Del kibbutz che siamo abituati a conoscere mancano però tutte quelle caratteristiche di intelligenza e di proposizione positiva

La pedissequa insistenza con la quale si sostiene che la condizione degli italiani fuori confine la conoscono solo quelli che la vivono, lo scollamento con le istituzioni italiane a dispetto di organizzazioni dispendiose e mastodontiche, l’esclusivo affidamento nelle mani di soli e sparuti parlamentari eletti all’estero, il proliferare di personaggi che di fatto non sono più né italiani né stranieri ma che si presentano come il prezzemolo e che urlano ai quattro venti di non avere nessun interesse personale perché “arrivati” e tante altre cosette, hanno costruito il kibbutz più numeroso che mai si potesse avere.
Le caratteristiche ci sono tutte, la chiusura, la rigidità delle regole, la impermeabilità a qualsiasi apertura, la diffidenza esasperata per chi non vi appartiene. Del kibbutz che siamo abituati a conoscere mancano però tutte quelle caratteristiche di intelligenza e di proposizione positiva, l’intraprendenza e l’autosufficienza che ne hanno caratterizzato gli aspetti condivisibili. Quello degli italiani all’estero sarebbe quindi un kibbutz anomalo ed ingiustificato.
Il fatto è che questa gente, gli italiani all’estero, ignorano che il fondamentalismo associativo, l’occhio di assoluto “riguardo” dedicato alla loro circoscrizione “circoscritta” è interessato. La recinzione è stata posta in essere ad arte. La staccionata non è facilmente valicabile ed impedisce a quanti ne sono dentro di uscirne e a quelli che vorrebbero entrarci di accedervi.
In queste condizioni, come pretendere la riscossione dei propri diritti, come fare a convincere gli italiani in Italia che essi sono come loro? Sembra finanche troppo comodo porsi in questa condizione, protetti dalle quattro mura (solo apparentemente amiche) e nel contempo, farne uscire solo le pretese.
Non va. In questo modo l’impresa di accreditarsi all’attenzione delle istituzioni e dei compatrioti in patria diventa impossibile e le reazioni sono di insofferenza.
Hanno voluto creare per gli italiani all’estero il ghetto per eccellenza. Il bollire ed il ribollire nello stesso brodo, la stasi, l’immobilismo non assicurano nulla di nuovo ma ne fanno proliferare la carica batterica.
Fuori dal kibbutz degli italiani all’estero non si deve uscire. Il kibbutz degli italiani all’estero serve a chi lo sa manipolare. Il kibbutz è utile ai vertici che lo strumentalizzano per vantaggi personali.
Uscire dal kibbutz, significherebbe riunire le proprie acque nel mare comune dove miscelarsi ed essere disponibili ai confronti ed alla partecipazione. Abbandonare il kibbutz significherebbe cambiare aria ed aprire gli occhi accettando la realtà, essere protagonisti in prima persona. E’ questo l’unico caso in cui l’unione non fa alcuna forza se delimitata da barriere ideologiche e sociali.

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