La partita della crisi più scellerata della storia repubblicana non è ancora del tutto terminata, e vista la sequenza di scempiaggini sciorinate fin qui, non è escluso che ci possa ancora riservare qualche sorpresa finale. Dunque, per esprimere un giudizio compiuto è più prudente attendere che i giochi siano davvero fatti. Tuttavia, c’è già abbastanza materiale per azzardare una prima valutazione. Da articolare su tre piani: ciò che è stato, ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è assai probabile che sia.

Partiamo da quello che ci siamo lasciati alle spalle. Riassumibile in un’imprecazione per i 544 giorni di questa legislatura buttati al vento, e in un profondissimo sospiro di sollievo per aver potuto finalmente archiviare la peggiore esperienza politica di oltre 70 anni di Repubblica. È stato un anno e mezzo – 3 mesi di dopo voto, 14 mesi di governo e uno di gestione della crisi – in cui si sono alternate cose sbagliate (talvolta pessime) a cose non fatte, e non sapremmo dire se la contabilità premia di più gli errori o le occasioni mancate. Con buona pace per chi il primo esecutivo nazionalpopulista della nostra storia l’ha fatto cadere e però s’intigna a difenderne la memoria, e per chi l’ha difeso salvo affrettarsi a farne e a presiederne un altro con assoluta disinvoltura.

Dunque, nel formulare un giudizio su quel che abbiamo sotto gli occhi, partiamo dal presupposto che la crisi – pur sbagliata nei tempi e nei modi, e per nulla limpida nei comportamenti di chi l’ha aperta – ci ha consentito di sbarazzarci di un pessimo governo e di smaltire, tutto sommato in fretta, una parte delle tossine prodotte dalla consunzione della Seconda Repubblica e dei fallimentari esperimenti per partorire la Terza. La crisi, ormai conclamata sul piano elettorale ed esistenziale, dei 5stelle, cioè del movimento che aveva dato voce e rappresentanza all’anti-politica, e le difficoltà della Lega, o meglio della leadership salviniana di essa – che, crediamo, diventeranno strutturali al di là degli esiti che avrà lo sbocco dato alla crisi – ci inducono a sperare che si avveri quel che avevamo preconizzato 18 mesi fa: che questa legislatura, per bene che potesse andare, si sarebbe rivelata “destruens”, e cioè avrebbe prodotto gli anticorpi necessari a disfarsi più velocemente possibile delle pulsioni populiste e delle illusioni sovraniste. Se così sarà, non è certo cosa da poco.

E veniamo ai possibili esiti della crisi maldestramente aperta da Salvini. Noi ne avevamo ipotizzati un certo numero, ma alla fine ne sono rimasti sul tavolo tre, e non certo i migliori (meno peggiori): andare alle elezioni anticipate; resuscitare l’appena defunta alleanza penta-leghista; mettere in piedi un accordo tra Pd e 5stelle. Tre pessime soluzioni. Che però bisogna sforzarsi di analizzare, in particolare mettendo a confronto la terza, che sta andando in porto, con le altre due, per evitare di cadere nella tentazione – fortissima anche per noi, lo ammettiamo – di fare di tutta l’erba un fascio. Vi diciamo subito il risultato del lavoro di analisi che abbiamo fatto: le due alternative al governo che Giuseppe Conte si accinge a fare, sarebbero state peggiori.

Lo sappiamo, ci sono una montagna di ragioni per rifiutarsi di accettare un tale verdetto. E senza bisogno di scomodare quelle improprie agitate in queste ore, tipo “così si tradisce la volontà popolare”, visto che in una democrazia parlamentare e per di più dotata di un sistema elettorale prevalentemente proporzionale come l’attuale, il governo che si va costituendo, così come quello precedente, è perfettamente legittimo, sul piano costituzionale prima di tutto, ma anche sotto il profilo politico, e alla luce del fatto che alle elezioni politiche di marzo 2018 nessun partito o coalizione aveva raggiunto la maggioranza dei seggi. E non c’è neppure bisogno di scomodare la coerenza “si bella e perduta”, sia perché non occorre aver studiato Macchiavelli per sapere che il cinismo è una componente fondamentale della ragion politica e sia perché, soprattutto, a badare a ciò che ogni partito e singolo politico ha detto di tutti gli altri, in Parlamento non ci si dovrebbe neppure salutare. Guardate che il vero difetto di questa politica fatta attraverso i social e priva di contenuti e ancoraggi culturali non sta tanto nel cambiare alleanze con disinvoltura, quanto nell’aver fatto della becera denigrazione altrui l’unico contenuto di ciascuno, rendendo impossibile, a patto – appunto – di tradire la coerenza, qualsiasi dialogo, figuriamoci una qualche alleanza. Invece, è dal 1852, cioè ancor prima che si compisse l’unità d’Italia, quando Camillo Benso conte di Cavour strinse un’intesa con Urbano Rattazzi, che la nostra storia politica è costellata di antagonisti che diventano alleati e viceversa.

