di p. Nadir Giuseppe Perin

Ringraziamo di vero cuore il nostro carissimo amico p. Nadir Giuseppe Perin, prete-sposato dal 1968, per questo approfondimento che ha scritto per il nostro sito come contributo al dibattito sul tema dei preti sposati. p. Nadir Giuseppe Perin è dottore in Teologia dogmatica presso l’Università Pontificia dell’Angelicum in Roma; specializzato in Teologia Morale all’Università Lateranense – Accademia Alfonsiana di teologia Morale; Diplomato in Psychiatric Nursing presso la Mental Health Division di Toronto; specializzato in scienze psicopedagogiche presso l’Università di magistero dell’Aquila. Per contatti: nadirgiuseppe@alice.it )

Il rapporto tra il sacramento del matrimonio, il sacramento dell’Ordine nei suoi tre gradi: diaconato, presbiterato, episcopato e il carisma del celibato per il Regno, dono dello Spirito Santo che viene dato non a tutti, ma solo ad alcuni, è stato studiato da molteplici punti di vista: storico, pastorale, legislativo (Diritto Canonico), sociale…
Hanno contribuito alla conoscenza e all’approfondimento di questi temi: Papa, cardinali, vescovi, teologi, storici, sociologi, psicologi…gli stessi preti sposati…ma, la voce di cui si sente la mancanza è quella della Chiesa (= del Popolo di Dio = l’insieme dei battezzati). Eppure il can. 212 §2 recita “ I fedeli hanno il diritto di manifestare ai pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali ed i propri desideri…” e al can. 212 § 3 : “In modo proporzionale alla scienza ed alla competenza ed al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il proprio pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di rendere noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona”.
Leggendo su Adista (13 ottobre 2007 p.3) la relazione dell’incontro tra Mons. Angelo Bagnasco, presidente della CEI, il 10 ottobre scorso, ed il coordinatore nazionale di “Noi siamo Chiesa”, Vittorio Bellavite, si sottolinea come Mons Bagnasco abbia ascoltato, “limitandosi ad accogliere…la premessa fatta da Bellavite all’inizio dell’incontro, che cioè il movimento non chiede alcun riconoscimento alla gerarchia, in quanto i suoi membri sono da sempre e a pieno titolo all’interno della Chiesa Cattolica, e come alla fine dell’incontro, il presidente della CEI si sia limitato a rispondere brevemente che “le posizioni della Chiesa” sono ben fondate e consolidate nel tempo.
Due sono le incongruenze che ho notato :
a)quella del can. 212 § 3 che divide il popolo di Dio in persone che contano, e persone che non contano, affermando che i fedeli “ hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai Pastori il proprio pensiero su ciò che riguarda il bene della chiesa, in modo proporzionale alla scienza e alla competenza e al prestigio di cui godono…” .Ebbene, credo che se nella chiesa, al suo interno, si fa distinzione tra “persone che contano e persone che non contano” , quella chiesa non sia la vera Chiesa di Cristo, perché Dio non fa alcuna preferenza.
b)Il fatto, poi, che Mons Bagnasco abbia affermato che “le posizioni della Chiesa”, senza fare alcuna distinzione, abbia, ancora una volta, limitato il significato del termine “Chiesa” a coloro che nella Chiesa hanno “l’autorità e la responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale”, mettendo così in risalto come all’interno di questa comunità “Chiesa”, fondata da Cristo, continui ancora la lotta tra il Tempio ed il Regno. Da una parte c’è “il Tempio” che desidera sempre mantenere il potere ed il controllo ed imporsi a qualsiasi costo.Dall’altra parte ci sono “Le Comunità”, guidate da laiche e da laici, nell’attesa di avere un giorno i propri preti di comunità, che, anche se in piena comunione con i loro pastori, rappresentano un pericolo per chi vuole la centralità del potere. Il Regno di Dio, però, è frutto dello Spirito e fiorisce liberamente dove lo Spirito vuole (Adista, 13 ottobre 2007,p. 9).
Proviamo allora a riflettere su “ Che cosa sia veramente questa Chiesa di cui Cristo è il capo” ed alla quale appartengono tutti coloro che sono stati battezzati.
