di Vincenzo Greco

28 Ottobre 1940. Per non dimenticare

L’articolo che segue è il risultato parziale di una ricerca che è stata affidata l’anno scorso al sottoscritto da parte della Fondazione per il Parlamentarismo e la Democrazia del Parlamento Ellenico. La fondazione progettava una mostra, da organizzare in comune con la Fondazione della Camera dei Deputati Italiana, per ricordare gli sforzi effettuati dopo la Seconda Guerra Mondiale per il riavvicinamento italo-greco e per rendere omaggio alla salda e sincera amicizia. Tutti i contatti necessari furono effettuati e persino l’allora Presidente della Camera ellenica, Anna Benaki, nella sua lettera di congratulazioni per la sua elezione accennò a Fausto Bertinotti l’idea e l’opportunità della mostra. La risposta italiana fu, però, alquanto deludente e piuttosto strana. La direzione Fondazione della Camera dei Deputati rispose semplicemente che la mostra non era possibile, perché la spesa non era stata prevista nel bilancio per l’anno 2006. Da allora, sono passati diversi mesi, ma la cosa sembra dimenticata dalla parte italiana. Il motivo rimane un mistero. Ricordare, probabilmente, non è sempre conveniente!

“Eureka”, ogni anno, ricorda ai suoi lettori la ricorrenza del 28 ottobre, prima pagina del capitolo nero dell’occupazione italiana di Grecia. Il giornale, non si lascia trascinare dal luogo comune del “italiano buono”, pacifista e “cantautore di serenate”. Anche su questo numero, infatti, Mauro Faroldi ci ricorda che l’esercito italiano si comportò come quello che era in realtà: un esercito, cioè, d’occupazione e di repressione.
Per correttezza storica, bisogna in ogni caso sottolineare che tutto ciò fu costruito su un altro mito: la cobelligeranza italiana. Ancora oggi, la storiografia ufficiale del nostro Paese chiama gli ex nemici (inglesi, francesi, americani, greci, ecc.) con il termine generico di “alleati”, quasi volendo dimenticare che, per molto tempo dopo l’8 settembre 1943, tali paesi non affrontarono tanto l’Italia come un alleato, ma come un paese sconfitto ed occupato. A titolo di prova di questa affermazione, basta ricordare che, a guerra quasi finita, l’Italia non fu invitata a partecipare alla conferenza inaugurale delle Nazioni Unite (conferenza, infatti, tenuta a San Francisco, tra il 25 aprile e il 26 giugno 1945, dai paesi combattenti le forze dell’Asse), come anche il fatto che a Roma nello stesso periodo era operante una Commissione Interalleata, costituita appunto per governare l’Italia occupata. Il governo italiano, che era stato costituito da elementi democratici e antifascisti, non aveva infatti alcuna vera capacità di decisione autonoma; esso insisteva, così, sulla teoria della cobelligeranza per poter liberarsi dal controllo interalleato e per reinserire dignitosamente il paese al nuovo ordine internazionale del dopoguerra. La cobelligeranza, però, era anche uno strumento utile per evitare di pagare caro il prezzo della sconfitta. La sconfitta senza il riconoscimento del voltafaccia italiano significava l’aggiudicarsi di pesanti riparazioni a favore dei paesi vincitori. Tra questi paesi vi era naturalmente anche la Grecia, la quale aveva capito dal primo momento il gioco diplomatico di Roma e non era disposta a perdonare tanto facilmente il paese che l’aveva trascinata nel conflitto mondiale, con gravissime conseguenze per il benessere del suo popolo.
Atene reagì, così, con massimo sospetto alle prime aperture italiane per il ristabilimento di relazioni amichevoli. Nell’ottobre 1944, ad esempio, quando il primo ministro Bonomi inviò una lettera alla sua controparte greca per congratularsi per la liberazione della Grecia, Jorgos Papandreu non rispose nemmeno a quella che probabilmente considerò una presa in giro, se non un insulto italiano. Bonomi, comunque, non si scoraggiò. Un mese dopo, incontrò il rappresentante greco presso la Commissione Consultiva per l’Italia, Jorgos Exindaris, per proporgli la ripresa dei rapporti italo-greci. Cogliendo l’occasione, l’esperto diplomatico ellenico avvertì che il caso della Grecia non sarebbe stato tanto facile, poiché i greci avevano una sensibilità particolare sul tema. Questa sensibilità significava che l’Italia doveva fare dei sacrifici se voleva per davvero l’amicizia greca.
