di Alfeo Quaranta

In un volume a cura di Luigi Rossi, l’esperienza del periodico “L’Operaio italiano”, una pubblicazione in italiano edita ad Amburgo fino al 1915.

Dott. Rossi, Lei ha ricostruito in un volume il periodico “L’operaio italiano”, che testimonia l’immigrazione italiana in Germania dal 1898 al 1914, quindi in un’epoca relativamente lontana, di cui noi non sappiamo quasi nulla. Come Le è venuta l'idea del libro?

Mi imbattei quindici anni fa, per la prima volta, in questa testata. Grazie alla Friedrich-Ebert-Stiftung iniziai a studiare il periodico, cercando di proporlo a università e istituzioni per la sua testimonianza, ricchezza d’informazioni e le prospettive d’indagine storica che offriva.

Tentativi inutili. Fino a un anno fa, quando intervenne la regione Lombardia grazie all’Associazione Mantovani nel Mondo Onlus. In Italia l’avventura e l’azione de L’Operaio Italiano (1898- 1914), periodico in lingua italiana dei Sindacati professionali della Germania per gli immigrati della Penisola, era completamente sconosciuta. Solo una monografia poteva, come sta avvenendo, far sì che ci si interessasse a questo settimanale, ai suoi redattori, alle sue campagne e alle informazioni in esso contenute.

Quali mancanze denuncia la ricerca storica nei riguardi dell'emigrazione italiana?

La storia dell’altra Italia resta una storia sconosciuta. Se le informazioni venissero offerte nei luoghi appropriati, a partire dalla scuola, si faciliterebbe un amalgama sociale e culturale.

La storia della presenza italica o italiana nell’area europea è un continente inesplorato. Per ignoranza. E pigrizia. Manca la volontà, anche nei media di lingua e cultura italiana, di iniziare particolari percorsi. Recentemente i Comites di Colonia e Dortmund hanno finanziato un Cd bilingue, informativo e didattico, sulla bimillenaria presenza latina, italica e italiana nell’area tedesca.

“Ci conosciamo da tanto”, questo il titolo del Cd, è un primo passo per dare vita e volti alla nostra storia: una storia europea. In ogni caso si avverte la mancanza di un archivio centrale (o archivi – centri studi regionali e/o provinciali), di centri espositivi, di iniziative rivolte ai giovani e alla scuola.

Assente l’informazione sull’importanza di salvaguardare documenti e immagini. Spesso, sedicenti giornalisti e studiosi, anche tedeschi, si avvicinano alla storia dell’emigrazione italiana con la massima approssimazione. Resta la difficoltà di pubblicare particolari studiPropongo, in questa sede, che l’Intercomites possa pubblicare uno-due titoli annuali ritenuti meritevoli di venir presentati al pubblico italiano e tedesco. Sarebbe un modo per “riappropriarsi della propria storia”.

Cosa ha portato l'esperienza de L'Operaio Italiano al movimento sindacale internazionale?
L’Operaio italiano appare ad Amburgo il 18 giugno 1898 e le pubblicazioni cesseranno con il primo conflitto mondiale (sarà così anche per i periodici La patria e L’Italiano in Germania, sorti alcuni anni dopo L’Operaio Italiano).

L’esperienza de L’Operaio italiano racconta che l’Europa ha radici operaie e di come le organizzazioni sindacali, tra la seconda metà del 1800 e fino al primo conflitto mondiale, abbiano avviato un “attacco” globale per i diritti dei lavoratori, l’unione e la compattezza nella denuncia e nella lotta (per alloggio, vitto, istruzione, orario di lavoro, contro il lavoro minorile, il crumiraggio, l’alcolismo, la prostituzione, per il pacifismo), senza distinzione di razza, lingua, religione.

In Germania l’attacco era indirizzato ai Krupp, al Kaiser e ai rappresentanti di quel capitalismo che precipeterà il continente nel primo conflitto mondiale.

Possiamo imparare qualcosa dall’esperienza de L’Operaio Italiano?

La necessità dell’unione e della compattezza. Del coraggio nella difesa dei propri diritti, della dignità di ogni lavoratore, della denuncia delle ingiustizie. E il bisogno di una corretta e combattiva informazione. (Corriere d'Italia)

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