Veline e sciantose in parlamento, meno capiscono e meglio sono da gestire. Qual è il problema?

Ad un mese dalle elezioni, qualsiasi elezioni esse siano, si mette in moto un meccanismo frenetico basato sui contatti e sugli abboccamenti. Si cercano voti e li si cercano ovunque non importa da chi e come. Le liste dei candidati vengono compilate con arguzia indipendentemente dalle competenze specifiche di chi verrà chiamato a ricoprire ruoli istituzionali. Il lavoro di parlamentare, oggi, è il più facile di tutti i lavori da imparare. Il periodo di apprendistato è brevissimo, per la maggioranza dei parlamentari si tratterà di imparate l’ubicazione esatta dei pulsanti e la loro collocazione, rosso o verde.
Non è azzardato affermare che i parlamentari che ci capiscono qualcosa ed hanno da dire e proporre, sono pochi che quando aprono la bocca parlano e quando impugnano la penna scrivono. Spesso, tanti di questi, quando non staff di vertice, escono quasi subito dagli schieramenti che li hanno eletti perché dotati di personalità e libertà svincolati dagli ordini di scuderia.
Il resto è una deludente schiera di incravattati che altro non fanno che dare la sensazione di sapere come andranno a finire le cose con un’aria sicura ed ammiccante.
Se questa può sembrare antipolitica, vuol dire che abbiamo fallito nell’intento di comunicare un’altra cosa. Entrare in Parlamento significa essere assunto per un lavoro che riguarda tutti i cittadini, di grande responsabilità, di coscienza. I parlamentari decidono su questioni che sono in grado di condizionare la vita di un essere umano, le leggi possono divenire dei cappi al collo per milioni di individui, non si scherza. Basterebbe cominciare a scegliere candidati illibati e che sappiano leggere e scrivere ma che soprattutto siano in grado di capire in tempo reale quello che accade nelle aule che contano. Invece, i criteri di scelta sono altri: il loro aspetto, le loro profumazioni, la loro capacità di obbedire senza eccezioni.

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