di Francesco S. Amoroso

Il programma del governo del “cambiamento” Lega – Movimento 5 stelle prevede un intervento sulle pensioni d'oro superiori ai 5 mila euro netti al mese non giustificate dai contributi versati.

Questa estate, disattendendo quanto previsto dal contratto di governo, le due forze politiche avevano deciso di tagliare le pensioni da 4 mila euro netti in su (80 mila euro lordi annui) con una decurtazione tra il 10 e il 20%, proporzionale all'anticipo del pensionamento rispetto a una nuova età, fissata dall'esecutivo.

La speranza era quella di incassare 500 milioni all'anno per alzare le pensioni basse.

Un intervento alla Robin Hood per togliere a chi ha e dare a chi non ha. Un principio equo e ragionevole quello alla base del progetto di legge, atto 1071, depositato alla Camera dei Deputati che però presentava una grave criticità.

Infatti per decidere se il pensionato d'oro fosse meritevole di taglio, nel caso avesse lasciato il lavoro troppo presto, l'età di uscita dal lavoro non era quella vigente all'epoca in cui il super pensionato era andato in quiescenza.

Ma una nuova età, definita dal governo Conte- Salvini – Di Maio e applicata in modo retroattivo indietro fino agli anni Settanta.

Il governo, presieduto da un avvocato e docente universitario di diritto, si era però dimenticato, così come il suo staff, che le disposizioni sulla legge in generale ed in particolare l'articolo 11 intitolato “efficacia della legge nel tempo” statuisce, norma che non risulta abrogata, che la legge non dispone che per l'avvenire e che essa non ha effetto retroattivo.

Tra l'altro come evidenziava giustamente Giancarlo Caselli, ex magistrato in un'intervista ad un quotidiano nazionale, un giorno si toccano le pensioni d'oro, ma il giorno dopo si possono colpire altri diritti che sono acquisiti per legge.

Tutto questo accadeva nella più totale indifferenza degli italiani, assorbiti dalle meritate ferie e ormai, purtroppo assuefatti a metabolizzare tutto.

Per fortuna poi il governo ha corretto il tiro ed il progetto di legge 1071, pare di fatto saltato, forse perchè qualcuno ha ricordato all'esecutivo l'esistenza dell'articolo 11 delle disposizioni sulla legge in generale, e ha proposto in materia, un contributo di solidarietà della durata triennale.

Va però ricordato, per i non addetti ai lavori, che il contributo di solidarietà comparve per la prima volta con il governo Berlusconi nel 2011, e fu completato dall'esecutivo Monti nel Salva Italia dello stesso anno, posto a carico delle pensioni più elevate, fu bocciato dalla Corte Costituzionale che lo dichiarò illegittimo.

E’ poi anche stata avanzata l’ipotesi di ricalcolare le pensioni in base ai contributi effettivamente versati.

Ma anche questa proposta è di difficile realizzazione; l’Inps ha infatti fatto presente al governo che non è possibile ricostruire la carriera contributiva dei dipendenti pubblici in quanto non ci sono dati e quindi il ricalcolo non si può fare.

Un bel ginepraio.

Riuscirà il premier Conte a realizzare uno dei punti qualificanti del contratto di governo?

Tra non molto lo sapremo.

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