di Domenico Bilotti (*)

I primi segni di un confuso risentimento generale verso la prescrizione maturano tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta. Si avvia il lungo, non sempre fruttuoso, processo di messa al bando (in molti casi solo provvisoria) di importanti dirigenti locali, amministratori pubblici, imprenditori degli appalti e dei servizi: Tangentopoli. La prescrizione in cui incorrono alcune ipotesi di reato suscita localizzato sdegno, sembra un salvacondotto per rei notori, nonostante la prescrizione nulla dica sul regime storico-materiale delle responsabilità, ma riguardi i tempi massimi dell'accertamento giudiziario. Con minor clamore, del resto, ne beneficiano anche alcuni presunti concorrenti delle stragi che hanno insanguinato quasi tre decenni di storia repubblicana. Ciò desta però minore allarme. A farla da padrone è piuttosto il generale senso di repulsione verso la politica professionale e le fortune elettorali di Forza Italia e, in parte, della Lega e del PdS nascono anche da lì. I nuovi, i barbari, i morali: gli unici salvi, anche se nelle loro fila finiscono, e con pienezza di poteri, persino nomi importanti della “vecchia gestione”.

Gli esecutivi Berlusconi hanno una politica in materia giudiziaria ambigua. Partono con grandi premesse riformatrici (separazione delle carriere, mutamento dei termini dell'azione penale, decriminalizzazioni). I toni urlati riducono le intenzioni a scontro tra poteri dello Stato, aumentando la distanza tra cittadinanza e rappresentanza e facendo ritenere basti la giurisdizione ad affrontare la corruzione. Le maggioranze parlamentari che si succedono, così apparentemente liberali e finanche libertine, innovano in due sensi. Producono norme che immediatamente impattano tra gli altri i processi riguardanti il Presidente del Consiglio (leggi ad personam) e dall'altra parte infoltiscono e infittiscono la selva di sanzioni e ipotesi di reato in legislazione speciale avverso condotte di peculiare marginalità sociale (le dipendenze, il tifo, il fenomeno migratorio, i cd. “reati sociali”). Si fanno strada perciò partiti e movimenti la cui ragione sociale è bandire civilmente i condannati, gli “inquisiti” e, immancabilmente, i prescritti. Persino nell'associazionismo laico-civile si fa strada l'idea di subordinare l'iscrizione a gruppi, centri studi, organizzazioni comunque denominate, al non avere pendenze penali d'alcun genere. Come se il fenomeno aggregativo fosse (peggio che) un concorso pubblico, (sibbene) l'appartenenza a un corpo di pubblica sicurezza. Il declino del senso dello Stato non ne risulta rallentato o istruito, anzi quasi tutte le campagne di moralizzazione pubblica -sovente prive di qualsivoglia fondamento legale- virano all'insegna di un atavico e famelico “e adesso facciamo noi”. Abolire la prescrizione non è una issue politica che nasce oggi, è frutto di venticinque anni di rincorsa al presentarsi come i meno collusi, soprattutto quando invece lo si è integralmente. Il vero disvalore di questa novella legislativa (“timeo legem et dona ferentem”) è la disattenzione collettiva: ci si posiziona subito, e per lo spazio di un minuto e poi si passa ad altro, senza voler capire il rischio e l'abuso. Senza prescrizione, davvero l'azione penale rischia di farsi (nemmanco) discrezionale, (bensì) arbitraria. I fascicoli non dovranno più governarsi sulla tempestività d'azione richiesta dalle diverse fattispecie. Tutti saranno sempre imputabili, processabili, e il processo si presterà a farsi tirar per la giacchetta come mero rendiconto di infinitamente dilazionabili ragioni private. Tutti potenzialmente a giudizio, tutti potenzialmente risarcibili. Nel primo caso ora e sempre, nel secondo ad incertam diem.

*Università Magna Graecia di Catanzaro

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