La“Chiesa” è stata costituita da Cristo come una “communio spiritualis” di fede, di speranza e di amore e simultaneamente come una “compago visibilis”, cioè una “società terrena” dotata di organismi gerarchici (LG, 8). Le due realtà – quella carismatica e quella istituzionale – sono inseparabili. Il termine “Chiesa” indica, quindi, la “comunità”, della quale fanno parte tutte le persone che hanno ricevuto il sacramento del battesimo, hanno accolto la “buona notizia” portata da Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, vivono in comunione tra di loro ed sono animati dallo Spirito Santo per essere nel mondo dei “testimoni credibili del Cristo risorto”.
Molto spesso, invece, il termine “Chiesa” viene ristretto ed identificato con quello che Albéric de Palmaert chiamava il “terzo sesso”, cioè i chierici. Questo modo di usare il termine “Chiesa” ha creato e continua a creare nel popolo di Dio molta confusione, ma soprattutto ha privato, a poco a poco, il popolo di Dio, in quanto comunità ecclesiale, di ogni interesse per la sua stessa vita.
I “chierici” hanno accentrato tutto su se stessi: “il munus regendi” – la funzione di governo che è inseparabile dalle funzioni magisteriali e liturgiche; il “munus docendi” e il “munus santificandi” non solo nei suoi principi fondamentali, ma anche nel retto e responsabile esercizio dell’intera missione pastorale.
All’altra fetta di Popolo di Dio, cioè a coloro che non sono chierici, che cosa è rimasto ? Soltanto il “munus obbediendi”. I laici, nel tempo, sono stati svuotati di ogni responsabilità di fronte alle molteplici situazioni negative presenti nella comunità ecclesiale, con la conseguenza che moltissimi cristiani vivono come se non facessero più parte di questa Chiesa-comunità, perché si sono sentiti esclusi, a causa dell’ “invadenza clericale” che ha riservato a sé ogni giudizio sui vari aspetti organizzativi, comportamentali e morali della vita del cristiano (bene, male, peccato, non-peccato…). Non è raro, infatti, sentire dai chierici espressioni come questa : “ la gratitudine della Chiesa… verso il popolo di Dio”, come se tra i due termini (chiesa… e…popolo di Dio) ci fosse una differenziazione.
I Padri conciliari del Concilio Vaticano II, invece, su questi due concetti: Chiesa e Popolo di Dio, crearono quasi una rivoluzione copernichiana, mettendo in evidenza alcuni aspetti fondamentali.
Se prima sembrava che il significato di “Chiesa” fosse quasi l’equivalente di gerarchia e che tutta la realtà ecclesiale girasse intorno al papa, vescovi, clero, come il sole attorno alla terra, il Concilio sottolineò che anche i ministeri più importanti girano, invece, attorno al popolo di Dio.
Lo stesso concetto di santità è stato sottratto al monopolio dei religiosi, per diventare un invito rivolto a tutti : “ Siate perfetti come è perfetto il Padre Vostro che è nei cieli”.
All’interno della Chiesa ogni battezzato (chierico o laico) ha un suo “ministero” specifico da svolgere e la sua strada da percorre verso la santità, secondo i carismi o doni ricevuti dallo Spirito Santo.
Da una ecclesiologia giuridica il Concilio ha cercato di traghettare la comunità ecclesiale verso una ecclesiologia di “comunione”, non dimenticando però che il termine “comunione” è una categoria generica che si può applicare anche all’ecclesiologia giuridica. Infatti, si può parlare di comunione gerarchica ; ad esempio, la “collegialità” e “le istituzioni collegiali” esprimono valori di comunione a livello giuridico. Gli stessi sacramenti ed i carismi sono fattori di comunione. Ne consegue che con il termine “Chiesa”, indicante la comunità di tutti i battezzati che in Cristo formano il Nuovo Popolo di Dio, possiamo indicare e significare anche le diverse sfaccettature di questa comunità, cioè le varie ecclesiologie che si diversificano non tanto per lo spirito che le anima, quanto in forza dei valori o fattori concreti che sottolineano o da cui partono.
