UNIVERSITA’ DEGLI STUDI – MILANO BICOCCA

Durante l’anno accademico 2001/2002 ho frequentato il master in Sviluppo delle competenze cliniche nelle professioni educative e formative presso l’università degli studi di Milano Bicocca. Questa specializzazione formativa mi ha consentito di sviluppare e proseguire nel tempo un’analisi interiore con caratteristiche non solo psicanalitiche, ma soprattutto pedagogiche. Il master ha voluto attribuire delle competenze cliniche a chi pratica pedagogia, nell’ambito delle professioni formative ed educative. Le idee e la visione interpretativa o ermeneutica della realtà, quali aspetti o spettri formulati dalla mente, possiedono le nostre dimensioni psichiche, ponendo condizioni alle facoltà cognitive, emotive ed affettive della nostra psiche, all’ideatività e alla cognizione o anche solo a parti di esse.
Alcuni fenomeni psichici risultano legati al funzionamento emotivo e alla relazionalità e viceversa. Infatti l’educatore, l’insegnante, l’analista, operano con “materiale umano”, dal momento che rientrano in categorie professionali esposte a gravi rischi contro il benessere psicologico e la salute mentale.
Il connubio tra pedagogia e clinica psicologica trova difficoltà di ibridazione ed interscambio a causa di resistenze latenti dettate da pregiudiziali e scarsa volontà di incontro tra settori professionali apparentemente agli antipodi, ma ugualmente gravitanti attorno al “materiale umano” di cui diventano strumento per educare, per guarire, per condurre e per salvare…
Il percorso di studi consente di sviluppare e potenziare competenze ed abilità a livello clinico ed analitico con possibilità di inserimento ed applicazione nel mondo della scuola, dei servizi formativi e dell’ambito extrascolastico, dove è sempre più pressante l’esigenza di nuove forme e modalità di comprensione di soggetti a rischio e dove risulta urgente e necessario approcciarsi a differenti casi di disagio e a diversità ontologiche più o meno evidenti, apparenti ed eclatanti.
Personalmente ho deciso di frequentare questo master perché nell’ambito del setting formativo ho potuto praticare e gestire un’esperienza clinica d’analisi sulla mia storia di formazione, attraverso un’anamnesi personale della mia storia di vita in relazione alla professione attuale di tipo formativo ed educativo. Anche per chi pratica pedagogia nelle professioni formative ed educative risulta necessario e indispensabile un momento clinico, un’esperienza d’analisi, una riflessione introspettiva e retrospettiva sulla propria storia di vita e soprattutto una revisione analitica ed appunto clinica delle proprie modalità e degli stili tramite cui si compie e si esplica l’atto educativo e formativo, quali dimensioni umane necessariamente ubiquitarie, presenti in qualità di esigenze esistenziali volte alla transizione metabletica e al cambiamento del sé, nello spazio e nel tempo. Il fare clinica e apportare concetti psicologici nell’ambito dell’educazione e della scuola comporta disagio e implicazioni verbali ambigue ricollegate al linguaggio psicanalitico, in quanto il trapassare i luoghi della clinica analitica appare giustificato solo alla presenza di sintomatologie altamente patologiche, invalidanti e soprattutto inerenti il pluriverso dell’adultità. In ambito scolastico la clinica psicanalitica avverte un’impercettibile esigenza di legittimazione, nel sospettoso desiderio di chiedere il permesso alla procedura psicologica con le multiformi tipologie di disabili o inabili all’apprendimento. La pratica psicanalitica non considera positivamente chi esporta tecniche e pratiche psicologiche e cliniche in altri settori professionali di interazione umana ad alto impatto relazionale soprattutto in contesti pedagogico-educativi. Così anche la pedagogia teme fortemente le invasioni psicologiche e le intrusioni mascherate di assoggettazioni professionali e culturali. Il timore di inefficaci ibridazioni concettuali, di commistioni procedurali inadeguate ed imprecisi sincretismi teorici ed operativi, è effettivo, giudicando dalla cospicua produzione letteraria inerente l’impraticabile confronto tra pedagogia, educazione e clinica psicanalitica.
