di Silvano Strazza

Annozero, 8 novembre 2007, puntata dedicata ad Enzo Biagi, nella quale più e più volte ci si è richiamati a Montanelli, non mancando di magnificarne la figura, e nella quale più e più volte si è mandata in onda la sua immagine, accattivante, persuasiva. Montanelli, tra l’altro, “punto di riferimento” per Enzo Biagi.
Come da copione, verrebbe da dire, non rispecchiando per niente la realtà ciò che insistentemente si dà a bere, non essendo affatto chiari se si viola l’articolo 2 della Legge 3 febbraio 1963 n. 69:
“è obbligo inderogabile” dei giornalisti “il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”.
Né lealtà né buona fede si dimostra di avere se non si rispetta la verità sostanziale dei fatti occultando, nel più classico degli stili della cultura mafiosa essendo recidivi, il contenuto di una lettera aperta indirizzata a più direttori di giornali, da loro stessi occultata perché quanto denuncia e svela – interamente documentabile per chiunque non intenda, meschinamente, nascondere la testa sotto la sabbia – non raggiungesse l’opinione pubblica.
Una lettera, ma non la prima, che rivela che Indro Montanelli, considerato “un’icona, un intoccabile” per sua stessa ammissione (con le conseguenze poco edificanti che ne derivavano e che ne derivano), un “mostro sacro” e chi più ne ha più ne metta, non era come si presentava né come veniva e viene presentato.
“L’Italia intera sentirà la sua mancanza”, sentenziò l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi sottolineandone i meriti, quali la “sua rettitudine di uomo, di maestro di vita”, poi amplificati per i quarant’anni dell’Ordine dei giornalisti avendolo indicato, quale esempio da seguire, tra i nostri maggiori: “è la coscienza il giudice ultimo dei propri comportamenti, e la coscienza si ispira all’esempio dei nostri maggiori”.
Carlo Azeglio Ciampi che non ha rettificato né un punto né una virgola di quanto pronunciato, né da presidente della Repubblica né da senatore a vita, così non riconoscendo intenzionalmente un cittadino in quanto soggetto dotato di una sua propria attività intellettiva che ragiona, riflette e argomenta.
La più bieca violenza che si possa esercitare su una persona perché si soffocano, con l’arbitrio, il sopruso, la prevaricazione dell’uomo sull’uomo, i diritti inviolabili dell’uomo.
Una violenza tale da oscurare quella manifestata dall’antidemocratico regime fascista, non tanto perché allora “la violenza” era ritenuta “morale, purché usata a tempo debito, chirurgica e cavalleresca”, quanto perché allora si agiva nel rispetto delle leggi vigenti, mentre oggi, indisturbati, si legittima l’illegalità anziché delegittimarla.
È da portare ad esempio colui il quale mai si è pentito – essendone andato sempre fiero: “non ho nulla di cui pentirmi” – di aver comprato nel 1935 una 14enne eritrea e di averla in seguito rivenduta?
È da portare ad esempio chi sollecitò il richiamo alle armi per essere partecipe attivo della guerra che prevedeva lo sterminio totale degli ebrei (e non solo), in perfetta sintonia con il regime fascista: “Occhio dunque agli ebrei. Se essi sono – come i fatti documentano – fra i nostri nemici dichiarati, i nemicissimi, non perdiamoli di vista. Si direbbe che il pensiero della guerra abbia fatto un poco dimenticare una delle principali ragioni della guerra, che è un’Europa senza ebrei e quindi, e prima di tutto, un’Italia senza i medesimi. Discriminare è giusto; ed abbiamo discriminato”. Indro Montanelli che vantava, al contrario, di non aver condiviso le leggi razziali?
È da portare ad esempio chi non ebbe alcun rispetto né per i vivi né per i morti mentendo spudoratamente, come quando scrisse, un esempio su una miriade, di non essere stato al servizio dell’organo ritenuto dal partito fascista il più importante per la propaganda del regime, il Ministero della cultura popolare (il cosiddetto Minculpop): “il mio nome di sicuro non c’è”, quando risulta, eccome, tra coloro i quali da esso furono assoldati traendone vantaggi e profitti, lasciandosi corrompere, per ammissione dello stesso Montanelli che a proposito di tali rapporti scrisse: “certo, si trattava di una forma di corruzione”?
