di Daniela Binello

Senza Khomeini non ci sarebbe stato Bin Laden, non ci sarebbe stato l’11 settembre ed oggi non ci sarebbe l’Eurabia. Lo ha sostenuto Oriana Fallaci ne ‘l’Apocalisse’, l’ultimo libro della grande inviata (non postumo) pubblicato da Rizzoli nel 2005. Nella figura dell’Ayatollah Khomeini, la Fallaci ravvisò il concentrato della lugubre intelligenza del Male capace di catalizzare tutto l’odio dell’Islam verso l’Occidente, un’eredità raccolta materialmente dallo sceicco del terrore. Con Obama che tende la mano all’Iran dalla Turchia, il Paese musulmano che il presidente americano ha scelto d’includere per il suo primo viaggio all’estero, s’inaugura il nuovo corso di una lunga e cruenta trattativa che, con cambi di scena e violenti colpi di coda, vede fra i suoi protagonisti principali i Paesi del Medio Oriente e, fra questi, l’Iran. L’Iran, che il 12 giugno andrà alle urne, potrà riconfermarsi intollerante, antisemita e antiamericano oppure riprovare a diventare riformista teocratico, ma in realtà potrà trattarsi unicamente, qualunque sia l’esito, di un déjà vu, a cominciare dai contendenti: da una parte, Mahmoud Ahmadinejad, l’attuale presidente, di cui conosciamo parole e opere (un ardente passato da ex sindaco di Teheran ed ex comandante dei Pasdaran), e dall’altra parte l’antagonista riformista più quotato, Mir – Hossein Mousavi, fattosi avanti dopo la rinuncia del 'cavallo di ritorno' Mohammad Khatami. Quest’ultimo, il cosiddetto “Gorbaciov iraniano” che porta sempre il suo bel turbante nero perchè è sì un moderato, ma è anche religioso (è il leader dell’Associazione del clero combattente), fu già eletto per due mandati presidenziali (nel 1997 e nel 2001) e delle sue sostanziali riforme, sebbene molto ostacolate, non si vide traccia. Khatami nel marzo scorso, però, ci ha ripensato e ha ritirato la sua candidatura, spianando l’endorsement per Mousavi, ex primo ministro dal 1981 al 1989, cioè nel primo periodo post rivoluzionario, seguito alla destituzione dello Shah, e durante la guerra con l’Iraq. Alla presidenza dell’Iran Mousavi, comunque, troverebbe vita dura, non godendo dell’appoggio dell’Ayatollah Ali Khamenei. L’Iran sotto Ahmadinejad si trova ad affrontare la peggiore crisi economica degli ultimi decenni. L’inflazione, la disoccupazione al 25 per cento, le sanzioni e il calo dei prezzi del petrolio hanno causato una vera e propria bufera, minacciando la presa popolare su cui si è basato nei primi tempi il successo del regime. Durante il suo primo mandato Ahmadinejad ha promosso una qualche forma di sostegno per le fasce più basse e delle zone rurali, ma non ha mai avuto la stima delle élite e con l’aggravarsi della crisi finanziaria è sembrato rimanere piuttosto isolato anche all’interno del suo stesso schieramento. Non è facile attualmente affrontare un cambiamento in Iran e probabilmente la fedeltà di Ahmadinejad a Khamenei e la sua strenua difesa dell’Iran dal tentativo di George W. Bush di occupare aree importanti del Medio Oriente gli varrà la riconferma per un secondo mandato. Con l’inversione di tendenza impressa alla politica estera dal nuovo presidente americano si potrebbe effettivamente aprire una finestra di dialogo fra i grandi nemici storici nel Medio Oriente, ma è anche vero che le aperture di Obama all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, dichiarando formalmente in aprile al vertice Usa-Ue di Praga il forte sostegno degli Stati Uniti al processo d’integrazione, ha infastidito, e non poco, nazioni come la Francia e la Germania (possibilista, ma soltanto per una “partnership privilegiata”), con cui si schierano altri Stati membri, mentre l’Italia di Berlusconi sembra favorevole ad abbracciare con un certo entusiasmo circa 72 milioni di turchi prevalentemente musulmani che diverrebbero cittadini dell’Ue. Da Ankara, Obama ha ammonito l’Iran invitandolo a fare una scelta “fra creare un’arma nucleare o creare un futuro per il popolo” ed ha assicurato che non farà mancare il suo sostegno “ai due Stati, Israeliano e Palestinese, fianco a fianco nella pace e nella sicurezza” e infine, senza entrare troppo nel merito del genocidio armeno, ha concluso: “Noi diamo il massimo sostegno alla completa normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Armenia. La grandezza della Turchia è di non essere il luogo dove est ed ovest si dividono, ma piuttosto dove s’incontrano”, significando dire agli europei, con ciò, di non respingere le ambizioni turche. Benyamin Netanyahu, il primo ministro israeliano invitato da Obama in maggio a Washington per una rotazione di colloqui vis à vis con i leader di spicco della regione mediorientale, ha intanto fatto sapere che i programmi nucleari iraniani destano preoccupazioni enormi non solo in Israele, ma anche in Egitto, Turchia, Arabia Saudita e negli stessi Paesi europei. La stampa israeliana, inoltre, ha diffuso notizie circa i piani già pronti per un’eventuale offensiva israeliana contro il potenziale atomico iraniano, piani avvalorati dalle dichiarazioni del generale Dan Harel, vicecapo di Stato Maggiore israeliano, che ha precisato: “Noi preferiamo l’opzione politica, ma dobbiamo egualmente essere pronti”. Harel ha ribadito che Teheran sta preparando un “ombrello nucleare” utilizzando elementi islamici militarizzati come Hamas ed Hezbollah, mentre il capo dell’Aman (intelligence militare israeliana), il generale Amos Yadlin, ha affermato che da fine marzo l’Iran è in grado di armare con ordigni nucleari i suoi missili ‘terra – terra’. Allo stato dell’arte, se quanto dichiarato dai militari israeliani costituisce la verità, agli scienziati iraniani mancano soltanto notevoli quantità di materiale fissile (uranio arricchito), la cui disponibilità, cioè il modo di procurarselo, è una decisione di ambito politico – strategico. Un sì o un no che dovrà sottoscrivere il nuovo presidente iraniano, anche se tutti sanno che il gran burattinaio è sempre e solo la Guida Suprema, l'Ayatollah Ali Khamenei, erede indiscusso di Khomeini. Le elezioni iraniane, perciò, sono seguite attentamente dal mondo arabo e, soprattutto negli Stati che manifestano insofferenza verso l’Iran, non è detto che si auspichi per il ritorno di un moderato alla guida del Paesi. L’ardente retorica di Ahmadinejad, che a noi appare più o meno strampalata, è anche servita a strumentalizzare il capro espiatorio cui addossare tutte le colpe dei mali nazionali di Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Bahrein e Marocco. Sembra un paradosso, ma alcuni di questi Stati temono di perdere i benefici profusi dagli americani alle “sentinelle” arabe che vigilano contro l’espansionismo iraniano. Oriana Fallaci, nemica acerrima dell’ipocrisia del politically correct, li avrebbe ‘sgamati’.
(Laici.it)

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