Emergono così i quattro fattori decisivi che caratterizzano questa comunità di battezzati in Cristo:
– L’autorità che dovrebbe mettersi al servizio dell’altro, deponendo i segni del potere per rivestirsi del potere dei segni ( il famoso grembiule usato da Gesù per lavare i piedi ai suoi discepoli…) raccorda la chiesa, in continuità storica, al Gesù storico (fondatore della chiesa) e agli apostoli. E’ l’ecclesiologia giuridica.
-La Parola ed i Sacramenti (prima di tutto l’Eucaristia) che edificano e nutrono in perenne attualità la Chiesa posta sotto l’azione del Cristo celeste: è l’ecclesiologia della Parola o ecclesiologia sacramentale-Eucaristica.
– I carismi che lo Spirito suscita dappertutto e sempre, quasi rigenerando da capo la Chiesa: è l’Ecclesiologia carismatica o penumatologica.
-I valori umani diffusi nella storia, anche se sono delle “potenziali” risorse disponibili, anzitutto per le chiese particolari da costruire missionariamente: è l’ Ecclesiologia ecumenico-missionaria.
Il Concilio Vaticano II ha rinnovato il concetto di Chiesa, facendola uscire dalle secche dell’imperante visione riduttiva “giuridica” che parla soprattutto di “Gesù istitutore” e di “costituzione gerarchica della Chiesa”, recuperando anche il ruolo dello Spirito Santo e quindi della Parola, della Liturgia ( con particolare attenzione all’Eucaristia) e dei carismi.
Ciò nonostante, ancora oggi, il termine “Chiesa” divide gli uomini che hanno ricevuto il presbiterato, dagli uomini e dalle donne che formano “il popolo di Dio” [1]. Ci vorrà ancora molto tempo per superare questa spartizione classista di Chiesa (chierici da una parte: categoria formata da soli uomini – e laici dall’altra: categoria formata da uomini e donne), ma spero che lo Spirito Santo ci riesca.
Se consideriamo che l’incorporazione battesimale a Cristo, la costituzione in popolo di Dio, la partecipazione agli uffici di Cristo e la titolarità della missione della chiesa sono proprie di tutti i fedeli, sia laici che chierici[2], si può comprendere come l’indole secolare non costituisca una nota esclusiva e distintiva del laico, dal momento che il laico può svolgere tutte le funzioni della chiesa[3], anche se nel modo che a lui compete.
Il criterio fondamentale di distinzione tra la condizione di laico e quella di chierico, introdotto con il Diritto canonico, non è stato tanto il sacramento dell’Ordine in se stesso, ma il fatto che l’Ordine è stato sacralizzato in modo tale che l’ordinazione presbiterale è diventata ordinazione “sacerdotale”.
Il presbitero che nella Chiesa primitiva indicava colui che, vivendo in una determinata comunità, veniva scelto dagli apostoli e poi, dopo la morte degli apostoli, dai loro successori o dalla comunità stessa, per mettersi al servizio della comunità come “pastore” , è stato sostituito dal “sacerdote”, considerato e vissuto con la mentalità dell’Antico Testamento, cioè come colui che si deve occupare delle cose sacre (sacer = sacro) e che, come tale, doveva rimanere separato da ciò che era ritenuto “profano” ed “impuro”. Vennero così codificate due situazioni di vita: quella riguardante le “cose sacre” (chierici) e quella riguardante “le cose profane”(laici), strutturando attorno a queste due condizioni di vita una serie di norme e di leggi che hanno fatto dei “chierici” una casta e dei laici, una moltitudine anonima che “non conta né accusa”.
Tuttavia, l’ordinazione presbiterale in sé, dovrebbe radicare la differenza essenziale in una unità fondamentale che, annullando le separazioni, non solo non reca alcun pregiudizio alle differenze stesse, ma mette in rapporto tra loro le differenti realtà, evidenziandone, nello stesso tempo, la reciproca interdipendenza e complementarità. Perciò, non dovrebbe avere senso considerare i laici ed i chierici in opposizione, come se si trattasse di due classi contrapposte !
