Fu legittimo fucilare Mussolinì? E fu giusto esporne il cadavere in Piazzale Loreto? Alla prima domanda il giudizio storico può rispondere affermativamente. Alla seconda negativamente. Qui inizia la parabola del “corpo di Mussolini” ripercorsa dallo storico Luzzatto in un libro che merita menzione. Una parabola che potrebbe essere riassunta così: da Predappio a Predappio con sosta al Dongo. A Predappio, infatti, il futuro capo del fascismo era nato. E a Predappio venne sepolto dopo lunghe traversie. E dopo, soprattutto, l'esecuzione capitale avvenuta al Dongo, presso il confine italo-svizzero, su ordine del leader partigiano Luigi Longo: «Accoppare subito, in malo modo, senza processo, senza teatralità, senza frasi storiche». Sandro Pertini, che aveva lungamente carezzato l’idea di vendicare l’assassinio fascista di Giacomo Matteotti facendo saltare in aria Mussolini con tutto il suo Palazzo Venezia, ne commentò la fine con queste parole di sapore kafkiano: «È finito come un cane».

di Andrea Ermano

Il 28 aprile del 1945, nella località di Giulino di Mezzegra ai confini tra l’Italia e la Confederazione elvetica, Benito Mussolini viene arrestato e giustiziato da un gruppo di partigiani comunisti.

Il giorno successivo i corpi del duce, della sua amante, Claretta Petacci, e di alcuni membri del seguito vengono traslati in camion a Milano e scaricati a Piazzale Loreto, cioè esattamente nello stesso luogo in cui il 10 agosto del ’44 Giulio Casiraghi, operaio comunista di Sesto San Giovanni, e altri quattordici prigionieri politici erano stati fucilati ed esposti: «uno addosso all’altro pieni di mosche, sotto un sole tremendo, chi con le braccia aperte, chi rannicchiato, chi a schiena in su, qualcuno con gli occhi spalancati nel terrore», tra i motti di scherno degli squadristi della Muti e della Resega.

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Il trafugamento

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Anonimamente seppellito, dopo sommaria autopsia, nel campo 16 del cimitero milanese del Musocco, il cadavere del duce viene trafugato nella primavera del ’46 da un gruppo di neofascisti guidati da Domenico Leccisi, che consegna i resti a Enrico Zucca, priore dei francescani milanesi e noto simpatizzante di quella destra politico-confessionale per definire la quale don Luigi Sturzo già nel 1924 aveva coniato un eloquente sostantivo composto: clerico-fascismo.

Leccisi, Zucca e sodali finiscono ben presto a San Vittore, implicati sia nel trafugamento che in una torbida vicenda di denaro falso e zecche clandestine. Frattanto le ossa di Mussolini, recuperate dall’autorità giudiziaria, vengono segretamente collocate in un loculo della Certosa di Pavia. Lì rimangono fino al 1957, anno in cui giunge il nulla osta per il funerale. A dare il permesso è il monocolore democristiano dal predappiese Zoli, ”fiduciato“ con i voti determinanti dei missini.

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Fellini e le gite nere

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Inizia un’epoca di pellegrinaggi neri: domenica 8 settembre 1957 quarantadue individui vengono denunciati per tentata ricostituzione del disciolto partito fascista. Tra di essi almeno due diverranno famosi: il famigerato squadrista romano Stefano Delle Chiaie, anima nera della strategia della tensione, e l’avvocato bergamasco Mirko Tremaglia, che ”da decenni” si batte “per i diritti degli Italiani all’estero“.

La retorica e la mistica fasciste trascolorano in bizzarra cuccagna strapaesana a base di gadgets vagamente necrofili. «È gente che vive di miti che non reggono più», commentava già all’epoca il grande Fellini.

Sono gli anni de La dolce vita e il regista riserva un irresistibile quadretto al leitmotiv nostalgico allora in voga, la gita funebre a Predappio: «C’eravamo tutti. È stata una cerimonia bellissima, mesta e commovente. Era il popolo, l’autentico popolo che portava fiori al suo capo amatissimo» – così, ironia finemente horror del capolavoro felliniano, discorre l’azzimato ex gerarca nella scena del ballo notturno ai Castelli romani.

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Finale di partita

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Ma, al di là delle note di costume, siamo al finale della transizione politica dal regime fascista alla Repubblica. Un finale che – dopo l’occultamento di Stato presso la Certosa di Pavia e lo sviluppo di strategie concorrenziali per l’elaborazione del passato – si gioca anche intorno alla salma del duce. La posta in palio è la riuscita o meno del tentativo ”continuista“ di restaurare il vecchio impianto di potere, senza il duce e senza il re, ma sotto l’egemonia della destra clericale.

Nello scontro consumatosi intorno alla transizione post-fascista dell’Italia repubblicana (una transizione che notoriamente si conclude a Genova nel luglio 1960 con la sconfitta di Tambroni e il prevalere della strategia saragattiana del centrosinistra) emergono le ultime conseguenze dell’epilogo consumatosi a Giulino di Mezzegra.

