Di Carlo Di Stanislao

Quella di Giuliano Mondaldo, Davide di Donatello alla carriera nel 2007, è una vita così intensamente cinematografica da entrare a buon diritto fra le grandi dello schermo.

L’11 luglio prossimo, alle 19, presso la Libreria “La Culla” di Roseto degli Abruzzi, con inizio alle 19, avrò l’onore di intervistarlo come “evento speciale” della XXI edizione del Festival Roseto Opera Prima, manifestazione ideata da Tonino Valeri nel 1996, che nel corso delle varie edizioni ha consegnato Rose d’oro a personaggi importanti del panorama cinematografico italiano come Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Dario Argento, Tinto Brass, Pupi Avati, Ferzan Ozpetek, Neri Marcorè, Stefania Sandrelli, Kim Rossi Stuart, Roberto Faenza, Barbora Bobulova, Bud Spencer, Massimo Girotti, Giuliano Gemma, Luigi Lo Cascio, Fabio Mollo ed altri ancora.

Ospite d’Onore della serata inaugurale domenica 10 luglio, Montaldo presenterà, come detto, il giorno successivo nella libreria “La Culla”, il suo libro autobiografico (scritto a quattro mani con la giovane ricercatrice cinematografica Caterina Taricano, direttrice della Rivista Mondi Nuovi della Associazione Italiana Musei Cinematografici e di uno splendido “Castoro” su Neil Jordan): “Un marziano genovese a Roma”; titolo mutuato da Flaiano e racconto piacevolissimo della storia del cinema nostrano dal dopoguerra ad oggi, con il neorealismo ed il cinema d’impegno politico e sociale, con i ricordi diretti e spesso inediti dei vari personaggi che ne hanno fatto la storia, come Lizzani, Pontecorvo, Scola, Tonino Guerra, Ugo Pirro, Age-Scarpelli, ecc.

Nel libro (edito da Felici nel 2014), in poco più di 200 pagine (al costo di meno di due biglietti cinematografici), il regista parla apertamente di sé con l'onestà intellettuale che lo contraddistingue e ne viene fuori il ritratto di un artista e di un uomo che ha sempre raccontato l'individuo in lotta contro il potere, l'umanesimo di chi combatte con la tolleranza, l'oppressione che in tutte le epoche è stata rappresentata dall'arroganza di chi non vuole perdere i propri privilegi.

Tanti amici (Gian Maria Volonté, Gillo Pontecorvo, Elio Petri, Ennio Morricone), tanti monumenti del cinema internazionale (John Cassavetes, Gena Rowlands, Edward G. Robinson, Philippe Noiret, Nicholas Cage, Ingrid Thulin, Francisco Rabal, Janet Leigh, Klaus Kinski, Peter Falk, Charlotte Rampling, Burt Lancaster, Ann Bancroft, Rupert Everett), tante battaglie politiche e sociali.

Dopo la monografia, del 2005, di Alberto Crispi “Dal Polo all’Equatore”, non sarebbe utile per me addentrarmi sul valore indiscusso di tante opere, che, da “Tiro al piccione” (1962) a “L’industriale” (2011), costituiscono una delle storie più belle, rigorose e al tempo stesso avvincenti del Novecento italiano e del cinema italiano del dopoguerra.

Ciò che chiederò a Montaldo è invece il motivo che lo ha spinto a scrivere questa autobiografia e come mai ha deciso di farlo a “quattro mani” e, soprattutto, quale è stata l’alchimia che ne ha fatto un libro che si divora in poco tempo, perchè è appassionato, vivo, pieno di curiosità e scritto con un incredibile brio.

Gli chiederò poi quali siano stati, in campo cinematografico, i suoi punti di riferimento ed un suo giudizio sul cinema italiano di oggi.

Vorrei anche avere un suo parere sul cinema, tanto diverso, di due cineasti diseguali ma egualmente eccentrici, scomparsi di recente: Abbas Khiarostami e Michael Cimino, il primo legato strettamente ad una realtà mai manipolata ma raccontata attraverso delicate metafore poetiche, ed il secondo che invece affermava che il cinema deve mentire raccontando delle verità.

Altra domanda riguarderà il cinema e la scrittura, binomia definito inconciliabile da Moravia, sostenuto invece da molti altri fra cui lui stesso, che, per il Marco Polo televisivo (10 ore in 8 puntate televisive domenicali su RaiUNo dal gennaio 1982 al dicembre 1983), si è servito di una “novellazione” di Maria Bellonci.

Sarà molto interessante anche scoprire come mai, lui, Mondaldo, dichiarato comunista e figlio orgoglioso di un socialista antifascista della prima ora, non si sia mai iscritto a nessun partito, anche se conosco la risposta attraverso una battuta di Zavattini, che ammoniva gli intellettuali a non avere tessere per conservare sempre una piena libertà.

Non saranno comunque le mie domande, ma il brio ed il piglio immutato, dopo 86 anni di vita, di Montaldo a rendere la serata interessante: una sorta di sceneggiatura con una serie di immagini e flashback vividi, che attiveranno immediatamente, almeno in quelli della mia generazione, nostalgie per epoche non vissute nella propria esperienza quotidiana, ma filtrate da un immaginario cinematografico che ci ha definito come popolo e come nazione.

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