No, si può ben dire, senza ricorrere a forzature o iperbole, che il “governo di necessità” (Antonio Polito dixit) o “delle convergenze parallele” (Marcello Sorgi) che sta per nascere, ha ottime probabilità di rivelarsi incoerente sul piano programmatico, illogico sul piano politico – su questo Carlo Calenda ha ragione da vendere – e dunque fragile nelle prospettive di sopravvivenza. Potremmo scrivere pagine e pagine sul perché l’alleanza tra “grullini” e “pidioti” – così su twitter e facebook le rispettive tifoserie si apostrofano vicendevolmente in attesa di convolare a nozze governative – non poggia su alcuna compatibilità se non la comune propensione alla vulgata populista, in un caso rivendicata (5stelle) e nell’altro malcelata (Pd). Né ci fa velo ricordare che non meno incongruo fu mettere insieme, 14 mesi fa, la destra dei pieni poteri e dei porti chiusi con quelli della decrescita felice e dell’acqua pubblica. E tanto più c’è da temere se nel Pd dovesse crescere e prevalere l’idea, che qualcuno ora attribuisce al segretario Zingaretti, di trasformare il momentaneo e necessitato rapporto con i 5stelle in una vera e propria alleanza politica, da ripetere anche nelle amministrazioni locali per poi far fronte comune contro Salvini alle prossime politiche, immaginando così la nascita di un nuovo bipolarismo, ancor più bislacco di quello che ci ha ammorbato per un ventennio a cavallo di secolo. Dopo i danni prodotti dall’anti-berlusconismo, tremiamo all’idea che l’anti-salvinismo faccia da collante tra Pd e 5stelle.

Inoltre, ragionando sul piano della rappresentanza sociale del nuovo assetto di potere che si va delineando, è corretto temere che l’alleanza rosso-gialla (così non facciamo torto ai tifosi della Roma) finisca per essere distante, se non addirittura punitiva, nei confronti degli interessi e delle istanze del Nord produttivo – imprenditori ma anche lavoratori, professionisti e partite Iva – a favore di un approccio assistenziale verso il Mezzogiorno. Ma, ci domandiamo e vi domandiamo, era forse meglio che Di Maio – ammesso, e non concesso, che ne avesse la forza internamente al suo mondo – accettasse il patetico ripensamento e la penosa profferta di Salvini e così si riesumasse il cadavere del governo giallo-verde?

Si dirà: ma si presta a legittimi sospetti la metamorfosi di Giuseppe Conte, che si è andato a prendere senza colpo ferire (salvo un furbesco accenno ad una crisi di coscienza, subito rimossa) il suo secondo e consecutivo mandato da presidente del Consiglio, neanche fosse un Andreotti d’antan. Uomo dal carisma temperato che fa da pendant ad un’estrema adattabilità politica, Conte si è convertito da “avvocato del popolo” mallevadore del populismo sovranista a “presidente dei cittadini italiani” baluardo contro ogni estremismo e garante dell’ancoraggio europeo e atlantico dell’Italia – il che è sicuramente meglio – vendendo con abilità comunicativa, bisogna ammetterlo, ai media e all’opinione pubblica, entrambi vogliosi di credere alla favola della metamorfosi virtuosa, la sua trasformazione da “guardiano del contratto”, “tecnico che prepara i dossier” e “pacificatore di due alleati riottosi” (definizioni sue) a piccolo Napoleone (Lucia Annunciata dixit) pronto a ridare all’Italia il posto che merita tra i grandi del mondo. Forte, anche, dell’endorsement delle classi dirigenti europee e occidentali – perfetto quello di Juncker che lo ha paragonato a Tsipras, maldestro e intempestivo quello di Trump – che lo vogliono interprete del passaggio politico che deve fare dell’Italia l’argine del fronte sovranista che proprio da noi ha creato la sua roccaforte più importante. Ma anche qui ricorre la domanda: era meglio che il pallino del gioco politico rimanesse in mano al trio Di Maio-Grillo-Casaleggio? Non è un fatto positivo se Conte, pur con tutti i limiti che abbiamo evidenziato, riesce a temperare il populismo e il dilettantismo grillino? E vi sentiti più sicuri se il nostro Paese si muove lungo una linea di attacco a Bruxelles e all’asse Parigi-Berlino o se, come hanno fatto 5stelle e Pd, si è tra coloro che hanno eletto presidente della commissione Ue la signora von der Leyen?

