Nuovo appuntamento con le primarie domani, 14 ottobre 2007. Tutti i cittadini che abbiano compiuto i 16 anni, italiani all’estero, europei con residenza in Italia, o di un altro paese con permesso di soggiorno in Italia, sono invitati a scegliere il leader del nuovo Partito Democratico, che nasce con l’intento di mettere d’accordo tutti i politici dell’Unione sulle modalità di governo dell’Italia nei prossimi trent’anni. Costo per l’esercizio della democrazia? Un euro. Si aprono le scommesse: Veltroni è dato 1 a 1, la Bindi e Letta 1000 a 1, al contrario di Mario Adinolfi, Pier Giorgio Gawronski e Jacopo Gavazzoli Schettini per i quali non c’è posto sulla schedina.

Walter Veltroni, sindaco di Roma, ha già comunicato che non lascerà la fascia “in caso di” vittoria. Di lui tutti gli italiani conoscono le opinioni, dato che il suo parere su qualunque tema ha il terzo posto subito dopo gli interventi di maggioranza e opposizione, quasi come se il sindaco della capitale avesse il dovere di rendere noti tutti i propri punti di vista. Già, perché le primarie non sono come le normali elezioni, la par condicio non è garantita. Premesso ciò, nella sua campagna, ha decretato quali saranno le urgenze del PD se a guidarlo sarà lui: riforma della politica a tutti i livelli, a partire dai costi, dalla riduzione del numero di parlamentari (già avviata alla Camera) e di ministri, fino alla modifica della legge elettorale. Il Pd sarà, a suo parere, in continuità con l’operato del governo Prodi, per dare vita a un cambiamento forte e libero da ideologismi in grado di dare risposte alle domande dei cittadini. Un po’ contrastanti i presupposti, in pratica nulla di nuovo: stessa gente, stesse idee, stessi programmi e ben tre liste “Democratici con Veltroni”, “Con Veltroni. Ambiente, Innovazione e lavoro” e “A sinistra per Veltroni”.
Dice il saggio Walter: «Chi è in basso deve poter salire. Chi vuol cambiare deve poterlo fare. Deve avere la speranza e le opportunità per farlo», pensando a un partito aperto ai giovani.
E ce li abbiamo i giovani: Enrico Letta che da vero giovane, agendo d’istinto e con passione, ha scelto di candidarsi anche senza il sostegno del suo partito. Già a 25 anni era presidente dei Giovani del Partito Popolare europeo. Nel 1998 a 32 anni è il più giovane ministro della storia della Repubblica. Attualmente è sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Delle sue opinioni si sa un po’ meno, purtroppo: libertà, chiarezza e trasparenza alla base del suo programma per un Pd che nasce per fare più forte il governo Prodi, che dovrà essere un partito delle autonomie con i piedi incardinati sul territorio, per il quale la provincia sarà riconosciuta come tessuto vitale della società. Anche qui un po’ di controtendenza con le discussioni che animano i salotti televisivi: province sì o province no. Pd, quindi, partito europeista e atlantico, con al centro il cittadino consumatore e la libertà di impresa che non dimentica le infrastrutture e il recupero dell'evasione, con meno tasse. Grandi investimenti per le energie rinnovabili al Sud, e conciliazione tra lavoro femminile e maternità.
Donne? Eccoci a Rosy Bindi, per una politica nuova, un nuovo partito plurale, sintesi tra culture e punti di vista diversi; costruito sulla base della partecipazione, con una militanza e un radicamento nel territorio nazionale e che riconosca il valore delle autonomie locali.
Nei suoi progetti, il Pd dovrà fare scuola ed essere casa, nel sostegno forte e convinto al Governo Prodi, nel rispetto dell'attuale maggioranza. L’attuale ministro per la Famiglia vede un partito che guardi allo sviluppo sostenibile per i giovani, i poveri, i fragili e i bambini, che rimuova vincoli strutturali e faccia crescere la rete dei servizi per le imprese. La Bindi guarda alla riforma degli ammortizzatori sociali e agli investimenti nel capitale umano delle donne. «Partito di legalità, di pace e di donne, per dare risposte concrete alla crisi della democrazia».
Ad ogni modo, ogni candidato, con le proprie liste, ha un suo programma sul Partito Democratico che verrà. Riparte, quindi, la corsa alle poltrone. Ma non doveva essere un partito che univa?

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