Ho scelto questo master in Sviluppo delle competenze cliniche nelle professioni educative e formative perché oltre alla frequente presenza di momenti volti alla supervisione degli elaborati con un docente e un tutor, dove sono stati sviluppati e sviscerati scritti analitici autobiografici, tramite percorsi mirati di consegne e rimandi riflessivi, emozionali e cognitivi, l’apprendimento si evolveva tramite incontri e seminari a scadenze periodiche tenuti da docenti universitari, rispetto a tematiche che concernono la pratica clinica all’interno di differenti contesti epistemologici e culturali, quali la pedagogia, l’antropologia, l’educazione degli adulti, la psicopedagogia e così via. La competenza clinica nelle professioni formative ed educative permette di ricavare per induzione e dedurre dall’analisi introspettiva fondamentali informazioni più precise riguardo il proprio operato personale. Si ricavano i punti di forza e gli aspetti deboli di pratiche antiche come il mondo, ossia l’educazione e la formazione quali dimensioni focali e continua apicali dell’esistenza. Ho acquisito molteplici contenuti epistemologici e concettuali, strumenti pratici e declinazioni teoriche rispetto a molteplici materie che esplorano l’evoluzione cognitiva e il bagaglio dei saperi dell’umanità. In ambito scolastico si teme l’argomento “clinica” per supposizioni conclamate, pregiudiziali latenti, sotterranee paure. Un’idea di fondo consiste in questa ipotesi che se un’adeguata vigilanza e pratica di controllo esterna non risulta sufficiente a condurre il comportamento dell’allievo, eventualmente l’analisi delle dimensioni interiori potrebbero dare un contributo a trasformare l’allievo come lo si vorrebbe, per convenienza. La fantasia fagocitante di introiezione delle potenzialità maieutiche del clinico si alimenta soprattutto in quegli insegnanti con nozioni psicologiche che avvertono l’esigenza di sviluppare abilità metodologiche e gestionali, di migliorare le proprie competenze interpretative e valutative al punto di porre in collaudo uno strumento clinico, al fine di schematizzare e inquadrare gli atteggiamenti e le prestazioni dell’allievo.
L’interesse per l’ermeneutica interpretativa e la prognosi clinica, la ricerca di nuove tecniche costituiscono contrassegni importanti di questa propensione all’ipertrofizzazione nella propria funzione professionale. Un altro esteso e diffuso presupposto si basa sull’intolleranza per molti addetti ai lavori nei riguardi di un determinato espansionismo conoscitivo sottostante a molta programmazione didattica a variegate tattiche attuative, estimative ricollegate agli strumenti di valutazione. Così si sottolinea di nuovo la compressione della dinamica educativa su sistemi probabilmente di gran lunga più gestibili e verificabili, ma anche incompleti e apportatori di alterazioni.
La pretesa di seguire sentieri affettivi nella relazione educativa vorrebbe sottolineare l’esigenza di ripristinare dimensioni non prettamente cognitive, ma emozionali nell’ambito del rapporto pedagogico.
Mi permetto di attribuisco un’ottima valutazione al master in sviluppo delle competenze cliniche nelle professioni educative e formative per le opportunità offerte nella relazione, nel confronto e nello scambio di idee con docenti e tutor, nel rispetto della reciproca interazione a livello di elaborazioni teoriche e contenutistiche. Il master ha permesso e fornito l’apprendimento di teorizzazioni plurime alla luce di materie psicologiche, pedagogiche, sociologiche e antropologiche caratterizzate da differenziati percorsi clinici che mi hanno aperto le porte della mente a concettualizzazioni paradigmatiche e aspetti contenutistici pragmatici rivolti al mondo dell’educazione attraverso la didattica speciale e il ruolo della formazione, tramite pratiche laboratoriali e tecniche d’analisi introspettive e retrospettive volte alla presa di coscienza di ciascun partecipante che rivelava, attraverso il racconto autobiografico, la narrazione di sé, la ricognizione biografica interiore.

