di Domenico Bilotti (*)

Viviamo in una società che ha un’idea sempre più diffusa e però sempre più approssimativa della relazione di cura tra il medico e il paziente. In una singolare movenza interdisciplinare, è proprio la giurisprudenza a dar conto di questa transizione, da un lato segnalando un contenzioso spesso strumentale avverso la classe medica (così copioso da distrarre sovente dai veri casi di cd. “malasanità”) e dall’altro mettendo in mostra una crescente casistica di utenti dei servizi sociali che preferiscono confezionarsi diagnosi faidate grazie alle enormi e caotiche risorse della rete.

Il godibilissimo e pensoso volume di Tullio Barni, “Il giorno e la notte. I ritmi dell’anima”, per i tipi di Iride (2019), è un viaggio denso di umanità nella prima vera esperienza di formazione sul campo del giovane medico: la relazione medico-malato che si sperimenta nel presidio della guardia medica, a contatto con una platea all’origine indefinita, che talvolta scarica sul medico di guardia inquietudini, nevrosi e problematiche concrete che poco hanno a che fare con la scienza e che invece investono i riti, le culture, i preconcetti.

Il volume testimonia peraltro l’enciclopedica formazione umanistica del suo Autore, dalla passione verace per Camus alla vivida adesione ai moduli narrativi ed evocativi del teatro. Ogni breve racconto è seguito da un “coro”, dove con cipiglio quasi pamphlettistico l’A. mette alla berlina i luoghi comuni del presunto sapere medico collettivo, col ghigno sghembo e promettente dell’ironia toscana ma anche con un surplus di umanità, di empatia e di tolleranza che fa onore al meglio della letteratura specialistica. Barni mette la stessa energia comunicativa sulle pagine della raccolta come negli affollati consessi internazionali dove esplora con curiosità e rigore le tematiche dell’oggi in ogni loro forma: dalla suggestione per le neuroscienze, che andrebbe calata in uno studio diverso da ciò che ne trasmette il dibattito mainstream, al principio di laicità nell’ordinamento giuridico e nella pratica medica; dai temi dell’anatomia generale alle istanze civili di cui la classe medica ha saputo o potuto farsi latrice negli ultimi anni di vita repubblicana.

“Il giorno e la notte” è una raccolta di racconti di gioventù, di un professionista sbarcato in Calabria che vede la Calabria di entroterra, sofferenza ma anche prima emancipazione borghese dei decenni scorsi. Eppure, scarta la contingenza e guarda costantemente al futuro: un futuro dialetticamente abbracciato al passato di Ippocrate, all’esigenza che il medico nutra l’occhio clinico con un kit interculturale di saperi che pescano nelle missioni antiche della ricerca e della scienza. La comprensione, l’assistenza, la cura. La voglia di scoprire la persona umana, ancor prima del vetrino.

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