Quella di Mussolini, da vivo e da morto, è una vicenda che per buona parte coincide con il Novecento italiano, dalla crisi dello Stato unitario scatenatasi alla fine della prima guerra mondiale fino ai prodromi dell’instabilità politica contemporanea. E forse la transizione dalla prima alla seconda Repubblica stenta a transitare anche a causa del modo non serio – all’italiana – con cui il nostro paese ha tentato di eludere i fantasmi del regime.

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Un punto basso, corporale

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Fin qui in sintesi l’impianto della ricostruzione (in sette capitoli, un Prologo e un Epilogo) offertaci dall’importante saggio einaudiano Il corpo del duce. Un cadavere tra immaginazione, storia e memoria, dello storico Sergio Luzzatto.

Già enfant prodige di scuola pisana, Luzzatto con questo libro «sembra aver vinto la gara che da anni impegna tanti narratori e indagatori della recente storia italiana: ha trovato il punto di vista adatto. Un punto basso, corporale: l’altezza di un gancio da macellaio; vicina a quella di un monumento equestre», scriveva Adriano Prosperi salutando il nuovo libro (CdS del 10 ottobre 1998).

Con un approccio indubbiamente originale, sostenuto da notevole competenza storica e uno stile di buona fattura, il testo apre uno squarcio sui molti arcani d’Italia, sulla perenne ambivalenza teatrale che anima il nostro beneamato Paese. E tra questi arcani campeggia senza dubbio anche la questione dell'uso simbolico imbastito intorno alla fine (ingloriosa) del fascismo e del suo fondatore.

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Carnival Nation

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«Una fine di questo genere, così meschina e miserabile» – annotava Giovanni Ansaldo nell’aprile del ’45 in morte del duce – «disonora l’Italia, e le imprime più che mai in fronte il marchio di ”Carnival Nation“. Una fine tragica sarebbe stata più onorevole per tutti; per lui, per noi, per il Paese».

In effetti l’epilogo di Mussolini al Dongo viene percepito come l’ultimo atto di una tragicommedia. E, in effetti, giunto all’epilogo della sua carriera di dittatore, il duce è un ex uomo di potere oramai vecchio e cadente, che deve scegliere se consegnarsi agli alleati (i quali lo processerebbero, come egli teme, «al Madison Square Garden») oppure ai partigiani. Dinanzi a questo dilemma si traveste da soldatino tedesco tentando di svignarsela in Svizzera con l’amica e un cospicuo numero di lingotti d’oro della Banca d’Italia.

Così «il cappotto straniero, il tesoro e la ganza» cadono nella trappola del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, e Luigi Longo, perentorio, ordina: «accoppare subito, in malo modo, senza processo, senza teatralità, senza frasi storiche».

Pietro Nenni – pur rimpiangendo di non poter «trascinare questo straccio per le piazze d’Italia, in un baraccone da fiera, a ludibrio eterno del ducismo» – già nel 1943 considerava Mussolini: «un vinto, è l’eroe dannunziano che ruzzolato dal suo trono di cartapesta morde la polvere».

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Il ”quinto atto“

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Dopo l’epilogo del Dongo, Pertini – che dall’esilio in Francia aveva lungamente carezzato l’idea di vendicare l’uccisione di Giacomo Matteotti collocando una bomba ad alto potenziale sotto Palazzo Venezia – riassume con accenti kafkiani l'intera epopea ducesca: «È finito come un cane».

In verità finì anche peggio. E qui bisogna ricordare una pagina tutt’altro che luminosa, anzi ripugnante, della Liberazione di Milano. Quel 29 aprile del 1945 la gente accorre a Piazzale Loreto. Il cranio dell’ex dittatore viene preso a calci. Sfondato. I cadaveri vengono coperti d’insulti, sputi, urina. Una donna spara sulle salme. Alla fine queste finiscono appese per i piedi al traliccio di una stazione di benzina. Macabro rituale che suscita lo sdegno della stampa internazionale e il profondo disagio di molti dirigenti antifascisti.

Giuseppe Saragat telegrafa a Le Monde una condanna senza appello contro la «plebaglia» che aveva «calpestato e insozzato il corpo vinto».

L’Avanti! titola ”Giustizia è fatta“, ma in redazione Nenni trattiene a stento il proprio fastidio quando il redattore capo – un ex fascista – propone: «Andiamo tutti a brindare. Offro io».

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La folla accanita

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La folla accanita del crucifige di Piazzale Loreto pare a Leo Valiani, capo del Partito d’Azione, la medesima folla osannante «delle adunate oceaniche». Il «popolo infantile», la ggente «disgustosa» e «servile», l’Italia reale, la maggioranza rumorosa e circense eternamente pronta a saltare sul carro del vincitore, si presenta massiccia all’appuntamento con il cadavere.

E la retorica prende il sopravvento. E la Resistenza, fenomeno minoritario il cui valore etico consisté proprio nel coraggio civile di combattere contro una dittatura che aveva goduto invece di vasti consensi, finisce anch’essa per travestirsi, da ”guerra di popolo“.

