di Davide Giacalone

I militari italiani in Afghanistan hanno subito un attacco, portato da un fanatico suicida. Della persona sospetta sono stati avvertiti dalla popolazione locale, accanto al nostro morto ce ne sono altri, bambini, che gironzolavano attorno ai militari impegnati nella costruzione di un ponte. L’evento luttuoso, insomma, ha la dinamica di una realtà in cui militari e popolazione civile sono da una parte, assassini talebani da quell’altra. In una situazione di questo tipo la missione militare ha una sola cosa da fare: intensificare gli sforzi per battere i talebani.La “riflessione politica”, di cui ha parlato Romano Prodi, ha ragion d’essere, dunque, solo alla luce delle nostre condizioni interne, con una sinistra radicale che non ha perso l’occasione per ribadire l’opportunità di ritirare le truppe. In fondo: che quei bambini se la vedano da soli, con i rincoglioniti fondamentalisti della religione assassina. Per carità, una bella “riflessione politica” ci sta sempre bene, magari anche per ragionare su quel che sta succedendo in Pakistan, ma se proprio si vuole esercitarsi nei dubbi sulle nostre missioni all’estero il primo posto nella lista spetta a quella in Libano. E’ lì che noi siamo andati per adempiere ad un mandato Onu, che prevedeva il disarmo di Hezbollah, ed è lì che le cose vanno male, con i fondamentalisti costantemente riforniti di armi e logistica da iraniani e siriani. Al momento non succede nulla, ma le truppe italiane si trovano in mezzo al riarmo di Hazbollah, alla determinazione d’Israele di non soccombere alle minacce, ed alla progressiva distruzione del Libano, che i siriani non hanno mai smesso di considerare roba loro. Al momento non si registrano incidenti, non abbiamo portato a casa delle bare, ma neanche abbiamo riportato alcun successo, né ci siamo resi significativamente utili. Siamo lì, fermi, in attesa di eventi che non dipendono da noi. Daniele Paladini, morto a pochi chilometri da Kabul, sarà ricordato come un uomo buono, un buon militare, caduto in una buona missione. Il rischio che corriamo in Libano è che la migliore cosa che ci possa capitare sia di non essere ricordati.(Laici.it)

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