FRIENDLY FIRE

HOUSTON, Texas – Le dichiarazioni della giornalista italiana Giuliana Sgrena a proposito della morte dell’agente del SISMI Nicola Calipari si giustificano solo in quanto rilasciate da una persona che ha vissuto l’esperienza piu’ che traumatica d’essere stata coinvolta in una sparatoria verificatasi in un teatro di guerra.
Una pioggia di proiettili che ti cade addosso a Baghdad ponendo fine alla vita di una persona piu’ che amica, perche’ e’ venuta a salvarti, non e’ esattamente la stessa cosa di una pioggerelina primaverile che puo’ sorprenderti mentre si passeggia con gli amici in Via Veneto a Roma e puo’ scuoterti e lasciare conseguenze per tutta la tua vita, ma e’ forse in questo paragone che e’ da ricercarsi la comprensione del nocciolo della vicenda.
La signora Sgrena, nel suo antiamericanismo viscerale, dimentica forse che da giornalista aveva scelto di lavorare in una zona di guerra, nella stessa zona dove giornalmente altra gente rimane vittima di sparatorie ed attentati effettuati con la modalita’ “libanese” tramite auto imbottite di tritolo e nella quale lei era stata catturata.
Il gesto eroico di Calipari di farle scudo col suo corpo e’ riuscito evidentemente a farle cambiare opinione sul SISMI, accusato da tempo dalla sinistra d’oscure trame eversive, ma non a farle vedere quali erano i contorni reali della tragedia e quale era la lettura che di questa avrebbe dovuto farsi.
Partirei dal chiedere alla giornalista professionista se le e’ mai giunto all’orecchio l’espressione “friendly fire” o fuoco amico. Quello che infatti sfugge qui alla signora Sgrena e’ che anche nel corso del conflitto iracheno s’e’ verificato il fenomeno tragico di soldati che uccidono colleghi che combattono dal loro stesso lato; una dura realta’ che chi s’occupa d’informazione dovrebbe conoscere bene visto che, secondo uno studio statistico, sono stati circa 250.000 e fino al ventiquattro percento i militari che ne sono rimasti vittima nei conflitti piu’ importanti del ventesimo secolo.
Dell’incidente conclusosi con la morte di Calipari, al quale va certamente tutta l’ammirazione che l’America riserva ai propri caduti in analoga circostanza, non si e’ poi detto abbastanza circa il fatto che il posto di blocco dove si verifico’ l’incidente era stato preparato dai militari dell’esercito Americano a protezione di un convoglio che trasportava l’ambasciatore John Negroponte ed in una situazione, quindi, d’altissima probabilita’ che questo venisse attaccato.
Solo chi e’ stato in guerra e conosce lo stato di tensione al quale sono sottoposti i militari sa, quindi, perche’ Mario Lozano possa avere agito nel modo in cui agi’ e per il quale non e’ giusto che sia ora ne’ giudicato ne’ tanto meno condannato come avviene per tutti gli altri che uccidono involontariamente altri soldati del loro stesso esercito.
Per buona pace della giornalista, che appartiene alla parte che odia le esecuzioni ed i linciaggi, che approva gli indulti e che rimette in liberta’ gente che ha commesso crimini in zone ed a tempo di pace, vorrei ricordare che, quando in tempo d’elezioni ci venne detto d’attenderci probabili attentati ai nostril aerei dell’Aeronautivca Militare Italiana che proteggevamo con la nostra vigilanza , la filosofia alla quale s’ispiravano molti avieri era quella che per salvare la propria pelle, prima di dare i “ Chivala’ ” ed “ Altola’ ” d’avvertimento avrebbero certamente sparato.
Tanto Calipari che Lozano sono rimasti quindi vittima della stessa guerra ed e’ certamente un ingenuo, o forse probabilmente vuole farlo, chi cerca ora di trovare colpevoli e responsabili ad ogni costo ragionando in termini non applicabili ad una situazione completamente diversa qual’e’ appunto quella che si verifica quando la pace finisce, si vive nel pericolo e nella tensione continua, affidando la propria sopravvivenza alle armi, e sapendo che in qualsiasi momento si puo’ perdere la vita per la semplice incertezza di un secondo.

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