Siamo in piena stagnazione economica e non abbiamo alcuna prospettiva di uscirne, mentre il contesto internazionale nel quale l’Italia è collocata, a cominciare da quello mediterraneo, si fa sempre più complicato, fino al punto da mettere in discussione le storiche solidarietà geopolitiche, persino quella atlantica, al cospetto di un’Europa deplorevolmente assente. Questo scenario così preoccupante rende, per contrasto, ancor più desolante il già avvilente comportamento della nostra politica, tutta introflessa e attestata in micragnose guerre intestine, peraltro per un potere che si fa ogni giorno di più solo formale quando non addirittura virtuale, frutto esclusivo della rappresentazione mediatica. Le dinamiche interne al governo e alle forze della maggioranza – di cui abbiamo parlato la settimana scorsa, evidentemente inascoltati visto che il Pd sembra aver imboccato la strada opposta a quella che ci eravamo permessi di suggerirgli – e la pur necessaria discussione sulla legge elettorale, sono la degna conferma dell’assoluta povertà, culturale prima ancora che politica, che caratterizza il dibattito e l’agire (si fa per dire) politico. E non c’è ambiente sociale in cui questo (ahinoi) crudo giudizio non sia condiviso e non generi sfiducia e scoramento.

Ma va detto chiaro e tondo – e a maggior ragione da chi, come noi, non lesina giudizi critici – che la lamentela non può essere l’unico registro reattivo. Occorre, invece, che le forze vive della società – e sono tante, e di assoluto rilievo – trovino la voglia e il coraggio di rimboccarsi le maniche e generino quelle scintille che possono far divampare il fuoco della reazione all’ineluttabilità del declino. In particolare, sono le energie imprenditoriali quelle cui spetta il compito – perché hanno migliori strumenti e maggiore responsabilità sociali – di ridare una prospettiva all’Italia. Le confederazioni dei datori di lavoro, Confindustria in testa, devono chiamare a raccolta le componenti sociali che concorrono a tenere a galla il Paese, a cominciare dai lavoratori e le organizzazioni sindacali che li rappresentano, e spingere le istituzioni a darsi traguardi di medio-lungo periodo che consentano di riqualificare il profilo strategico del Paese ormai sbiadito. Senza ambizioni surrogatorie, ma con la determinazione di chi sa che ha una responsabilità sociale ben più grande dei confini degli interessi che rappresenta.

Certo, è dura sperare che questa accada proprio mentre la congiuntura ci segnala che diminuisce fortemente la domanda di credito alle banche e conseguentemente le erogazioni di prestiti, nonostante i tassi d’interesse siano al minimo storico (la media è dell’1,27%), e che le imprese i soldi li chiedono non per fare investimenti – che infatti sono crollati – ma solo per ristrutturare il debito e per far funzionare il capitale circolante. E quelle società cui il denaro non manca perché sono profittevoli e capaci di autofinanziamento, sono comunque restie ad investire, se è vero (dati Bce) che il livello dei depositi in conto corrente delle società che svolgono attività non finanziarie è in continuo aumento, tanto che negli ultimi otto anni la liquidità depositata è addirittura raddoppiata. Questo significa che gli imprenditori hanno tirato i remi in barca, tra l’altro proprio mentre la velocità dell’innovazione tecnologica è così vorticosa da rendere epocali i cambiamenti e quindi la necessità di stare al passo per non soccombere? O si tratta, come ha ben scritto Dario Di Vico sul Corriere della Sera, di uno “sciopero silenzioso” contro chi – la politica – genera incertezza mettendo i bastoni tra le ruote, allontana gli investitori internazionali – vedi il caso della possibile revoca delle concessioni autostradali, peraltro annunciata da un anno e mezzo – e crea disaffezione? Difficile dirlo. Mettiamola così: speriamo sia la seconda ipotesi, temiamo sia la prima.

D’altra parte, se la politica ha le sue colpe, non è che gli imprenditori – o meglio, le loro rappresentanze – non ne abbiano. È quasi passata inosservata la notizia che l’azienda del presidente della Confindustria, la Arti Grafiche Boccia, è dovuta ricorrere al Tribunale per attuare un piano di ristrutturazione del debito e di riduzione dei costi attraverso la cassa integrazione. Niente di male, per carità. Ma è nelle mani delle banche anche l’azienda alimentare, sull’orlo del default, della vicepresidente Lisa Ferrarini. È in liquidazione il gruppo Gala di Filippo Tortoriello, presidente degli imprenditori di Roma. Sono in concordato molte attività del gruppo bolognese di Gaetano Maccaferri, che è stato numero due della Confindustria. E l’elenco “dolente” potrebbe continuare.

