E’ morto all’improvviso, a Montreux, colpito da un infarto fulminante, a soli 69 anni, mentre era in Svizzera per una serie di concerti.
Artista amato e prolifico, Lucio Dalla, in 50 anni di carriera, ha spaziato dal jazz al beat, alla sperimentazione ritmica, arrivando a varcare i confini della lirica e della melodia italiana.
Assume così, come ora nota Repubblica, una valenza particolarmente simbolica il suo recentissimo passaggio a Sanremo, manifestazione a cui i cantautori, lui per primo, hanno sempre guardato con diffidenza.
Col senno di poi, il suo salire sul podio per assumere la direzione dell'orchestra durante il brano di Davide Carone, Nanì , di cui era autore, sorridendo a favore di telecamera, appare come l'inconsapevole saluto di un artista indimenticabile.
Strano ciclo il suo, aperto, come dice il suo primo grande successo il “4 marzo 1943” e chiuso tre giorni prima, in una primavera che si affaccia appena, dopo un gelidissimo inverno.
Vita da artista completo, innamorato della musica, ma anche dei fumetti (lo ricordiamo in Gulp Fumetti in Tv, programma televisivo degli anni settanta, trasmesso sul Secondo Canale) e del cinema, impegnata in piccole, indimenticabili parti, anche in film non canzonettistici ed incantevoli, come “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone” di Avati, del 1975.
E lo ricordiamo lungo l’intera vicenda del suo ricco percorso: gli inizi con il gruppo musicale “Gli Idoli”, il periodo Roversi, la maturità artistica e la fase pop degli ultimi anni.
Lo ricordiamo per la sua costante vena cooperativa, che lo ha portato a cantare con Ron, De Gregori (due volte), Mina e Morandi.
Dicono gli esperti, ammesso che ve ne siano per le “canzonette”, che è sempre stato incostante e discontinuo Lucio Dalla, con la fase più buia negli anni ’80, quando, abbandonato De Gregori, escono dischi spesso non ben accolti, come “1983”, seguito da “Viaggi Organizzati”, con la famosissima “Tutta la vita” e “Washington”, con cui però riacchiappa il pubblico.
Nel '93 il suo album più visionario e autorale, “Henna”, che riportava ai suoi album più stralunati e originali, mostrando tutto il suo amore per il futuro e per la sperimentazione: “Com'è profondo il mare”, per esempio, del 1977, che conteneva “Disperato Erotico Stomp”, una delle sue canzoni più divertenti e ancora, due anni dopo, “Lucio Dalla”, con le indimenticabili “Anna e Marco” e “L'anno che verrà”.
Ma si è occupato anche di altro, Dalla, curando, ad esempio, una galleria d’arte contemporanea a Bologna, la NO CODE, sede di eventi e happening extra-musicali e facendo il Presidente Onorario della squadra di calcio della sua città.
Da oltre vent’anni, poi, si interessava alla musica classica, con magistrali realizzazioni come “Pierino e il lupo” di Prokofiev (1997), rappresentata con grande successo anche a Roma nell’Auditorium di Santa Cecilia e, nelle estati del 1998 e 1999, con la tournée con la Grande Orchestra Sinfonica di 76 elementi diretta dal maestro Beppe D’Onghia, con la quale rilesse i brani più famosi del suo repertorio.
Nel 2010-2011 ancora pronto a sorprendere tutti, era tornato, prima in concerto, poi in tv ed infine in tournèe con Francesco De Gregori, riempiendo di emozioni e di pubblico ogni piazza toccata.
Amava le Tremiti Lucio Dalla, che le definiva il suo “epicentro creativo”. Vi aveva scritto “4 marzo” e vi ritornava in inverno, con tutto il suo staff, intento a nuove creazioni.
Alle Tremiti le diomedee piangono da millenni la morte dell’eroe “domatore di cavalli”, che lì, di ritorno da Troia, gettò in mare tre grandi sassi, che riemersero sottoforma di isole.
Nel prossimo aprile, come ogni anno, la colona di nere procellarie sarà di nuovo al completo ed il lamento, emesso ogni notte, sarà più alto e straziante.
Se ne va un altro pezzo della mia gioventù, con un cuore troppo incline alle emozioni,, con canti che parlano di amori marinari e stranieri, occhi di ragazze sognanti e periferie da abbandonare in fretta.
Ho visto a Roma, lo scorso 1 novembre, La sua “Tosca” e sebbene non l’abbia considerata magnifica, vi ho respirato un’atmosfera che mi ha riportato agli anni in cui pensavo che tutto nella vita deve essere sentito, estremo e disperato.
Il Gran Teatro era quasi vuoto e questo mi ha molto rattristato, perché l’opera messa in scena da Dalla è vita, amore, passione è fantasiae sincerità di sentimenti: il sogno di un piccolo, grande menestrello, geloso della sua arte, eppure capace di permearne i suoi artisti e di farne ponte verso gli spettatori.
La tragedia di Floria, del suo amante, il pittore Mario Cavaradossi e del laido Barone Scarpia, ministro della polizia pontificia nella Roma d'inizi '800, cocktail potente a base di amore, sesso, ideali politici e morte, mi si sciorinava davanti come un’opera pop ed attuale, con la profetessa Sidonia (ruolo inedito rispetto all'opera di Puccini), che predice la sorte dei due amanti e fa intendere che il rischio, nella vita, è la disillusione, perchè non muore davvero chi conserva, fino in fondo, lo stupore ingenuo dei bambini.

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