Parlarsi addosso.

Apro la mia lettera con queste parole perché, sinceramente, non so più con chi parlare o a chi rivolgere alcune riflessioni e domande. Spero che il contenuto di questa lettera riceverà attenzione per stimolare riflessioni e risposte in chi, a destra come a sinistra, abbia ancora voglia di confrontarsi e cercare soluzioni ai problemi.

Non intendo sfuggire alle attente riflessioni (e sono lieto che di sfide “intellettuali” di questo tipo esistono ancora) di coloro i quali solo chi non capisce la cultura del confronto ama definire miei detrattori. E’ vero che Leonardo Kosarew, Claudio Lizzola e Luigi Ferretti sono avversari politici e, in quanto tali, non perdono occasione per approfittare di un mio eventuale scivolone politico o verbale, ma è anche vero che apprezzo molto di più il loro intervenire, spesso accompagnato o preceduto da una telefonata o da una e-mail personale, rispetto al fragoroso silenzio dei miei compagni di cordata dai quali, invece, non arriva una sola parola di sostegno alle mie “sparate”. Fatte salve le troppo rare eccezioni, quando cerco di dire la verità sulla pena della situazione consolare, quando mi macchio del reato di lesa maestà, spronando il nostro Governo a fare di più, quando ripeto che se non otteniamo risultati la responsabilità è tutta nostra perché non riusciamo a fare gruppo, buttando così via questa occasione unica, in risposta ricevo solo silenzio.

E allora cari Ferretti, Kosarew e Lizzola, cosa volete che importi se, come sembra, ho detto “meglio 100 anni di sacrifici per i nostri connazionali all’estero che restituire il Governo a Berlusconi”. Seppure fosse vero ciò che ho affermato (a me però risulta, o meglio, risulterebbe, di aver dichiarato dieci anni e non cento, ma questo dettaglio non cambierebbe la sostanza della mia affermazione) non ho problemi a riconoscere che ho detto una sciocchezza che nelle intenzioni voleva essere una paradossale provocazione. Voi sapete che io non amo l’idea di affidare nuovamente il governo del nostro Paese al Cavaliere. nemmeno per un giorno ma, e qui sta il mio dolore, ho timore di vedere naufragare di fronte al muro del Palazzo della politica, e degli interessi personali, la speranza di realizzare i nostri sogni, di dare cioè risposte concrete agli italiani che vivono all’estero i quali, questa è la verità, sono stati dimenticati da tutti i governi che si sono succeduti negli anni. Adesso nel sottoscala del Palazzo della politica ci siamo anche noi, i deputati eletti all’estero. Personalmente mi sarei accontentato anche di uno strapuntino, purché da quello strapuntino avessi potuto levare la mia voce. Non che non abbia potuto esprimere le mie opinioni, ma è stato come parlare nel deserto, avendo avuto come interlocutore la montagna della politica, quel “mostro” che si autoalimenta chi sa come, che continua a vivere, a dividersi, a moltiplicarsi, a ricompattarsi, in un gioco che si protrae all’infinito che non ha nulla, ma proprio nulla, a che fare con i problemi reali dei cittadini: non è la gente che si è allontanata dalla politica, ma il contrario.
In un clima di preoccupante disaffezione nei confronti delle istituzioni è nato il germoglio del Partito Democratico. Se ci credo? Certo che si, ma meglio sarebbe dire “ci spero”.

Mi sono commosso fino alle lacrime quando, al Congresso di scioglimento dei Ds, ho sentito parlare di democrazia che parte dalla base, di speranza nel futuro, di nuovi sorrisi, di pari opportunità, di asili nido, di lotta al precariato. Il mio auspicio più profondo è che tutto questo si avveri. Intanto però mi chiedo: è mai possibile che, non appena entrati anche noi nel Palazzo della politica ci siamo subito, per così dire, “istituzionalizzati”?
Dobbiamo stare attenti a non muovere critiche al Governo? dobbiamo accettare adesso come buone quelle logiche che noi definivamo perverse e contro le quali lottavamo quando eravamo all’opposizione? Ma non esistono logiche di Governo, vincoli di bilancio o altro, che mi faranno accettare di aver abbandonato la lotta per dare forza di legge alla nostra (di quando eravamo all’opposizione) richiesta di riconoscere un “assegno di solidarietà” ai nostri connazionali residenti all’estero in condizione di indigenza. Si è pensato, invece, di continuare con quella forma di assistenza diretta che umilia i nostri connazionali “poveri”, costretti alla questua presso i Consolati e alla mercé di chi è preposto a decidere. Non si è ancora affermata la differenza fra l’atto dovuto della solidarietà, che ha forza di legge, e l’assistenzialismo, che sa tanto di carità confessionale.
Si, caro Ferretti, il “re e’ nudo” davvero. Quale attenzione sociale e quale desiderio di risolvere alla radice i problemi c’è nella perversa presa in giro di coloro i quali si affrettano a inventare nuovi piccoli Partiti – ovviamente non parlo del PD -, che non servono e non serviranno a nessuno, se non a chi li inventa per crearsi un nuovo piccolo impero e territorio di caccia, per vedersi assegnati fondi, nuovi giornali e un manipolo di tre o quattro parlamentari pronti solo a ricattare il Governo?

E allora, cosa fare? Gettare la spugna, come mi invita a non fare Kosarew dicendo che non è un mio diritto tirarmi propositiva? Bene, caro Kosarew, non è mia intenzione gettare la spugna: continuerò a lottare e a denunciare. Io non posso salvare il mondo intero, e non lo possono fare neppure i miei colleghi eletti all’estero ma potevamo, e forse possiamo ancora, salvare il nostro piccolo mondo degli italiani all’estero. In sei mesi, uniti, avremmo potuto portare a casa tutto o quasi. E continuerò a lottare perché credo negli uomini e in un mondo dove regna l’equilibrio della ragione e della giustizia sociale. Questo non è il sogno di un irriducibile romantico, ma il mondo e la realtà di chi crede che, quando è doveroso, si possa ancora dire “no”.
Ho sbagliato a dire che sarebbero meglio dieci anni, o cento, di sofferenza piuttosto che riconsegnare il Governo nelle mani di Silvio Berlusconi. Mi correggo dicendo, e questa volta lo scrivo per non lasciare alcun dubbio, che se il Governo di centro-sinistra cadrà, dopo, il nostro sogno non avremo più tempo per realizzarlo, perché il centro-destra governerà per almeno 20 anni, grazie anche alla propensione dei partiti della cosiddetta sinistra radicale a respirare e vivere meglio in ambiente di opposizione piuttosto che di governo. E quanto, a quel punto, dovremo ancora aspettare per vedere risolti i problemi storici della “questione emigrazione”?
Il mio impegno era, è e sarà di non rimandare a domani ciò che può essere fatto oggi: seguendo questo principio continuerò a improntare tutto il mio lavoro.

On. Gino Bucchino
Camera dei Deputati
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