatori conoscessero gli intimi significati della fascia superiore del mese di aprile dell’affresco di Schifanoia, dove Marte è soggiogato e incatenato da una splendida Venere che porta sul capo una ghirlanda di fiori, chiarisce l’autore nella premessa.
Dunque cultura e senso estetico quale “presidio morale” contro le insane follie che ieri come oggi – ma ora assai più pericolose – nutrono coloro che pensano se io ho più armi, sono più forte di te, prendendosi anche la libertà di usarle. In Storia di un dono d’arte e di insanabili ferite il Nostro ci parla con saputa maestria e vibrante lirismo della donazione fatta nel luglio 2005 da Karim Aga Kahn al Kunsthaus di Zurigo per ricordare la figlia Zahra scomparsa di recente. Il dono consiste in una preziosa tempera su tavola di scuola ferrarese raffigurante San Sebastiano e databile attorno al 1475. Le frecce conficcate nella carne dell’eroe si associano al supplizio di chi le riceve e alla pena di chi perde la persona amata.
Altra icona della devastazione della guerra, è la madre che piange il figlio morto e che si lega necessariamente all’iconografia religiosa, con Maria china sul Cristo defunto, come nel Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca o in quello di Guido Mazzoni: una lettura che l’autore compie spaziando, tanto in letteratura, da Jacopone da Todi a Corrado Govoni, quanto in arte, da Giotto a Giovanni Bellini. La speranza di Muscardini è che anche dietro le convinzioni storico artistiche, quelle che ci inducono a soffermarci su un’opera, una scultura o un quadro, alberghi l’idea di una civile convivenza tra uomini di diverse confessioni (…), senza il fanatismo di chi oggi ritiene doveroso immolarsi in nome di Dio, uccidendo col suo gesto suicida degli innocenti (p.17).

*) Andrea Nascimbeni è funzionario dell’Ufficio Cultura della Fondazione Carife. Collaboratore della rivista «Voci di una città», è autore di diversi saggi di carattere storico, fra cui I Monti di Pietà tra teologia e storia, pubblicato nel volume di Alfredo Santini Etica, banca, territorio: il Monte di Pietà, Milano, Federico Motta Editore, 2005.

