(Zurigo, 15.02.2012 – Corriere degli Italiani) – Tanti non amano parlare della comunità italiana come della storia di una diaspora, cioè la dispersione migratoria di un popolo costretto ad abbandonare la sua sede originaria, disseminandosi in ogni parte del mondo. La diaspora per antonomasia è l’abbandono della terra natale da parte di un popolo: la dispersione del popolo ebreo dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme a opera dei Romani. Le caratteristiche di una diaspora sono costituite da un numero rilevante di popolazione, della stessa cultura e lingua, che interagisce a livello culturale, religioso ed economico. Oggi l’esempio più eclatante della diaspora nel mondo è quella cinese di cui le Chinatown sono l’emblema più significativo.

Per noi le Little Italies sono rimaste un ricordo per turisti in cerca di emozioni holliwoodiane e comunque invase dell’inesorabile espansione cinese. Non abbiamo saputo conservare il retaggio del nostro passaggio. La storia dell’emigrazione italiana è una storia precisa. Si tratta di una popolazione sollecitata e costretta a lasciare la patria. E abbiamo ascoltato la voce dei banditori e dei mercanti di carne umana. Lentamente il numero degli oriundi si è moltiplicato. Sono ancora tanti coloro che portano un cognome italiano, anche se storpiato da incompetenti addetti ai registri di sbarco. Nonostante le conferenze di emigrazione abbiano giocato sulla retorica dei numeri, della consistenza e peso reale delle comunità italiane residenti all’estero, non possiamo negare i segni di una crisi di questa diaspora. I giornali di emigrazione devono affrontare crisi regolari.

Anche l’associazionismo, che ha giocato un ruolo vitale nella storia delle migrazioni, non è esente da momenti di smarrimento. Lo si può intravedere facendo un’analisi di contenuto dei numerosi bollettini di collegamento che ormai dedicano ampio spazio ai ricordi, agli annunci funebri, alle curiosità dei luoghi di partenza. Il nuovo stenta ad emergere. Le alleanze nel campo della solidarietà tra rimasti e partiti, un metodo attuato da Rino Zandonai, non è stato copiato da altri. Gli unici a non conoscere crisi (eccetto in qualche caso) sono i patronati in crescita per il numero sempre maggiore di pensionati che hanno bisogno delle loro prestazioni. Una diaspora è tenuta insieme non solo dalla cosiddetta italianità, un termine assai difficile da definire in emigrazione, dove sono sorte e si sono sviluppate nuove identità: gli italo-americani, gli italo-francesi, gli italo-svizzeri che comunque sono legati da un filo rosso comune: il desiderio di tramandare una storia e dei valori alle nuove generazioni che portano un cognome italiano senza rendersi conto del significato.

(…) A fianco di questo impegno si colloca il lavoro delle regioni con il desiderio di ricuperare la regionalità, la toscanità, la sicilianità. Il processo di un ‘Italia fattasi all’estero” sta frastagliandosi. Sta riemergendo la regionalizzazione per motivi meramente economici. Un décalage impressionante dovuto anche al disinteresse per la promozione della cultura e lingua italiana.

Con la crisi economica sono soprattutto le nazioni del continente latino-americano a scoprire il mito dell’Italia con un numero elevato di popolazione che ha espresso il desiderio di riacquistare la cittadinanza per poter emigrare liberamente in Europa. Non è certo il desiderio di partecipare alla vita politica della nazione. Il voto comunque diviene un’occasione per chiedersi che cosa significa avere un passaporto italiano.