È da portare ad esempio chi non perdeva occasione per rivendicare: “nel 1937 Mussolini e i suoi leccapiedi mi espulsero dal partito fascista e mi radiarono dall’albo dei giornalisti per disfattismo”, con l’orgoglio di chi non si è piegato al regime e con tutta l’acredine e il disprezzo che si può avere per i leccapiedi, come se non fosse stato lui a dare la migliore lezione su come si lecchino i piedi scrivendo, nel maggio del 1939, nella premessa al suo libro Albania una e mille: “Chiamato a visitare l’Albania…”, lui espulso dal partito fascista e radiato dall’albo dei giornalisti per disfattismo (quando si finiva al confino o in carcere per molto meno), “consegnai questo mio ‘panorama’ a Chi di dovere”, con la deferenza e l’ortografia appropriate che distinguono una casta dall’altra. “Il primo dovere di un amico è quello di dire all’amico le sue manchevolezze”, dimostrandosi ben conscio, in tutto e per tutto, di che cosa significasse far fronte ai propri doveri di fascista. “E dunque questo libro sarà utile specialmente al popolo schipetaro. Ma spero che lo leggano con un po’ di interesse anche gl’Italiani, perché essi si sono ormai assunto, verso l’Albania, un grave compito. Questo compito – ne siano certi i miei amici albanesi – l’Italia di Mussolini lo assolverà. Lo assolverà in pieno”, quando si fece egli stesso garante di quell’Italia di Mussolini e dei suoi leccapiedi che lo aveva espulso dal partito fascista e radiato dall’albo dei giornalisti?
È da portare ad esempio chi invitò, in un “controcorrente” tanto fulminante quanto velenoso, l’Università di Genova a cacciare il professore che faceva studiare Dario Fo, nonché a vergognarsi di annoverare un professore così indegno?
L’esempio di chi, di fatto, negò la libertà?
In fondo che altro è l’onestà, se non il primo attributo a cui si rifaceva l’antidemocratico regime fascista?
“Primo attributo del fascista dev’essere – è chiaro – l’onestà. Non soltanto l’onestà intesa nel senso di non rubare o di non incappare nel rigore del codice: ma l’onestà nel senso di sentire, pensare, operare onestamente e considerare i propri interessi solo alla stregua degli interessi collettivi e i propri sentimenti solo in rapporto con i sentimenti degli altri uomini”.
Non sarà forse per questo che l’onestà sia considerata da alcuni un retaggio del disciolto Partito Nazionale Fascista?
“È una vita che mi batto per dare la parola a chiunque”, ha sostenuto Michele Santoro il 3 maggio 2002, fingendo di ignorare allora come oggi che “più delle parole valgono i fatti”, come pose bene in evidenza, con falsa modestia e da par suo, Indro Montanelli per convogliare su di sé, ce ne fosse stato bisogno, l’unanime consenso, affinché la descrizione degli eventi da lui esposti in quanto testimone oculare: io c’ero e quindi so, si dimostrassero inoppugnabili, “i fatti”, quelli veri, ossia quelli suffragati da prove tangibili, le uniche che ne determinano la veridicità, ripropongono una realtà che non è quella che, a chiacchiere, si continua a dare a bere per interessi che esulano da un sistema democratico e civile.

( Silvano Strazza – C.P. n. 1141-16121 Genova Centro – è autore dei recenti L’ITALIA ILLEGALE DEL CONDISCENDENTE PRESIDENTE ED EX PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI – inimmaginabile realtà e de IL PERPETUO IMBROGLIO, l’esposizione di un insieme di fatti che fa sì che prevalga la legge antidemocratica del più forte grazie ad un sistema che dell’arbitrio, del sopruso, della prevaricazione dell’uomo sull’uomo, dell’illegalità, da tempo si nutre. Due libri tuttora dattiloscritti, come quelli che li hanno preceduti perché quanto denunciano e svelano non raggiungesse l’opinione pubblica, destinati ad un genere di lettori che non si assoggettano ad essere presi per i fondelli perché mirano ad essere portavoce di se stessi anziché cassa di risonanza di altri, non essendovi alcun prezzo che giustifichi la rinuncia al diritto di essere liberi, altrimenti non avrebbe torto chi pensava o chi può pensare che la democrazia altro non è che la tirannia mascherata da libertà. )

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