E veniamo alla questione più spinosa: al di là della propaganda di Salvini, non era comunque meglio andare a votare? La domanda è legittima sul piano politico, a patto che si eviti di tirare in ballo la strumentale questione del ribaltone, del tutto infondata, specie se sollevata da chi alle scorse elezioni faceva parte di una coalizione e poi – legittimamente, aggiungiamo noi – ha scelto di andare al governo con altri, e per di più coloro che avevano conquistato il loro grande consenso dicendo agli elettori che mai e poi mai si sarebbero alleati con chicchessia. Nulla impone al Capo dello Stato di sciogliere le Camere. Tantomeno i sentori dell’opinione pubblica fotografati più o meno correttamente dai sondaggi (quante volte sono stati accusati di aver sbagliato). E nemmeno gli esiti di altre elezioni, che possono essere oggetto di valutazione politica dei partiti e quindi influenzare il loro comportamento, non del presidente della Repubblica. Viceversa, la Costituzione – che prevede il voto ogni cinque anni, e quindi considera una patologia il ricorso anticipato alle urne – gli impone di verificare se esistono le condizioni per il formarsi di una maggioranza, e se le forze politiche gliene prospettano una che ha i numeri in Parlamento, sulla base di quale precetto dovrebbe respingerla?

Assodato che le elezioni anticipate non sono l’unica risposta democratica ad una crisi di governo, si può invece discutere sull’opportunità di quella scelta in quest’occasione. Per l’Italia, per la sua economia in conclamata stagnazione, sarebbe stato meglio infilarsi nell’ennesima campagna elettorale? Trascuriamo per coerenza il fatto che i tanto evocati sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani sarebbe contraria al voto, e ragioniamo sugli esiti che avrebbe oggi un eventuale ricorso alle urne. Mettendo ragionevolmente tra quelli improbabili una vittoria del Pd, pur se anche aggregato a sinistra – ora al centro non c’è nulla!! – e un significativo rinculo dei 5stelle rispetto al crollo delle europee e ai flop delle amministrative, rimangono due possibilità. La prima è che vinca (laddove per vittoria s’intende la conquista della maggioranza dei seggi a Camera e Senato) la destra, la seconda è che non vinca nessuno. Nel primo caso si tratta di vedere di cosa si tratta: gli italiani rispondono plebiscitariamente alla richiesta di Salvini di “pieni poteri” che si presenta da solo convinto non gli servano alleanze – cioè quella che potremmo chiamare “onnipotenza del Papeete” – o parliamo del vecchio centro-destra con Berlusconi e Meloni annessi? Perché francamente fatichiamo a credere, tanto più dopo la dilettantesca gestione della crisi, che Salvini possa fare il pieno da solo, mentre è possibile – ma non certo – che il “tridente” riesca a farcela, ma ci domandiamo che capacità di governo, e quindi che durata, avrebbe una coalizione in cui convivono gli europeisti aderenti al Ppe e i nazionalisti alleati della Le Pen (a cui, non a caso, non si accosta alcun partito conservatore francese). Molto più probabile, dunque, che l’esito sarebbe simile, anche se con una dislocazione diversa dei numeri, a quello del marzo 2018. Tanto casino per nulla.

Insomma, comunque la si giri questa improvvida crisi che ci fa correre il rischio sciagurato dell’esercizio provvisorio di bilancio, chiude una pessima pagina della nostra storia politica, ma apre molte incognite. Noi avremmo preferito che dalla panoplia delle possibili soluzioni uscisse una “maggioranza Ursula”, o comunque che al posto di Leu ci fosse Forza Italia. Ma Berlusconi, pur con qualche timido distinguo, ha continuato a scodinzolare intorno a Salvini e non ha neppure preso in considerazione l’ipotesi di stare in maggioranza (magari senza entrare al governo) o quantomeno di astenersi. A riconferma che al centro dello schieramento politico italiano mancano vistosamente forze che sappiano ai tanti che non sono nazional-populisti ma neppure si riconoscono nelle forze che, più a chiacchiere che nei fatti, si dicono di opposta tendenza. Nell’attesa che qualcuno si decida a rompere il ghiaccio, ci dichiariamo inquieti per il nuovo governo Conte che si sta profilando, ma leggermente meno di quanto non saremmo se a prevalere fossero altri sbocchi della crisi. Incrociamo le dita.

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