L’istituzione di un ministero per gli italiani nel mondo e la rappresentazione delle comunità attraverso i Comites e il CGIE hanno costituito un momento forte e un ricupero dell’importanza strategica della diaspora, ma a motivo dei soliti localismi e spartizioni secondo precise linee partitiche la creatività della base è stata spesso accantonata. Apprendiamo dai comunicati stampa delle regioni simili slogan: “Giovani toscani nel mondo ambasciatori del ‘made in Tuscany’ ” che, a onor del vero, sono spesso accompagnati da cospicui investimenti nel campo formativo e linguistico. Il consigliere Alberto Cecchi ha segnalato l’importanza della presenza di questi giovani e ha spiegato che questo percorso, oltre ad essere un’occasione di crescita personale, dovrebbe diventare anche un’opportunità per rappresentare e promuovere le eccellenze toscane nel mondo. I giovani coinvolti, diventano così dei veri e propri “ambasciatori della Toscana all’estero’’, dei punti di riferimento internazionali” (Inform). Il CGIE e i Comites da tempo stanno vivendo momenti di crisi, anche per problemi finanziari. Nel frattempo è stato costituito il Museo Nazionale dell'Emigrazione Italiana presso il Complesso Monumentale del Vittoriano, accompagnato anche dall’emissione di un francobollo celebrativo. Ma il ricordo di una presenza non cancella la crisi.

Gli ultimi segnali provenienti dalla diaspora e densi di significato sono la presentazione di un volume di Antonio Razzi “Le mie mani pulite”, dopo le note vicende che lo hanno coinvolto e non condivise da larga parte dell’opinione pubblica. La prefazione del volume, dedicato dal deputato agli italiani all’estero, è dell’ex premier Berlusconi, le cui scelte politiche hanno disintegrato la diaspora. “Il libro – prosegue Razzi – l’ho dedicato ai miei connazionali all’estero che non ho mai dimenticato e mai dimenticherò. Essi sono la ragione prima e ultima della mia esperienza parlamentare ed è per loro soprattutto che mi sono deciso di cercare percorsi diversi che rendessero la mia azione politica più incisiva”. Questo volume induce a verificare il ruolo giocato da parlamentari eletti nella circoscrizione all’estero e la loro incisività a favore delle diaspora. Alcuni sono rimasti sconosciuti, altri si sono distinti per le interrogazioni e interpellanze parlamentari, altri si sono dedicati al problemi sociali di loro competenza, altri hanno iniziato una campagna contro la mafia in Germania.

Per fortuna qualcuno ha investito sul problema più urgente: la promozione della lingua e cultura, sfidando anche lo strapotere di un sindacato che vuole imporre le sue norme e non ammette nessuna ingerenza del privato, distruggendo così una delle intuizioni più geniali delle comunità, gli enti gestori, e l’impostazione che essi davano, offrendo a tutti e non solo a poche élites la chance di apprendere la lingua. Come ultimo barlume di speranza spunta la richiesta di un difensore civico anche per gli italiani all’estero, la nuova proposta di legge del parlamentare Fabio Porta. Suonano dense di significato le parole di un racconto di Luis Sepúlveda “Salute, professor Gálvez!” (dal suo volume “Le rose di Atacama). In un incontro in un bar di Madrid con il professor Carlos Galvez, che insegnava spagnolo in una piccola scuola di campagna vicino a Chilla, nel sud del Cile e costretto all’esilio. Visse a lungo ad Amburgo. E in un incontro a Madrid con l’autore sbottò: “Siamo tornati in patria, capisci. La nostra lingua è la nostra patria”.

Rimboccarci le maniche, cercare di individuare le priorità, il movimento associativo che inizia a riflettere sul futuro della diaspora al di là delle cene sempre piacevoli e festose. Investire di più nel mondo giovanile.

Nello stesso modo le vite degli uomini e delle donne di cui Sepúlveda parla hanno illuminato per un momento il mondo con la luce delle loro azioni, ma la loro fiaccola non sempre è stata raccolta da altri. Se non raccogliamo noi questa eredità, se non individuiamo alleati, chi ci potrà aiutare? ”I giovani non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere.

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Franco Narducci

Vicepresidente

Commissione Affari esteri

Camera dei Deputati, Roma

Tel. ++39 06 6760 5698

Cel. ++39 338 677 04 24

narducci_f@camera.it

www.franconarducci.com

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