di Amina Salina

Dopo la questione del velo é riesplosa recentemente la battaglia contro la violenza di genere, una violenza che non ha connotati geografici o religiosi né culturali ma che attraversa il destino di moltissime donne nel mondo. Donne istruite o no, religiose o no, lavoratrici o casalinghe, giovani o anziane e persino bambine sovente sottoposte a violenze o a schiavitù sessuale. Erroneamente la violenza viene messa in relazione con la religione islamica, anche se l'Islam rigetta la violenza sulle donne ed il maschilismo é una categoria della stupidità universale senza distinzione di lingua, fede o etnia. Si fa sovente l'errore di parlare da una situazione di privilegio, come donne occidentali quindi più ricche, che vivono in un ambiente almeno apparentemente meno violento rispetto ad altre, senza accorgersi della violenza non vista, di quella della porta accanto, altrettanto grave di quella contro le donne del cosiddetto terzo mondo. Si parla a nome della civiltà occidentale, data per definizione come una civiltà senza violenza quando il benessere dell'Occidente é responsabile della miseria del resto del mondo, quando la fame programmata dal Fmi fa venticinquemila vittime al giorno, senza contare le morti per Aids, per parto o malattie infettive. C'é un vero e proprio femminicidio sulla Terra e per combatterlo dobbiamo essere consce del fatto che non é colpa né delle religioni né delle culture ma principalmente di una mentalità che é la stessa di chi fa la guerra, di chi bombarda, di chi sfrutta manodopera a basso costo, di chi vende schiavi e schiave per l'industria del sesso dei pedofili, di quelli che vendono l'orrore della pornografia. Una mentalità per cui la donna non é persona ma merce. E' secondario il modo con cui questa merce viene comprata venduta o sfruttata o, se si ribella, zittita o uccisa come accade alle poverette che denunciano i loro aguzzini. Noi, donne musulmane, siamo solidali con le donne di tutto il mondo vittime di violenza ma non ci sta bene che questa violenza o parte di essa venga continuamente riferita alla nostra fede, al nostro modo di vita, a ciò in cui crediamo. Basta leggere il Corano per rendersi conto che Allah non giustifica alcun tipo di violenza fisica né morale sui deboli, cioé sulle donne, sui bambini e nemmeno sugli animali. Il Profeta, di cui Asha diceva che era “il Corano che cammina”, non ha mai usato nessuna forma di violenza, tranne la legittima difesa in tempo di guerra, e nei suoi rapporti con le spose non ha mai nemmeno alzato la voce. Basta andare per una settimana a vivere presso una famiglia musulmana praticante – di quelle che la stampa laica chiama “integralisti” o “islamisti” – per vedere la calma, i volti distesi, la tranquilla accettazione dell'Islam come modo di vita, cioé l'esatto contrario della coercizione, della prepotenza e della violenza che ci imputano. Che differenza con le famiglie devastate di molte realtà italiane, dove ognuno si fa i fatti suoi oppure tutti strillano per ogni minima cosa!!! Purtroppo lo spazio mediatico di cui possiamo usufruire é minimo, quindi la vita vera dei credenti – musulmani o non – credo che sia l'aspetto più censurato in assoluto dai media, tanta é la paura che la gente si accorga che c'é altro dopo il crollo delle ideologie novecentesche. Noi proponiamo un modello di donna credente, esattamente come quello della Vergine Maria, un modello di donna attivo, che vive il proprio tempo senza lasciarsi trascinare dalla corrente, ma cercando di trasformare la realtà dando ad essa un significato religioso nel rispetto delle altre fedi e delle persona di buona volontà, credenti o meno, che combattono contro le ingiustizie. Non crediamo nel modello-velina, non crediamo che utilizzando la bellezza la donna possa ottenere altro che vil denaro a prezzo del proprio onore e della propria dignità. Non crediamo che la donna debba entrare nel mondo del lavoro alle stesse condizioni degli uomini perché essa ha quasi completamente il carico di famiglia e deve occuparsi di far crescere i propri figli sani spiritualmente e materialmente, compito che implica tanto tempo a disposizione. Nonostante ciò sono proprio le donne musulmane negli ultimi trent'anni ad aver fatto spettacolari salti in direzione della propria emancipazione, senza dimenticare la propria fede, la propria serenità, il proprio ruolo naturale. Proponiamo alle donne europee qui ed ora l'Islam come modo di vita in antitesi alla mercificazione della vita, al dominio del capitale sul corpo della donna, sugli affetti, sui sentimenti, sui tempi della vita. Proprio per questo i media danno spazio non a noi ma alle varie Hirsi Ali e compagnia cantando, sperando dal loro punto di vista che si affermi la donna-merce globalizzata, quindi priva di legami con la propria terra e le proprie radici culturali. E' certo che la liberazione delle donne può essere solo opera delle donne stesse, ma ciò non significa un modello di donna che prescinda dalla fede, dalla propria cultura e dal proprio essere. Una persona creata da Dio non una merce nè tantomeno una schiava (nemmeno della fabbrica). Salam

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