Potrebbe essere una buona notizia: il Parlamento greco ha finalmente deciso di allinearsi alle richieste dell'Europa e delle istituzioni finanziarie internazionali che dovrebbero dare il via libera al megaprestito per il risanamento. Quella brutta, invece, è che queste ultime non si fidano ancora, per cui ogni decisione sembra rinviata al vertice dell'Eurogruppo di lunedì 20 febbraio. Al clima di tensione generale contribuiscono anche i dati sul calo del Pil dell'Italia che tuttavia, grazie all'autorevolezza impressagli da Mario Monti, sembra poter dire nuovamente e più credibilmente di prima la sua al riguardo degli altri Paesi in difficoltà.
In realtà negli ultimi mesi buona parte della stampa internazionale ha preso l'abitudine di associare l'Italia alla Grecia, con la quale purtroppo condividiamo un impressionante debito pubblico, ma dalla quale ci distanzia l'essere comunque la terza economia europea e aver imboccato la via per il risanamento. Chissà se il premier Mario Monti, nel rifiutare di apporre la sua firma nella lettera con la quale il governo italiano avrebbe dovuto garantire lo svolgimento dei Giochi olimpici nel 2020 a Roma, con una certa dose di scaramanzia non abbia voluto allontanare dal nostro Paese anche la prospettiva di un default legato più o meno indirettamente alle spese per organizzare i giochi?
Infatti si è molto discusso questi giorni se le olimpiadi di Atene del 2004 siano state all'origini del colossale indebitamento greco. Comunque stiano le cose, secondo gli economisti, gli investimenti in Grecia in quest'ultimo decennio si sono rivelati assolutamente improduttivi. Essi sarebbero stati impiegati prevalentemente nella realizzazione di megaopere mentre la spesa pubblica corrente (assunzioni, stipendi, ecc.) passava nel periodo 1994 – 2000 dal 14 al 20 per cento, senza peraltro centrare alcun obiettivo di crescita economica. In questo modo si sono annullati i vantaggi della rimonta economica ottenuta alla fine del secolo scorso (con un bilancio pubblico in pareggio) che aveva consentito agli ellenici di entrare a testa alta nell'Unione Europea e di far parte dell'eurozona.
Dopo di ciò il crollo della piccola penisola che ha dato vita alla civiltà occidentale è davanti agli occhi di tutti. Una classe di benestanti che non paga le tasse come dovrebbe e che non sembra voler rinunciare ai propri privilegi, una larga fascia di impiego pubblico che non sopporta il fatto che tutto il mondo che si era costruito in questi ultimi anni sia praticamente crollato, mentre le classi inferiori non hanno di che vivere perché sta per scomparire anche il paracadute dello welfare. La verità è che l'Unione Europea, e il mondo occidentale, è intervenuto con ritardo e poi pesantemente contro il Governo greco, non tanto per la preoccupazione della sorte dei cittadini quanto piuttosto per paura dell'effetto domino della crisi greca sull'euro e sull'intera economia mondiale.
Se va bene chiedere il massimo rigore ai governi, occorre tuttavia non perdere il senso delle proporzioni. Cosa si vuole di più da un Paese che ha un tasso di disoccupazione del 20% sulla popolazione attiva, che da almeno tre anni non fa che sacrifici, che ha visto passare il salario mensile massimo da 780 euro al mese a 586? La Grecia è una piccola nazione e una piccola economia che incide abbastanza limitatamente nel complesso europeo. Cosa diremmo se uguale accanimento lo si avesse nei confronti delle regioni meridionali italiane, che lasciate da sole tecnicamente non se la passerebbero meglio della Grecia?
Il Governo ellenico non va certo assolto per aver truccato i bilanci, aver tollerato l'evasione fiscale, praticato ad abbundantiam il clientelismo, ecc. ed essersi così screditato davanti al mondo e alla sua popolazione; certo, se vuole l'aiuto internazionale, esso va subordinato a un controllo severo sul come verranno gestite, anche in futuro, le finanze del Paese. Si può accettare tutto, ma è necessario a questo punto scindere quelle che sono le responsabilità di una classe dirigente poco accorta dalle sorti di un popolo che poco c'entra con la crisi che ora lo attanaglia. O non è questa l'Europa dei popoli prima che dei governanti (e delle banche)?
Le proteste di piazza di questi giorni, pur nella loro apparente irrazionalità e scarsa responsabilità di fronte alla crisi del momento, mostrano una razionalità di fondo: il popolo ha capito che la classe politica cui si era affidato lo ha tradito (non a caso oggi l'aspettativa di voto in Grecia vede i partiti tradizionali totalmente perdenti). E allora piuttosto che concentrare le attenzioni su un controllo poliziesco sulla tenuta dei conti del Paese cui si intendono fare dei prestiti perché non legare questi ultimi, per esempio, a un programma di rilancio economico e di sviluppo pluriennale da attuarsi sotto un rigido controllo europeo? Il popolo greco sicuramente lo preferirebbe ai tagli tout court.
In buona sostanza quando interveniamo sulla Grecia preoccupiamoci di non buttare via il bambino con l'acqua sporca. In altri termini estromettiamo pure il pilota dalla guida, ma rimettiamo il Paese nella giusta direzione, che in fondo è in cui si era immesso al suo ingresso in Europa. Se il popolo greco, orgoglioso e dignitoso, ce l'ha fatta una volta ce la farà anche la seconda. Non neghiamogli la fiducia!

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui