di Enrico Sabatino

Il 23 Dicembre scorso si sono svolte le elezioni politiche in Thailandia dopo 15 mesi di governo ad interim insediatosi dopo il colpo di Stato militare del settembre 2006, che ha costretto all’esilio l’ex premier Thaksin Shinawatra, magnate delle telecomunicazioni e uomo più ricco del Paese.
Ha vinto il People Power Party (PPP) – il partito nato dalle ceneri del Thai Rak Thai di Shinawatra sciolto dalla Corte Suprema nel maggio scorso – che si è aggiudicato 233 seggi su 480 sconfiggendo così il suo acerrimo rivale, il Partito Democratico, a cui spettano invece solo 165 seggi.
Il PPP ha già annunciato che presenterà ufficialmente il 4 gennaio il suo nuovo governo in coalizione con alcuni partiti minori, contando su una maggioranza di almeno 254 seggi, anche se non sono ancora del tutto chiare le vere intenzioni di tutti i piccoli partiti, fondamentali per formare un nuovo governo a guida PPP o a guida Democratica e perciò tendenti ad alzare il prezzo per la loro partecipazione a qualsiasi coalizione di governo.
Inoltre sono all’orizzonte alcuni ricorsi alla Commissione Elettorale per compravendita di voti su vari seggi assegnati al PPP, il quale a sua volta mette in dubbio i seggi vinti dal Partito Democratico a Bangkok, storica roccaforte Democratica.
Finora però tutti, dai partiti politici sconfitti ai membri del governo ad interim e della giunta golpista (il Consiglio per la Sicurezza Nazionale, CSN), hanno dichiarato di accettare e rispettare il responso delle urne riconoscendo al PPP il diritto di formare il nuovo governo. Tuttavia il leader dei Democratici, Abhisit Vejjajiva, ha precisato che se il PPP non sarà in grado di dar vita a un governo di coalizione entro il 4 gennaio, sarà suo diritto e dovere formare il governo insieme ad altri partiti minori.
Quindi nonostante un risultato elettorale piuttosto netto, le incognite sul prossimo futuro thailandese sono tante e ruotano intorno all’effettivo comportamento che adotteranno i militari se il PPP, una volta al governo, manterrà le sue pesanti promesse fatte in campagna elettorale – cambiare di nuovo la Costituzione, approvata con un referendum popolare voluto dalla giunta militare nell’agosto scorso, concedere l’amnistia ai 111 alti membri del disciolto partito Thai Rak Thai estromessi da ogni attività politica per 5 anni e soprattutto garantire un sicuro ritorno in patria a Shinawatra per potersi difendere nelle aule giudiziarie dalle accuse di corruzione e frode fiscale.
Prospettando quindi una sorta di vendetta contro la giunta militare golpista e un’interferenza nel sistema giudiziario.
Ma l’incognita maggiore è proprio quella relativa ad un eventuale ritorno in Thailandia dell’ex premier Shinawatra, in esilio a Londra da 15 mesi e che nel frattempo, nonostante il congelamento dei suoi beni deciso dal Comitato di Esame sui Patrimoni creato ad hoc dopo il golpe e che il PPP vorrebbe invece sciogliere, è riuscito ad acquistare nel giugno scorso la squadra di calcio inglese del Manchester City.
Ora si trova da qualche giorno a Hong Kong, dove ha seguito l’esito delle elezioni, e ha già dichiarato di voler tornare in patria come “normale cittadino” per potersi difendere in tribunale, aggiungendo che non vuole più interessarsi di politica in prima persona ma si limiterà solo ad un ruolo di consigliere del PPP, se gli verrà richiesto.
C’è chi parla di un suo rientro il giorno di San Valentino, per sottolineare le sue intenzioni di riconciliazione e amore verso il Paese; ma si dice anche che potrebbe rientrare tra febbraio e aprile per dare il tempo necessario al nuovo governo guidato dal PPP di preparare al meglio l’evento.
Le reazioni al suo desiderio di rientrare sembrano concordi nel sottolineare che egli ha tutto il diritto di tornare per potersi difendere in tribunale come un normale cittadino. Lo stesso premier in carica, il generale in pensione Surayud Chulanont, ha più volte dichiarato che non ci sarà alcun problema se Thaksin deciderà di ritornare in patria.
Negli stessi termini si sono espressi i suoi avversari politici, il capo del CSN Ammiraglio Chalit Pukpasuk e la Confidustria Thailandese, che però lo ha ammonito a tenersi alla larga dalla politica e da qualsiasi interferenza con la Giustizia.
Ma i magistrati che stanno indagando su di lui hanno invece annunciato pubblicamente che non appena toccherà il suolo thailandese Shinawatra sarà immediatamente arrestato, dal momento che un mandato di arresto nei suoi confronti è stato spiccato molti mesi fa, così come la richiesta di estradizione indirizzata al governo britannico che non ha ancora avuto risposta.
Inoltre, a dimostrazione che il prossimo futuro è tutt’altro che certo e sereno, si sono aggiunte le dichiarazioni dell’attuale Ministro della Difesa, l’ex generale Boonrawd che, dopo aver ribadito che i militari torneranno nelle caserme rispettosi del risultato elettorale e senza timori di ritorsioni contro di loro da parte del nuovo governo, ha sottolineato che “Anche se la Thailandia è sulla via della democrazia, la preoccupazione dell’esercito per il Paese rimane. L’esercito comunque eviterà ogni atto non convenzionale e si conformerà alle regole. Ma, se accadrà qualcosa alla nazione, il popolo dovrà accettare le conseguenze delle sue decisioni. (Un golpe) è come un disastro naturale, non possiamo assicurare che non avverrà”.
Una dichiarazione che fa il paio con quella rilasciata all’inizio della campagna elettorale da Sonthi Boonyaratkalin – il generale a capo del colpo di stato del 2006 e attuale vice premier dopo essere andato in pensione il 30 settembre scorso – che appunto non escludeva un altro golpe in caso di vittoria del PPP.
A tutto ciò si aggiungano poi i pessimi rapporti personali tra Thaksin e la figura più amata e riverita della Thailandia, il re Bhumibol, che ha avallato il golpe e lo scioglimento del partito di Shinawatra e che poco prima delle elezioni ha richiamato più volte il Paese all’unità, rivolgendosi in particolar modo alle Forze Armate, “altrimenti tutti noi andremo incontro a vere e proprie calamità”.
Ma le recenti elezioni hanno invece confermato l’estrema divisione del Paese con un nord rurale e povero che ha votato in massa per il partito populista legato a Shinawatra, mentre Bangkok e il sud hanno come sempre dato fiducia ai Democratici.
E anche tra le Forze Armate ci sono molti sostenitori di Thaksin. Lo stesso Capo dell’Esercito Anupong Paochinda è stato criticato per una sua presunta vicinanza a Shinawatra, con cui ha frequentato la scuola cadetti dell’esercito.
I prossimi giorni diranno se effettivamente il PPP riuscirà a formare un governo di coalizione e soprattutto cosa succederà se Shinawatra tornerà in patria.
Ma si prevede comunque un periodo nebuloso di instabilità politica ed economica a cui per l’ennesima volta i militari saranno chiamati a porre soluzione. In un modo o nell’altro.

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