di Anna C. Orlandi

Gli immigrati dietro le sbarre sono circa il 41% del totale della popolazione carceraria

Rumore di chiavistelli, poi le sbarre scorrono dietro le spalle. La porta della cella viene chiusa e la vita “normale” della persona detenuta viene annullata. Da quel momento è un numero nella marea di detenuti che popolano le affollatissime prigioni dei nostri giorni. Lo aspettano una quotidianità fatta di spazi angusti, poche uscite all’aria aperta, un taglio netto con la realtà circostante e lo scontrarsi con quanto caratterizza questo mondo circoscritto: isolamento, aggressività, violenza e paura.
La situazione delle carceri rappresenta per la Grecia, come per l’Italia, una zona d’ombra, spesso oggetto di articoli sui giornali e soprattutto nel mirino delle raccomandazioni da parte del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura, delle pene e dei comportamenti inumani (CPT), istituito nel 1988, grazie all’entrata in vigore della Convenzione Europea per la prevenzione della Tortura (1987). Il Comitato – composto da persone di riconosciuta competenza nel campo della tutela dei diritti umani – ha come obiettivo la prevenzione di comportamenti inumani ed a tale proposito effettua visite periodiche nei penitenziari e nei centri di detenzione degli Stati Europei firmatari, dove ha “libero accesso” per verificare i metodi di detenzione, il rispetto della integrità fisica e la tutela dei diritti delle persone detenute. Il CPT ha visitato la Grecia nel 2001, nel 2005 e nei primi mesi del 2007, redigendo ogni volta un Rapporto e dando indicazioni “vincolanti” per il miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti. Nell’ultimo Rapporto disponibile del CPT, quello del 2005, il Comitato aveva espresso preoccupazione per le condizioni materiali di detenzione, per l’elevato numero di detenuti presenti per cella, per la mancanza di strutture igieniche appropriate e per la scarsa formazione del personale penitenziario. Inoltre il CPT aveva raccolto informazioni circa maltrattamenti e uso della forza da parte del personale carcerario – in particolare nel carcere di Korydallos – e di conseguenza aveva espressamente richiesto che fossero avviati procedimenti disciplinari e applicata “tolleranza zero” verso i comportamenti inumani.
La risposta del governo, alle osservazioni del Comitato, è stata puntuale, ma il sovraffollamento e la mancanza di nuovi istituti di detenzione non aiutano al miglioramento delle condizioni carcerarie e Amnesty International continua a riscontrare il mancato rispetto dei diritti umani dei detenuti. Attualmente la popolazione carceraria è di circa 10.113 detenuti, di cui il 5,7% donne e il 4,3% giovani, a fronte di 30 istituti di detenzione, con una capacità di accoglienza di soli 8.019 detenuti e quindi con un livello di sovraffollamento pari al 126% ( Prison Brief for Greece – International Centre for Prisons Studies, dati relativi a fine settembre 2006). A contribuire all’aumento della popolazione carceraria in questi anni vi è stato l’abbondante flusso di immigrazione che ha investito la Grecia, quale paese di grande affluenza migratoria: oggi, infatti, gli stranieri presenti nelle carceri greche sono circa il 41% del totale della popolazione carceraria.
Gli italiani presenti nelle case dei detenzione greche sono attualmente tredici, di cui otto arrestati solo quest’anno, fermati principalmente durante il periodo estivo, nelle isole e nei porti di maggiore affluenza turistica (Mikonos, Samos, Corfù, Igumenitsa). I reati a loro confutati vanno dal traffico di droga al furto di reperti archeologici, per cui oggi in Grecia sono previste pene molto pesanti. Una volta fermati, in caso di arresto in flagranza di reato – trattandosi di persone non residenti in Grecia – passano per direttissima in giudizio preliminare davanti ad un procuratore, il quale valuta la gravità del reato e la conseguente procedura giudiziaria. «L’impatto con il fermo di polizia è inevitabilmente scioccante – sottolinea l’Avvocato Georgios Assimakis, legale di fiducia del Consolato Italiano di Atene – spesso si tratta di giovani che non si rendono conto della gravità del fatto commesso. Arrivano in Grecia, affascinati e coinvolti dal ritmo vacanziero e pensano sia loro tutto permesso: ma si scordano che la Grecia è un Paese europeo, ha un sistema giuridico molto rigido, con leggi ben definite, che sono applicate e vanno rispettate. In particolare per il furto di reperti archeologici le pene previste sono pesantissime, cosa che non viene assolutamente valutata da chi compie il reato. Una volta arrestati – continua l’Avvocato Assimakis – il primo problema che gli si pone è la difficoltà di comunicazione. Non conoscono la lingua, questo li fa sentire subito molto isolati e li sprofonda in uno stato ansioso, che non li aiuta. La rete consolare onoraria interviene immediatamente, risponde alle esigenze più urgenti, avvisa i familiari in Italia, segue l’avvio della procedura di assistenza legale; ma certamente i tempi sono lunghi e questo è difficile da sopportare per chi è lontano dal proprio paese e per giunta in carcere».
Anna C. Orlandi

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