Ora, è evidente che nessuno è autorizzato a mettere in croce gli imprenditori che hanno le aziende in difficoltà o che falliscono, ma è altrettanto evidente che non possono essere costoro i migliori rappresentanti dei loro colleghi e della complessiva comunità degli imprenditori. Occorre che la rappresentanza, perché sia efficace e risulti convincente nella dialettica con le istituzioni e la politica, sia esercitata da imprenditori veri e solidi, di indiscussa reputazione e assoluto prestigio, possibilmente conosciuti a livello internazionale e privi di qualsivoglia riflesso condizionato verso tutti i poteri, visibili e invisibili. Inoltre, occorre evitare che si formi una “casta”, gente che considera la rappresentanza associativa un mestiere o un trampolino per poi gettarsi nella mischia politica con una visibilità già acquisita o per conquistare posizioni di potere altrove, dai board delle banche (anche se oggi meno appetiti per le note vicende che hanno reso scomodo sedere in certi consigli di amministrazione) ai vertici delle grandi partecipate pubbliche.

Non è un caso che aziende del calibro di Fiat e di Luxottica, siano uscite da Confindustria non ritenendola più in grado di rappresentare non tanto i loro specifici interessi – parliamo di gruppi che hanno autonomamente la forza di farsi rispettare – quanto quelli di un mondo che non è più diviso (o non è più solo diviso) come un tempo tra “piccoli e grandi”, tra “imprese del Nord e imprese del Mezzogiorno”, tra “imprese private e imprese a partecipazione statale”, ma ha la sua maggiore linea di demarcazione tra imprese che stanno sul mercato e hanno affrontato e vinto le sfide della globalizzazione e della rivoluzione tecnologico-digitale, magari organizzando per filiere e distretti, e imprese che vivono di sola domanda interna, spesso attaccate al bocchettone della spesa pubblica, e quindi in qualche modo assistite. Le prime sono quelle che fanno profitti e tengono ancora in piedi l’economia italiana, le secondo quelle che vivono (vivacchiano) di rendita (di posizione), e che al cospetto della politica si presentano con il cappello in mano (e talvolta con il portafoglio aperto).

Diciamo questo perché la Confindustria si accinge a rinnovare i suoi vertici, e temiamo che l’autoreferenzialità corporativa faccia premio sui requisiti di standing e di capacità di visione strategica. Mentre è più che mai necessario, e non solo per Confindustria ma anche e soprattutto per l’intero sistema-paese, che questa scelta segni una forte discontinuità e riconsegni a quella confederazione il perduto ruolo di protagonista numero uno dei corpi sociali intermedi. Un presidente autorevole e di prestigio darebbe agli industriali italiani prima di tutto la voglia di tornare a investire e a credere nel futuro, poi la forza di spingere i sindacati, o le loro componenti più moderne ed avanzate, a condividere un piano di rilancio dell’economia e infine, insieme, di costringere la politica a tenere il loro passo. Senza pretendere, si badi bene, di fare a meno della politica o di surrogarla: Dio ci scampi e liberi dal ritorno di quelle pulsioni che all’inizio degli anni Novanta spinsero gli industriali a pensare (e dire) che i politici si potessero e dovessero buttare a mare, e che ci avrebbero pensato gli “uomini del fare” a governare il paese. Ne nacquero conseguenze – delegittimazione delle istituzioni, processi politici regolati per mano della magistratura, fine dei partiti e nascita dei leaderismi, ubriacatura maggioritaria – di cui ancora oggi paghiamo un prezzo altissimo.

In un paese ben funzionante, l’indirizzo strategico – che risponda alle domande: chi siamo, dove siamo e dove vogliamo andare? – dovrebbe nascere dal fecondo confronto delle forze politiche, che si dovrebbero distinguere tra loro proprio per le diverse impostazioni strategiche salvo la comune volontà di darlo al sistema-paese un indirizzo strategico. Per poi raccogliere il contributo delle forze sociali e culturali e infine essere offerto al giudizio dei cittadini. Siccome, però, viviamo in una Repubblica incompiuta che funziona poco e male e che di normale non ha (più) niente, occorre che la necessità di predisporre e condividere un piano di rilancio venga suggerita con forza e capacità di convincimento da quelle parti sociali che più di altre pagano il prezzo alto, sempre più alto, della italica deriva “presentista”. Questo sforzo lo farà la “nuova” Confindustria? Facciamo voti.

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