Proprio sul giornale di Valiani l’orrore di Piazzale Loreto, prontamente sublimato, viene ridescritto come segue: «è una folla di uomini e di donne, che per un momento … ha cessato le sue grida, le sue manifestazioni di gioia per l’avvenuta liberazione. Non un gesto inconsulto davanti ai cadaveri di questi uomini che hanno espiato con la morte le loro gravi colpe, ma unicamente una certezza: che la giustizia popolare ha fatto il suo corso». Resoconto desiderante quant'altri mai.

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La protesta di De Luna

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Un resoconto «tanto ”falso“ quanto profondamente rivelatore di quale ”avrebbe dovuto essere“, secondo il PdA, la ”vera“ Piazzale Loreto» – annota Giovanni De Luna.

Accanto all’Italia, irrimediabilmente grulla, delle minoranze eroiche, convive quella maggioranza ben nota, astuta e conformista. Passata la buriana, quest’Italia è, si capisce, pronta ad avviare la riabilitazione del duce – dopo averlo prima osannato e poi, senza soluzione di continuità, smembrato. Ma la storia, evidentemente più astuta degli astuti, non ha cosentito il compimento di questo doppio walzer trasformista.

Nondimeno, l'incapacità di fermarsi e riflettere, rende fragile e incerta la cultura politica del nostro Paese. Questo giudizio di fondo percorre e sottende il libro di Luzzatto.

Giudizio severo e, per molti versi, plausibile. Forse troppo plausibile. Perché di certo è implausibile – protesta De Luna – voler dedurre dall’orrore di Piazzale Loreto l’assunto secondo cui nell’immediato dopoguerra abbia avuto luogo una sorta di ribaltamento dei ruoli, con i reduci della Resistenza nei panni dei persecutori e i reduci di Salò oggetto di persecuzione da parte del ”potere cimiteriale“.

In effetti, alla luce della continuità di potere tra il regime fascista e certo establishment democristiano dell’immediato dopoguerra, questo assunto appare francamente inverosimile. Se è vero che la Resistenza in Italia fu anzitutto e soprattutto un fenomeno minoritario, non si può assumere una reale cesura di potere tra la vecchia e la nuova Italia. In realtà la nuova Italia stenta moltissimo a nascere e non c'è soluzione di continuità, non almeno nell’immediato dopoguerra (e in questo senso perde in credibilità, almeno nella sua portata più vasta, anche la tesi luzzatiana del «potere cimiteriale» antifascista).

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Paragone italo-tedesco

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Fa invece bene Luzzatto a riflettere nella vicenda del corpo del duce i vizi di un Paese sostanzialmente estraneo al tormento morale della memoria o al sentimento collettivo di colpa. In tal proposito sarebbe istruttivo – ben al di là di un semplice esercizio di erudizione storica – porre la transizione post-fascista in Italia a paragone con quella parallela, eppure così diversa, che si svolge nella Germania dell’Ora zero.

Non che ”lo spettacolo nibelungico della fine di Hitler“, come lo definisce icasticamente Luzzato, rappresenti un modello alternativo rispetto a Piazzale Loreto… Si tenga presente che mentre in Italia la ggente si esercitava nel pubblico ludibrio, saltabeccando disinvoltamente dagli osanna ai crucifige, e nelle vetrine delle cartolerie venivano commercializzate le foto del duce appeso a testa in giù; a Dresda trovavi esposti «i ritratti di Hitler listati a lutto, adorni di fiori. ”Si può essere più cretini“, commentava un ufficiale allibito». Il paragone andrebbe condotto, insomma, sopra la quota su cui operano i rispettivi cretinismi nazionali.

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Un'autoassoluzione impossibile

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A Luzzatto va il merito d’aver messo il dito nella piaga, rimarcando i vizi sostanzialmente simmetrici e auto-assolutori del ”buonismo“ e del ”cattivismo“ postbellico. Da un lato lo spirito di piazzale Loreto che puntava a una quasi irrazionale demonizzazione dell’ex dittatore ”inviso alle masse“ (immagine funzionale alla ”guerra di popolo“, che ha rappresentato una specie di mito fondante della ”Repubblica nata dalla Resistenza“). Dall’altro il perdonismo clerico-fascista che difendeva la ”buonanima Mussolini“ per ovvi, ancoraché inconfessabili motivi.

«Rimettere a Mussolini i peccati di Dongo – il cappotto straniero, il tesoro, la ganza – significava infatti perdonargli le colpe del regime: il trasformismo politico, la corruzione economica, la doppia morale.» Cioè proscioglierlo anche e soprattutto dai vent’anni di dittatura a partire dall’assassinio di Giacomo Matteotti (il leader riformista che fu rapito, sottoposto a violenza carnale, torturato e poi ammazzato a coltellate dai sicari del duce nel 1924) fino alle leggi razziali e all’immane tragedia della seconda guerra mondiale.

Questo, per l’establishment italico, avrebbe voluto dire auto-assolversi. Ma a tutto c'è un limite.

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Sergio Luzzatto, Il corpo del duce. Un cadavere tra immaginazione, storia e memoria, Einaudi editore, Torino 1998 (questa recensione è apparsa per la prima volta sull'ADL del 20.1.1999).

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