Il messaggio era chiaro ed esigeva una risposta altrettanto chiara da parte di Roma. Nel gennaio 1945, il veterano diplomatico e futuro ministro degli Esteri, Conte Sforza, dall’America ammise la disponibilità italiana di cessione del Dodecaneso alla Grecia, mentre parallelamente si apriva a Roma il processo degli “artefici” dell’invasione del 1940.
Una serie di articoli comparvero sulla stampa italiana per spiegare come l’ingiusta invasione era stata progettata da Mussolini e appoggiata solo da pochi dei suoi stretti collaboratori. L’accento era ora su quei casi di solidarietà spontanea (senz’altro esistita) tra il popolo greco e i miserabili fanti italiani. I greci, comunque, non si convinsero e non si lasciarono raggirare da espedienti sentimentali. Per Atene, tutte queste mosse erano un escamotage appunto per non pagare le riparazioni. Il Dodecaneso non era, ormai, una questione italiana: le isole erano, infatti, sotto il controllo britannico e si considerava certo che l’Italia avrebbe perso tutto il suo patrimonio coloniale. Il tentativo italiano era quindi chiaramente quello di presentare l’obbligata cessione delle isole come un’importante concessione, mentre anche la presa di distanze dal passato fascista serviva per non punire con pesanti riparazioni la “nuova” Italia.
Per la Grecia, insomma, l’Italia doveva pagare le colpe del proprio passato. Per tale ragione, durante il periodo 1945-1946, il governo di Atene espulse molte centinaia d’italiani dal territorio ellenico e diede una vera lotta diplomatica nell’ambito della Conferenza di Pace, per fare accettare le sue posizioni sulle riparazioni nel momento in cui gli Stati Uniti e la Gran Bretagna normalizzavano le proprie relazioni con l’Italia, preparandola per la sfida interna ed internazionale del comunismo. Le due potenze occidentali esercitarono crescenti pressioni sulla Grecia, volendo rendere chiaro che la nascente Guerra Fredda era il contesto dentro il quale le relazioni italo-greche dovevano normalizzarsi ed evolversi nel senso di una vera e propria alleanza.
In fine dei conti, si potrebbe commentare che tale contesto fu proficuo tanto per la Grecia che per l’Italia. Se, invero, in un primo tempo, la Grecia fu costretta a contenere le sue pretese in termini di riparazioni nella Conferenza di Parigi (la quale aggiudicò alla Grecia solo 100 milioni di dollari, più la concessione dell’incrociatore Eugenio di Savoia, come compenso per l’affondamento dell’incrociatore Elli a guerra ancora non dichiarata), la Guerra Fredda assicurò che il pagamento fosse realizzato, senza pesare eccessivamente sull’Italia. La diplomazia greca, come quella italiana, si sforzarono per collegare il tema delle riparazioni con il piano Marshall, facendo sì che una parte di loro fosse pagata – anche se indirettamente – dagli americani, i quali avevano interesse e lavoravano per permettere ad ambedue i paesi di ricostruirsi economicamente, socialmente e militarmente. Il tentativo riuscì e, sempre nella questa logica, Grecia e Italia arrivarono ad un accordo nel 1949 per il pagamento in beni e servizi delle riparazioni. Grazie a quest’accordo, prodotti italiani confluirono nel mercato greco e grandi aziende italiane effettuarono opere importanti per la ricostruzione ellenica (come fu il caso della costruzione di due dighe della DEH, per la produzione di energia elettrica). Come si capisce, ciò contribuì alla riabilitazione dell’economia italiana da una parte e di quella greca dall’altra. In tale modo, le riparazioni furono saldate entro la metà degli anni Cinquanta.
L’Italia è l’unico paese che ha effettivamente pagato riparazioni di guerra alla Grecia. Tale fatto di per sé, potrebbe essere una prova del pentimento italiano che senz’altro contribuì al progressivo evolversi delle relazioni italo-greche, fino al punto di renderle cordiali e davvero amichevoli. Chiaro segno di ciò, fu la visita del primo ministro, Alcide De Gasperi ad Atene, all’inizio del 1953, il quale venne accolto con cordialità dagli ateniesi e fu applaudito nel momento in cui rendeva omaggi alla statua del milite ignoto in piazza Sintagma. Nel settembre dello stesso anno, il generale eroe della guerra italo-greca del 1940-41 e presidente del Consiglio ellenico, Alexandros Papagos, ricambiò la visita, riconoscendo da parte sua la nuova era che si apriva nelle relazioni tra i due paesi.

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