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Intervista a Franco Narducci
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Fuga di cervelli
andata e ritorno
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Il Rapporto “Italiani nel mondo” e la diaspora dei nostri ricercatori. Previsto per questa settimana l’insediamento del Comitato della Camera per gli Italiani all’estero. “Nel mondo c’è un’Italia delle nuove professioni che è consapevole della propria forza, ma vi sono anche gli anziani che soffrono”
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di Goffredo Morgia *)
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ROMA- L’analisi di un fenomeno dinamico e variegato come l’emigrazione italiana rappresenta una sfida di estrema complessità. Dare una visione d’insieme a questa realtà dai mille volti, che presenta diversi mix culturali, etnici e sociali, non è facile. Dall’anno scorso questo difficile lavoro di monitoraggio viene portato avanti dalla Fondazione Migrantes che, insieme a Acli, Inas Cisl, Mcl e Missionari Scalabriniani, pubblica il Rapporto “Italiani nel mondo”. Una ricerca a tutto tondo che tenta di andare oltre alla semplice analisi statistica del fenomeno e offre numerose chiavi di lettura. Partendo dalla visione d’insieme sulle comunità offerta dal Rapporto abbiamo rivolto alcune domande al deputato eletto in Europa Franco Narducci, presidente del Comitato parlamentare per gli Italiani all’estero.
– La seconda edizione del Rapporto “Italiani nel mondo” fornisce agli addetti ai lavori dell’emigrazione italiana nuove indicazioni su di un fenomeno che è per sua natura in continua evoluzione. Quale quadro d’insieme delle nostre comunità viene disegnato dalle tante voci della ricerca?
– Il Rapporto ha avviato una prassi che ci consente di fotografare con strumenti scientifici la realtà italiana all’estero ed è fondamentale che questa iniziativa abbia una sua continuità. Dall’indagine emerge un’Italia all’estero delle nuove professioni che è anche consapevole della sua forza, del suo nuovo protagonismo e del fatto di essere spesso integrata in società molto avanzate dal punto di vista della partecipazione, dei modelli cultuali e per quanto riguarda i riferimenti economici e sociali. Dal Rapporto traspare anche un’Italia che soffre, fatta dagli anziani delle prime generazioni e dai connazionali che vivono in paesi dove l’economia ha vissuto momenti di crisi e deve ancora recuperare molto. Emerge inoltre l’Italia dei nuovi flussi migratori, dove troviamo soprattutto giovani ricercatori e tecnici qualificati che vanno all’estero con un bagaglio e una consapevolezza nuova. I ricercatori e i manager che lasciano l’Italia si muovono rispetto alle opportunità che vengono offerte. Quindi questo da una parte ci dà la conferma che il tanto vituperato sistema universitario italiano funziona, dall’altra però abbiamo la riprova della mancanza di opportunità per chi viene formato dai nostri atenei. Presso le Istituzioni monetarie europee di Francoforte vi sono, ad esempio, molte figure professionali italiane di alto livello che hanno studiato nel nostro paese ma non vi hanno trovato opportunità. Allora veramente ci deve essere un impegno forte per promuovere maggiori investimenti in favore della ricerca, senza dimenticare che in questo settore servono anche salde sinergie fra mondo istituzionale e industria privata. Non c’è dunque molto da inventare, ma bisogna soprattutto fare.
– Lei presiede il Comitato della Camera per gli italiani all’estero. Un organo collegiale che affronterà le principali problematiche delle nostre comunità. La diaspora dei ricercatori italiani sarà discussa anche in ambito parlamentare?
– Nei Comitati per gli Italiani all’estero della Camera e del Senato si parlerà sicuramente dei ricercatori nel mondo. E’ comunque importante recuperare in questo campo le iniziative che erano state portate avanti nel 2000, nell’ambito della Conferenza mondiale degli italiani nel mondo, e che furono rilanciate dall’allora ministro Mirko Tremaglia. Penso che vada ripresa quell’opera e bisogna veramente ricreare il circuito delle conoscenze e degli scambi. I ricercatori affermati non torneranno in Italia, di questo dobbiamo essere coscienti, ma i nostri studiosi che vivono negli Stati Uniti, in Germania o in Inghilterra possono sicuramente dare un contributo importante a chi fa ricerca in Italia. Un circuito che evidentemente esiste già, ma che noi vorremmo caratterizzare sul versante del rapporto fra Italia e ricercatori italiani nel mondo.
– Ma, oltre alla questione dei ricercatori, quali saranno gli obiettivi e le priorità programmatiche del Comitato da lei presieduto?
– Il Comitato della Camera dovrà presto muoversi sul fronte delle riforme legislative. Non bisogna però dimenticare che questo organismo, che io sono stato chiamato a presiedere, è stato nominato soltanto il 31 luglio e quindi ha dovuto subire un ritardo sui lavori imposto dal mese estivo di inattività. Fra pochi giorni il Comitato sarà ufficialmente insediato, dopo di che verrà elaborata una base programmatica su cui lavorare. Certamente non vi sarà bisogno di inventare delle tematiche perché queste esistono. Tra i problemi da trattare, oltre ai diritti di cittadinanza, vi è la priorità assoluta, proprio in termini di servizi generali, del rilancio della rete consolare all’estero. Un vero e proprio nervo scoperto.
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*) Goffredo Morgia – (c) Inform

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Riceviamo e volentieri segnaliamo

LEO VALIANI
GLI ANNI DELLA
FORMAZIONE

Tra socialismo, comunismo e rivoluzione democratica di Andrea Ricciardi *)

Il volume descrive il percorso politico e personale compiuto da Leo Valiani negli anni giovanili: dall’adolescenza al confino, dal carcere all’esilio parigino, dall’internamento a Vernet alla fuga in Messico. Negli anni Venti e Trenta, egli è già in prima linea nella lotta contro il fascismo e vive la politica come un’autentica missione dai forti contenuti etici.
La ricerca di Andrea Ricciardi segue l’iter che porta Valiani prima a aderire idealmente al socialismo, poi al Pcdi e infine a mettere in discussione la linea politica dell’Internazionale comunista e, con essa, l’intero impianto del marxismo-leninismo a vantaggio di una concezione democratico-radicale della rivoluzione antifascista, fino all’ingresso in Giustizia e Libertà nel 1940.