Ma, a causa di questa eccessiva sacralizzazione del ministero presbiterale esistono dei fattori che rendono la collaborazione tra clero e laici, spesso difficile e scoordinata, favorendo la reciproca incomprensione e degenerando, qualche volta, in un reciproco sospetto.
Questa mentalità dualistica (clero – laici) può essere superata, volendo, sia sul piano del pensiero, evidenziando la complementarità delle varie membra, cioè dei ministri ordinati e dei laici nell’unico corpo di Cristo, che sul piano dell’azione, valorizzando la corresponsabilità di tutti nell’edificare lo stesso Corpo di Cristo che è la Chiesa.
Spesso si dimentica che la condizione di fedele cristiano, che si acquisisce con il battesimo è la categoria base che determina l’uguaglianza fondamentale di tutti i membri della Chiesa e dalla quale traggono origine le diversità funzionali. La condizione di cristiano, infatti, è comune sia ai ministri ordinati che ai laici ed è precedente ad ogni distinzione e differenza ministeriale. Si potrebbe dire che nella Chiesa tutto è di tutti in quanto non c’è nulla che sia così esclusivamente di qualcuno che gli altri non vi abbiano parte, sia pure con espressioni ed attuazioni differenti. Tutti sono sacerdoti, profeti, testimoni, ma in modo diverso, secondo il dono (carisma) ricevuto dallo Spirito Santo. Ogni cristiano, infatti è titolare della missione ecclesiale, ma relativamente a quella modalità di vita alla quale è stato chiamato.
La teologia del laicato, precedente al Concilio Vaticano II, che prendeva come modello un’ecclesiologia che conservava antichi fondamenti teorici, obiettivamente ispirati alla “teologia dei due ordini” che opponeva ragione/fede, storia/ cristianesimo, natura/sopra natura, assegnava all’interesse del laico solamente gli ambiti caratterizzati dalla ragione, dalla storia e dalla natura, cioè l’ambito del “mondo”, mentre riservava ai chierici e ai religiosi i compiti più concernenti la realtà ecclesiastica.
Dopo il Concilio Vaticano II, l’ecclesiologiaha una visione fondamentalmente unitaria tra fede/ragione, cristianesimo/storia, natura/sopra natura; tra l’uomo e le sue relazioni fondamentali che interessano sempre e inseparabilmente la sua attuazione nel mondo e il suo rapporto con la trascendenza. Da questa prospettiva unitaria è possibile cogliere un’immagine nuova del laico; un’immagine pluridimensionale e non appiattita sul compito della “santificazione delle realtà temporali”; un’immagine pienamente ecclesiale in quanto è figura che trova la sua prima e più profonda caratterizzazione e dignità nella prospettiva della sequela e non nei valori presunti della laicità o della competenza mondana.
Ne consegue che il momento pratico o sociale dell’azione del laico non dovrebbe essere interpretato come un momento successivo alla sua fede, ma come un qualcosa che nasce con la fede stessa e quindi un momento che concorre ad istituirne il senso e le modalità. In questa prospettiva, il problema del laico diventa il problema del cristiano comune, interpretato nella sua dimensione fondamentale di credente.
La laicità, infatti, non è un valore o una fedeltà che si raggiunge dall’esterno ed estrinseca alla fede e che richiede quindi un impegno e una fedeltà diversi da quelli della fede. Il valore del rapporto con le realtà mondane è un valore ed una dimensione che sono intrinseci alla fede stessa, in quanto questo rapporto con la realtà storica è necessario per la sua attuazione.
Che significato assume, allora, l’aspetto secolare e l’aspetto ecclesiale del laico cristiano ?
