Si votavano 47 articoli del Decreto fiscale collegato alla manovra finanziaria. Lasciamo stare che durante la mattinata, il governo è andato sotto ripetutamente, ma in serata, dopo la riunione dei Capi gruppo, la maggioranza ha deciso di non porre la questione di fiducia. Atto coraggioso se non altro.
Nel frattempo, il ministro Di Pietro, aveva votato contro la chiusura della società del “Ponte sullo Stretto S.p.a” guidata dal Presidente Ciucci. Come? Di Pietro allora è favorevole alla costruzione del ponte sullo stretto? Franca Rame, delusa da Di Pietro, è immediatamente uscita dall’Italia dei Valori rimpinguando il gruppo misto. Insomma, la notizia, la curiosità della giornata, direi meglio, non è stata il voto finale che ha visto il sì del Senato con 158 a 155, ma la conduzione stessa dei lavori. In primo luogo, molte le contestazioni del sistema elettrico-elettronico di voto. Pulsanti che non funzionavano bene ora a destra ora a sinistra per cui qualcuno non vedeva il suo voto pur avendo votato. L’attenzione parossistica ai pianisti perché un solo voto faceva la differenza. Urla pittoresche dall’una e dall’atra parte. E risate e sberleffi. Mani in tasca, passeggiate nel bel mezzo delle votazioni. Il tutto non sempre, come si banalizza, necessariamente volgare. Anzi, se per qualche momento ci si dimentica che in ballo sono i destini di ognuno di noi, è finanche divertente. Ad un certo punto, al sesto emendamento, siamo nel tardo pomeriggio, passato per 156 voti a 155, il giallo. Il Ministro Mastella, manco a dirlo proprio lui, non lo avrebbe votato. Qualcun altro, per lui lo avrebbe fatto. L’opposizione ha cavalcato la cosa con interventi a raffica sull’ordine dei lavori. Si vota seduti, si vota in piedi, chi deve schiacciare il pulsante? Ecc. Il Presidente di turno, il Senatore Caprili, si è dovuto accollare quelle contestazioni. Ma, soprattutto, Mastella ha votato personalmente oppure è uscito lasciando che votasse un altro per lui? Ciò cosa significava? Che il ministro Mastella lanciava un segnale a tutti sottolineando quanto fosse importante il suo voto e come, con quello, tenesse in scacco la maggioranza della quale fa parte? Il voto su quell’emendamento è stato ritenuto valido dalla presidenza perché, sentito il ministro Mastella, riteneva di accogliere la sua testimonianza ritenendo, il tutto, regolare: «Ho prima votato, e le registrazioni ed i colleghi lo potranno testimoniare, e poi sono uscito. Si potrà anche recarsi al bagno se uno ne ha la necessità» ha testimoniato. «Ma allora, se crediamo al ministro, e non abbiamo nessun motivo per non credergli – hanno urlato dai banchi della destra – lei, signor presidente, ha introdotto, così facendo, un precedente in quest’aula, cioè che, da questo momento in poi, ciascuno di noi potrà votare schiacciando pulsanti e poi andare via. Ma si sappia che, in quel caso, sarà poi impossibile controllare i pianisti, sarà impossibile stabilire se il dito che ha schiacciato quel pulsante era proprio di quel senatore e non di un altro in sua vece». Il Senatore Morando è sbottato lamentando che, da oltre un anno, il Senato della Repubblica, non è stato in grado di mettere a punto un sistema di voto che abbia saputo “appioppare” ciascun pulsante a ogni senatore e che quello era il vero scandalo. La discussione si è protratta molto a lungo sulle modalità di votazione: tutti seduti e nessuno in piedi al momento del voto. Nessuna eccezione per nessuno. Neanche quando il senatore è in aula, un po’ lontano dalla sua postazione dove è inserito il tesserino, il compagno di banco, può schiacciare quel pulsante. No, neanche stare al proprio posto ma in piedi, si sarebbe potuto fare. Perché chi sta in piedi ed ha altri ordini di posti dietro di sé, vota in piedi per nascondere un pianista che vota per un collega assente. Ora, votare per uno assente è disdicevole e disonesto. Non perché in questo modo l’assente godrà delle provvidenze per ciascun voto anche se non presente configurando un falso ideologico, appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato, ma perché un solo voto al Senato, tiene in piedi una maggioranza di governo. Questo è il vero fatto disdicevole.
In piedi o seduti, passeggiando in aula, delegando con un segno il compagno a votare per sé, in piedi dalla propria postazione, votare e poi andare via, sono sembrate, ad un certo punto, al presidente di turno, una vera e propria bagarre regolamentare in un momento in cui, poi, in ballo poteva esserci la stessa tenuta del governo. Quel voto di Mastella “rubato”, poteva essere decisivo per far andare sotto la maggioranza. Nel mentre, il ministro della Giustizia riceveva, un proiettile ormai segno classico di intimidazione e la polizia giudiziaria nell’ambito dell’inchiesta Why Not faceva visita alla redazione del giornale dell’Udeur, Il Campanile.
In questo clima, il Presidente, pur credendo alla versione di Mastella e sulla validità della votazione, l’ha annullata facendola ripetere accogliendo, così, le tesi dell’opposizione. Ironia della sorte, sberleffo del destino, disdetta o maledizione, hanno voluto che quella votazione si chiudesse in favore della maggioranza con ben sei voti di scarto, 159 a 153 e non solo con uno. Intanto, il Ministro Mastella, sormontato, surclassato, inondato dalle manifestazioni di solidarietà da parte di tutti, aveva cambiato di posto passando dai banchi del governo a quelli dell’emiciclo all’ultima fila accolto tra i suoi senatori. Mi sono chiesto cosa potesse significare questo passaggio. Quale recondito messaggio nascondesse la manovra: ripararsi le spalle contro il muro dai proiettili? Sentirsi più sicuro tra i suoi? «Senti, sai se Mastella si sia dimesso? – ho chiesto ad un collega seduto dietro di me in tribuna stampa – «che, sei scemo?» mi ha risposto.

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