Quella del giovane Valiani è una battaglia non priva di violente sterzate, contraddizioni e incertezze, tanto coraggiosa e intransigente quanto intimamente lacerante, che forgia le capacità del futuro dirigente della Resistenza e le consapevolezze dell’intellettuale maturo.
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*) Andrea Ricciardi, dottore di ricerca in Storia contemporanea, lavora presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università degli studi di Milano. Si occupa prevalentemente di storia politica e collabora da tempo con riviste come “Il Ponte” e gli “Annali della Fondazione La Malfa”. E’ stato autore e curatore, con G. Scirocco, di Per una società diversamente ricca. Scritti in onore di Riccardo Lombardi (Roma 2004). Ha curato inoltre il volume autobiografico di G. Giugni La memoria di un riformista (Bologna 2007).
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Andrea Ricciardi – LEO VALIANI. GLI ANNI DELLA FORMAZIONE. Tra socialismo, comunismo e rivoluzione democratica – Milano, FrancoAngeli, 2007, pp. 313
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Lettera

VISCO BERSAGLIATO
PERCHÈ COMBATTE L'EVASIONE

Il dibattito che si è svolto nell'aula del Senato ha evidenziato un chiaro fatto politico: il viceministro Visco è un bersaglio del centrodestra per il suo impegno contro l'evasione e l'elusione fiscale. Nessuno può negare che su questo fronte sono stati ottenuti notevoli risultati e che il ministro del Tesoro, gli operatori del ministero e il viceministro Visco hanno condotto con testardaggine un'azione costante contro l'evasione, parallelamente all'impegno nell'instaurare un rapporto costruttivo con i contribuenti. Questo evidentemente a qualcuno non piace.
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sen. Giorgio Benvenuto, Roma

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Conferenza stampa

Si è tenuta oggi presso la sala “Ezio Canonica” del Cooperativo di Zurigo una conferenza stampa sul futuro del leggendario locale dell'emigrazione italiana e della sinistra zurighese. All' incontro hanno preso la parola Mario Barino (Stiftung Mario und Hélène Comensoli, Zurigo), Felice Besostri (Circolo La Riforma, Milano); Christa Bindella (Bindella Terra Vita Vite AG, Zurigo); Andrea Ermano (Editrice ADL, Zurigo), Alfred Hog (Waldmann Verwaltungs und Bau AG, Zurigo); Vreni Hubmann (Amici del Coopi, nella foto).

La parlamentare socialista Vreni Hubmann (presidente dell'associazione Amici del Coopi)
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Tra le maggiori testate giornalistiche presenti: radio DRS 1, radio DRS 3, Neue Zürcher Zeitung, Tages Anzeiger, PS, La Rivista, Agorà, Agenzia telegrafica svizzera.
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Incontri letterari
del Cooperativo

a cura di Franco Facchini e Pietro De Marchi
in collaborazione con la Società Dante Alighieri di Zurigo

Silvana
Lattmann

Martedì, 23 ottobre 2007, ore 19.00

Silvana Abruzzese Lattmann, originaria di Napoli, dal 1954 è cittadina svizzera e abita a Zurigo. Ha ricevuto il Premio Schiller nel 1983, 1984 e 1997. Tra l'altro ha pubblicato: La favola del poeta, della principessa, della parola e del gerundio (Casagrande, Bellinzona, 1989) , La vecchia signora e il Brünig-Bahn (Landi 89 Verkehrshaus Luzern, 1989), Deianira (Casagrande, Bellinzona, 1997), Brunngasse 8 (Zurigo, 2001), Quindici poesie. Almanacco dello specchio (Mondadori, Milano, 1978), Le storie di Ariano (Nuove edizioni Vallecchi, Firenze, 1980), Fessura (Casagrande, Bellinzona, 1983), Assolo per tromba in fa maggiore (Casagrande, Bellinzona, 1985), Il viaggio (Casagrande, Bellinzona, 1987), Malâkut. (Ed. All`insegna del pesce d`oro di Vanni Scheiwiller, Milano, 1996), Signa. Sette poesie (Firenze, 1996), Incontri-Encounters (Ed. di Vanni Scheiwiller, Milano, 1998), Da solstizio a equinozio (Ed. Interlinea, Novara, 2001)

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Sostenere L'ADL,
sì, ma come?
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L'editrice L'Avvenire dei lavoratori si regge sull'autofinanziamento. Fa parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che opera nell'emigrazione italiana dal 1905 senza fini di lucro e che nel 1941, dopo l'occupazione nazista di Parigi, fu sede del “Centro estero socialista”.

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