La secolarità del laico-cristiano è una dimensione che comprende tutto ciò che l’uomo vive e opera in questo mondo sull’onda del tempo: il suo nascere e morire; l’intreccio dei suoi rapporti quotidiani con gli uomini e con le cose; l’insieme delle istituzioni in cui si esprime la sua esistenza; il lavoro, la cultura, la tecnica, la poesia; il mondo interiore dei suoi sentimenti e quello esteriore delle sue opere; la complessità dei suoi problemi e il miracolo del suo progresso. I cristiani laici trovano l’occasione per esprimere la propria identità cristiana, nell’avere a che fare con tutte queste cose, vivendo nel mondo e condividendo le sorti del proprio tempo. La Gaudium et Spes, sottolinea come la vocazione del laico nella Chiesa e nel mondo metta in gioco il progetto della propria vita, il proprio destino, la propria esistenza, per cui esige un itinerario di preparazione per trattare le cose temporali, ordinandole secondo Dio. Il campo proprio dell’attività evangelizzatrice dei laici è il mondo vasto e complesso della politica, della realtà sociale, dell’economia, della cultura, della vita internazionale, della famiglia, dell’educazione, delle professioni, del lavoro e della sofferenza e non solo quello ristretto della propria parrocchia. Perciò non si dovrebbe proporre al laico un impegno alternativo: o nella Chiesa (cioè nelle sue attività interne) o nel mondo (cioè in quelle attività che, in modo errato, sono considerate come se fossero marginali rispetto alla vita della Chiesa). L’impegno di laici quando è coerente con le esigenze della fede è sempre un impegno ecclesiale, dovunque si svolga, in politica, nel sindacato, in fabbrica…ecc. Perché il laico-cristiano,dovrebbe essere una persona capace di scrivere la storia del proprio tempo alla luce del Vangelo.
Ne consegue che l’ecclesialitàdel laico-cristiano non è data dal “luogo” in cui si svolge l’impegno, né dal “tipo” di impegno che si svolge, ma dall’ispirazione cristiana di chi lo svolge e dalla sua interiore ed esteriore condivisione della Chiesa. Infatti, la vocazione dei laici è quella di rendere presente ed operosa la Chiesa, soprattutto, in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per mezzo loro[4].
Il cammino dell’umanità nella storia è un succedersi di situazioni e di fattori sempre nuovi che reclamano un’interpretazione evangelica del loro significato e della loro strutturazione, sempre nuova ed attuale. La stessa teologia intesa come progressiva comprensione della rivelazione in concomitanza con il progressivo cammino della vita della Chiesa, ha bisogno dell’apporto dei laici. L’apporto della loro esperienza e l’apporto della riflessione sull’esperienza. Una teologia che fosse prevalentemente clericale, rifletterebbe la mentalità di una sola parte della Chiesa (il clero) e risulterebbe lontana all’altra parte (il laicato) e finirebbe col mancare di una dimensione necessaria alla sua completezza. Sarebbe una teologia impoverita.
Alla stessa maniera l’opera di evangelizzazione del mondo resterebbe impoverita se non si avvalesse del linguaggio, della cultura, dei costumi dei popoli evangelizzati, ma pretendesse di imporre linguaggio, cultura e costumi dei popoli evangelizzatori. Infatti, solo realizzando uno scambio vitale tra Chiesa e mondo, tra Chiesa e cultura di un popolo, c’è anche la crescita del Corpo di Cristo. Per riuscire in questo la Chiesa ha bisogno, particolarmente, dell’aiuto di coloro che, vivendo nel mondo, sono esperti nelle varie istituzioni e discipline e ne capiscono la mentalità, sia che si tratti di credenti o di non credenti. Lo scopo è quello di accrescere lo scambio tra il Vangelo e le culture, soprattutto oggi, che i cambiamenti sono così rapidi e i modi di pensare sono tanti e vari[5].
Coloro che nella chiesa hanno la potestà e la responsabilità a servizio della comunità ecclesiale hanno l’obbligo gravissimo di “ascoltare” e “tenere in considerazione” anche “l’altra verità” che viene gridata a gran voce e con sofferenza dal “Popolo di Dio”.
Una verità che è contenuta nelle diverse proposte per uscire dalle varie, gravi e profonde problematiche (come il celibato obbligatorio, la pedofilia, la carente educazione impartita nei seminari, specialmente per quanto riguarda l’affettività, il sesso, il rapporto con la donna, in quanto femmina contrapposta sessualmente al maschio….i separati… i divorziati risposati… gli omosessuali…) che ancora oggi rendono il volto della Chiesa (= la comunità dei discepoli del Signore) un volto sofferente e sfigurato.