Personalmente affermo il fondamentale apporto epistemologico e l’imprescindibile contenuto culturale del master in sviluppo delle competenza cliniche nelle professioni educative e formative, soprattutto per il concetto in cui il termine “clinica” declina le sue accezioni, in quanto analisi, elementi di studio, approfondimenti di ricerca, a livello di esame valutativo delle esperienze e delle riflessioni, in qualità di cura, esperimento, ricerca, derivanti dal sostantivo latino clinamen, il letto del paziente su cui il medico ricerca, analizza, esperisce, cura…così noi ricerchiamo, esaminiamo, esperiamo, curiamo i soggetti interlocutori delle varie materie, in cui un importante rilievo assume la pedagogia, che contrariamente ad altre materie non possiede a livello esplicito una clinica valutativa e di supervisione.
Questo apparato epistemologico è personalmente risultato molto utile e spendibile culturalmente al fine di accrescere un bagaglio lessicale e contenutistico, alla luce di una professione e di un iter accademico in continuo sviluppo. D’altro lato il riferimento alle professioni educative e formative ha implementato risorse culturali precedentemente acquisite nel settore pedagogico e in ambito didattico, sviluppando e arricchendo l’esperienza della pratica d’insegnamento e dell’attività di docenza che permeano quasi globalmente la mia esistenza professionale. L’accezione di “clinico” si rivela veramente ambigua. Richiama l’idea del letto e di un paziente sopra disteso, forse perché malato, ferito, inadeguato, inabile e di un medico chiamato a chinarsi sopra per guarirlo, curarlo, salvarlo…
L’immagine dell’inclinarsi verso l’inferiore rappresenta un’icona della pratica medica mutuata dalla psichiatria e dalla psicopatologia. Le conoscenze e le professionalità cliniche dovrebbero organizzarsi, disporsi e costituirsi attorno ad una modalità esplorativa ed autosservativa, gravitante intorno ad una propensione sensibile nei confronti di chi soffre, di chi è posto in una condizione di inferiorità, per chi è in difficoltà, nei confronti dell’empatia per chi è faticosamente in fase evolutiva, di crescita, in un nobile e dedito sentimento prosociale per colui che è in divenire, nello spazio e nel tempo.
L’atteggiamento clinico è di per sé un’azione di sostegno e di aiuto notevole. Infatti se l’attenzione clinica è un comportamento, l’essere osservati dimostra l’individuale esistenza, in quanto “essere” consiste nell’essere percepiti. Ogni individuo è un fenomeno di caratteri (ferite), di sentimenti e atteggiamenti che se accettano di cambiare necessitano maggiormente di essere partoriti, creati e generati da uno sguardo e da una presenza attenta. Sussistono differenziazioni fra abilità/competenze cliniche e sensibilità/capacità cliniche. Le abilità e competenze comportano il sapere dell’impiego di modalità di azione e sistemi procedurali, che sono di consueto circoscrivibili intorno ad un determinato ed evidente modo di agire, di operare nella diagnosi, nell’interpretazione, nella risoluzione dei problemi tramite la cura. Invece le sensibilità/capacità si fermano alla percezione di avere dentro qualcosa (capax), ad un’intuizione, godendo erroneamente di minor prestigio in quanto non risolvono problemi e difficoltà, ma agevolano il loro superamento aiutando a pensare potenziali forme di risoluzione. L’assimilazione di un comportamento clinico nella procedura educativa non è caratterizzata come illegittima assunzione di tecniche altrove adottate ed assimilate, ma risulta solamente il presupposto per agevolare il docente e l’allievo nel costruire, mantenere e vivere una relazione professionale adibita a funzioni di apprendimento, non come generico agito di risanamento e psicoprevenzione, ma un autentico dispositivo metodologico e didattico finalizzato all’evoluzione della propria ed altrui pensabilità.

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