Di Carlo Di Stanislao

Il 15 giugno, come presidente del premio Elsa Morante, aveva designato vincitore Marco Bellocchio: “per il modo di raccontare l’urgenza dei saperi individuali e collettivi, per aver riscattato con “Sorelle mai” una forma di ingiustizia sociale legata alla donna”.
Dodici giorni dopo, Dacia Maraini, ha stregato il folto pubblico, fatto soprattutto di giovani, al Festival della poesia di Medellin; in Colombia, mostrando, ancora una volta, l’attualità e la diretta capacità comunicativa della sua parola.
Lo scorso 6 luglio, poi, nel chiostro di piazza del Popolo, a Grosseto, Dacia Maraini ha presentato “La grande festa”, il suo ultimo libro, in cui racconta, con l’essenzialità della memoria e del sogno, coloro che ha amato, che l’hanno amata e che vivono ora solo attraverso i ricordi: la sorella Yuki, il padre Fosco, Alberto Moravia, Giuseppe Moretti – l'ultimo compagno scomparso prematuramente per una malattia crudele – l’amico carissimo Pasolini e un’inedita e fragile Maria Callas.
Il tutto accolto ed anzi, abbracciato, come in una grande festa, restituendo al momento della fine, che oggi sempre più si tende a negare, a nascondere, quel sentimento estremo di bellezza e consolazione che gli è proprio e regalandoci storie sincere e struggenti, assieme ad un ritratto memorabile di sé, che mescola affetti privati e pubblici, felicità e dolore.
Sempre il 6 luglio, a San Demetrio Corone, presso il Collegio Sant’Adriano, è stata rappresentata la “piece” teatrale “Tue ecur me prese”, traduzione in lingua arbereshe del suo spettacolo “Passi affrettati”, pubblicato a cura della Provincia di Cosenza e che ripercorre le testimonianze di donne ancora prigioniere della discriminazione storica e familiare.
Venerdì prossimo, invece, alle 16.30, presso il Policlinico universitario ‘Agostino Gemelli’ di Roma, nel corso di un appuntamento speciale del ciclo di incontri letterari ‘Il cielo nelle stanze’, rivolto in particolare ai pazienti pediatrici del Gemelli e ai loro familiari, la stessa Maraini presenterà ‘La notte dei giocattoli’, libro a fumetti da lei scritto ed illustrato da Daniele ‘Gud’ Bonomo, giovane disegnatore di grandissimo talento.

Dacia Maraini, è una delle più grandi scrittrici italiane contemporanee, tradotta in tutto il mondo ed è anche il presidente di giuria del concorso del Messaggero “Donne che fanno testo”, al quale decine e decine di donne hanno mandato i loro racconti, con data finale per l’invio il 22 luglio (http://www.donnechefannotesto.it/index.html).
Meno di un mese fa, parlando del concorso su Il Messaggero, aveva detto: g“li italiani hanno la mania di scrivere, ormai questo lo so bene. La cosa strana però è che poi invece leggono poco”, riassumendo in una sagace battuta, ciò che agita il mondo letterario italiano, animato da grande entusiasmo, ma con spesso disarmante mancanza di riflessione; perché, l'attrazione per la parola scritta fa spesso dimenticare la necessità di ripensare, rifinire, riflettere sul come si scrive.
Fra gli ultimi suoi romanzi, ho particolarmente amato “Il treno dell’ultima notte”, in cui, la ventiseienne Amara (e quanto ci dice il suo nome, quanto ci anticipa sulla conclusione del suo viaggio, senza curarci del motivo per cui i genitori lo scelsero per lei) che è una giornalista, ci racconta la sua intenzione di inviare un reportage della vita dei paesi oltre cortina e, nello stesso tempo, ora che gli archivi dei campi di concentramento nazisti sono sempre più aperti al pubblico per la consultazione, tentare di scoprire che fine abbia fatto il suo amico d’infanzia Emanuele Orenstein, il cui padre era proprietario di una fabbrica di giocattoli a Rifredi, vicino a Firenze, dove il padre di Amara faceva il ciabattino.
Ed ecco che il viaggio di Amara si annuncia fin da subito come un percorso dall’innocenza all’esperienza, su quel treno lento del dopoguerra che richiama l’immagine di treni blindati diretti alla morte. Un viaggio di scoperte molteplici che non sono solo quelle che Amara poteva aspettarsi, un inoltrarsi nella giungla oscura che è poi quella di Cuore di Tenebra che Amara sta leggendo, fino a farle dire, con le parole che Conrad mette in bocca a Marlow, “l’orrore! l’orrore!”.
Nel 2010 una raccolta di racconti, intitolata “la ragazza di via Maqueda”, con il racconto che da il titolo alla raccolta, che ci dice di una Palermo di smaltimenti illegali di sostanze tossiche e con un ingegnere, onesto e buon padre di famiglia, che comunque diviene, per debolezza ed inettitudine, parte del sistema stesso.
Figlia dello scrittore ed orientalista Fosco Maraini (figura che rievoca con altre in “Bagheria”) e della principessa siciliana Topazia Alliata, con una infanzia passata in Giappone, oggi la Maraini si divide fra Toscana e l’Abruzzo, dove è riuscita, con una tenacia encomiabile, a far rivivere Gioia Vecchio, grazie al Festival Nazionale “Teatro di Gioia, rassegna teatrale che ogni estate vede esibirsi artisti di altissimo livello, sul palco-terrazza all’ aperto del Borgo che fu distrutto ed abbandonato a causa del terremoto.
E nell’anno del terremoto de L’aquila, il 12 luglio, volò negli USA e tenne una conferenza per la Dante Alighieri Society a Cambridge, vicino a Boston, parlando del suo romanzo “Colomba”, ambientato in questa terra, ma, soprattutto, di ciò che un terremoto genera e lascia, come eredità non desiderata.
In quella occasione Rosetta Romagnoli, presidente della Federation of Abruzzi Associations Inc. USA, presentò un bel saggio, dal titolo emblematico: “Respiro leggero dell'Abruzzo”, introdotto dal prof. Carlo Cipollone, della Dante Alighieri Society di Cambridge, i cui proventi furono devoluti, come quelli delle molte copie del libro della Maraini, alle popolazione delle aree terremotate.

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