La Chiesa tutta, come comunità che crede e testimonia il Cristo risorto, è chiamata a ricercare comunitariamente e responsabilmente le risposte alle problematiche dell’uomo del nostro tempo, e preoccuparsi che tali risposte siano conformi più che con le norme del Diritto Canonico, soprattutto con il messaggio evangelico portato da Gesù, che è un messaggio “vivo”.
Il pericolo che corre la comunità cristiana è quello di ridurre l’insegnamento di Gesù a delle regole da osservare. Questo significherebbe la sua distruzione. Lo hanno già fatto gli Scribi ed i Farisei con la Legge di Mosè. Codificando la Legge in regole e precetti da osservare l’hanno distrutta. Mentre la grandezza del Vangelo (di questa buona notizia portata da Gesù) è che, da sempre, sia stato considerato un testo vivente.
Allora perché non invitare tutto il popolo di Dio, cioè la chiesa universale, a rispondere a delle domande su “ministero ordinato e matrimonio” , cioè sulla compatibilità tra i sacramenti del matrimonio e dell’ordine, inviando poi tutte le risposte a coloro che nella Chiesa hanno il potere e la responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale, come viene riportato su “Il Dialogo” (numero di ottobre 2007, p. 60) – documento sul celibato dei presbiteri presentato in tre chiese di Palermo ( La comunità di San Francesco Saverio; San Isidoro Agricola (chiesa dei fornai) e di San Gabriele) e sul quale le assemblee si sono pronunciate – ?
Premesso :
• che la legge sul celibato ecclesiastico si è affermata lentamente in Occidente soprattutto a partire dagli inizi del secondo millennio (pur con qualche intervento precedente);
• che la chiesa ortodossa ha seguito un’altra strada;
• che essa è stata contestata dalle chiese della Riforma;
• che il matrimonio ed il ministero ordinato (diaconato, presbiterato ed episcopato) sono due sacramenti ed in quanto doni di Dio non possono che arricchire la vita spirituale delle persone;
• pur riconoscendo che la situazione celibataria è compatibile col ministero ordinato; ci si chiede se non possa esserlo anche la condizione di sposati;
invito tutti coloro che mi leggeranno a rispondere alle seguenti domande:
a) ritieni che anche la condizione di sposati possa essere compatibile col ministero ordinato ? SI NO
b) Potrebbe essere candidato agli ordini qualche padre di famiglia specialmente se, avendo dato buona testimonianza nella guida della sua famiglia, viene riconosciuto da parte della comunità idoneo ad esercitare il ministero ordinato ? SI NO
c) Se un presbitero scopre la vocazione al matrimonio, dopo l’ordinazione sacerdotale e volesse aderirvi, ritieni che deve essere obbligato a lasciare il ministero? SI NO
d) Ritieni opportuno che i presbiteri che,avendo scelto il matrimonio, sono stati precedentemente “ridotti allo stato laicale”, vengano reintegrati nel ministero, se lo richiedono? SI NO
Tenendo presente quanto sopra esposto, ognuno che mi legge, provi a rispondere, con scienza e coscienza, alle quattro domande (a-b-c-d), in conformità a quanto suggerito dallo stesso diritto canonico : “ I fedeli hanno il diritto di manifestare ai pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali ed i propri desideri…” (can. 212 § 2) “… Essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il proprio pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di rendere noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona” (can. 212 § 3).«Il Dialogo – Periodico di Monteforte Irpino»

La risposta può essere scritta direttamente sul sito del “il dialogo”.

[1] Cfr. Liliale Voyé, Femmes set Église Catholique. Une histoire de contradictions et d’ambiguïtés, in « Archives de Sciences sociales des Religions », n.95, 1996, pp 11-28.
[2] Infatti il nuovo Codice di Diritto Canonico usa le stesse parole sopra riportate per definire non tanto il ” laico”, ma i “christifideles”; cfr. can. 204-§1; cfr. LG (21 nov. 1964), nn. 9,17,31,34,36.
[3] Cfr. LG,31.
[4] Cfr. LG, n. 33.
[5] Cfr. Gaudium et Spes, n. 44.

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