presentata da
ANTONIO RAZZI
lunedì 8 marzo 2010, seduta n.295

RAZZI. –
Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione.
– Per sapere – premesso che:

già in passato ancor prima delle critiche sempre più aspre che caratterizzano l'attuale situazione degli altissimi stipendi dei manager «overpagati», si era avanzata la necessità di porre un freno a questo inqualificabile fenomeno;

il mondo intero per mezzo delle sue principali istituzioni (sia americane sia europee, sia Capi di Stato e di Governo, sia i massimi livelli istituzionali finanziari) ha levato la voce contro questo fenomeno che già, tempo prima, era stato sollevato nel Parlamento italiano;

queste iniziative volte a modificare le procedure che regolano gli stipendi dei manager erano dettate dal buon senso e dall'esigenza di fermare casi eclatanti, tra cui un esempio per tutti può essere costituito dalle «buonuscite» pagate ai manager sotto la cui gestione si è determinato il disastro Alitalia;

occorre distinguere tra:

a) manager di aziende completamente private;

b) aziende private che godono di aiuti pubblici;

c) aziende private in concessione che godono di revenue in regime di tariffe (autostrade) e diritti (aeroporti);

d) aziende particolari come le banche, che seppure private, gestiscono interessi pubblici e godono di entrate determinate da un marketing spesso «fatto» per legge (basti pensare alle norme che obbligano i cittadini ad utilizzare le banche per infinite operazioni che valgono decine di miliardi di euro);

le aziende interamente private (senza interventi pubblici né diretti né indiretti ad alcun titolo) non possono non avere la libertà di determinare i compensi dei loro manager;

conseguentemente alle ondate di privatizzazione oggi non vi sono più sostanziali controlli sui bilanci delle aziende dello Stato (con manager pagati ad avviso dell'interrogante oltre ogni limite di tollerabilità seppur «private» se non addirittura quotate in borsa;

un ufficio di un numero limitato di persone con tre soli vertici presso il Ministero dell'economia e delle finanze dovrebbe dare indicazioni o controllare o vigilare su Anas, Arcus, Cassa depositi e prestiti, Cinecittà Holding, Coni servizi spa, Consap spa, Consip spa, Enav spa, Enel spa gruppo, Eni spa gruppo, Eur spa, Ferrovie dello Stato spa gruppo, Finmeccanica spa gruppo, Fintecna spa gruppo, Gse spa, Istituto poligrafico e zecca spa, Italia lavoro spa, Poste italiane spa gruppo, RAI spa, Sace spa, Sicot srl, Società per lo sviluppo del Mercato dei fondi pensioni spa, Sogend spa, Sogin spa, Sviluppo Italia spa, e altre (queste aziende hanno un fatturato che incide tra il 15 per cento e il 20 per cento dell'intero prodotto interno lordo italiano per più di 600.000 lavoratori oltre un indotto enorme);

i manager di queste aziende ad avviso dell'interrogante finiscono per essere scelti non per meriti manageriali, ma per scelte politiche;

questi «manager politici» vengono ripetutamente e continuamente nominati nelle varie aziende di Stato indipendentemente dai risultati ottenuti nelle loro precedenti esperienze lavorative e dalle responsabilità gestionali. Anzi a volte manager che hanno avuto risultati a giudizio dell'interrogante disastrosi, tanto per fare alcuni esempi, sono stati nominati ai vertici di Alitalia, in Finmeccanica e nel gruppo Ferrovie dello Stato e viceversa;

un esempio per tutti può essere costituito dal vertice di Finmeccanica il cui AD e presidente risulterebbe la persona più pagata tra i manager di Stato con circa 5.560.000 euro (Corriere della Sera del 1o luglio 2009), oltre ad altri benefìci aziendali;

calcolando i soli emolumenti di 5.560.000 euro (per ogni giorno compresi quelli non lavorativi) l'AD e presidente di Finmeccanica ha un costo aziendale annuo corrispondente agli stipendi mensili di centinaia di persone;

a fronte di questi cospicui compensi ci si dovrebbe aspettare risultati esaltanti per il gruppo Finmeccanica e per lo Stato;

il gruppo Finmeccanica ha un fatturato che per il 70/80 per cento è fatturato captive (basterebbe calcolare le somme dirette o indirette dello Stato), cioè commesse obbligate a favore di Finmeccanica come per esempio le commesse dello Stato in posizioni particolari e del Governo, esempio ultimo quello di novecento milioni (di euro) in una unica soluzione nel dicembre del 2008;

si sono annunciate commesse che poi si sono rilevate certamente non prive di aspetti critici;

sono aumentate in Finmeccanica le criticità, come si può ricavare dalle indicazioni degli analisti anche internazionali e dalle notizie di stampa, soprattutto dalla stampa economica e/o dall'andamento del titolo stesso in borsa;

da notizie di stampa sembra che Finmeccanica inoltre si avvii sostanzialmente a vendere i «gioielli di famiglia» (dichiarazioni relative ad Ansaldo Energia e altre aziende di contenuto tecnologico) per far fronte ad esigenze finanziarie per la sopravvivenza del gruppo;

in Finmeccanica si continua a scaricare sullo Stato forti oneri (cassa integrazione per numeri consistenti di dipendenti, ad oggi si parla di non meno di 1.500 persone), dopo avere fatto grandi annunci di espansione soprattutto in periodo di rinnovi assembleari;

in tutto il mondo, in Europa così come in America, si è posto fine a tale situazione addirittura per i manager privati, mentre in Italia non si è fatto nulla neppure per i «manager politici»;

l'indennità del presidente degli Stati Uniti d'America è di 400.000 (quattrocentomila) dollari anno, (equivalente di 270.000, duecentosettantamila euro) -:

se intendano assumere iniziative normative urgenti per rimuovere tali situazioni intervenendo subito nelle aziende di Stato, a cominciare da Finmeccanica, in quanto essa vede al suo vertice il manager più pagato e con risultati che appaiono per di più critici nel complesso;

se si intenda intervenire immediatamente per far sì che per le «aziende statali» come Finmeccanica si ponga un limite massimo di stipendio non superiore a 500.000 euro (un miliardo delle vecchie lire, cioè l'equivalente di numerosi stipendi mensili di semplici dipendenti) e al fine di ancorare (come dicono autorevoli esponenti internazionali di fama come Trichet, e come dice il buon senso) lo stipendio al merito, cioè di vincolare risultati e stipendi, che con questo meccanismo possono superare anche gli attuali livelli retributivi se ancorati però agli utili reali e non agli utili fatti con il contributo dello Stato o con la ricchezza interna (vendita di asset, cassa integrazione, fondi a qualsiasi titolo derivanti dallo Stato e comunque dal settore pubblico, e compressione dei livelli retributivi dei dipendenti).

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