Nei giorni scorsi ha avuto luogo, nel Salone degli Incontri dell’ospedale vecchio di Taranto, la presentazione del libro del prof. Luigi Vellucci, intitolato “Giovanni Verga ed io”. Ha introdotto la serata d’arte, alla quale ha partecipato un pubblico competente, il prof. Salvatore Aloisio, presidente dell’Associazione “Amici del Quinto Ennio”. Questi, oltre a evidenziare la numerosa produzione letteraria di Vellucci, si è soffermato su alcuni temi fondamentali per la comprensione della sua ultima fatica letteraria: la solitudine dell’uomo, del vinto, gettato in un’esistenza dove la fatica del vivere si alterna alla sofferenza di una vita che, se pur dedita al dovere, alla famiglia, alla casa o alla ricerca della roba, (che non è soltanto potere economico ma anche etico), non esclude l’angoscia della stessa esistenza. Le immense visioni di paesaggi costieri, ove il mare domina i silenzi, piuttosto le campagne assolate della Sicilia o quelle in fiore della Puglia sono l’alito della poesia che campeggia in tante pagine dell’autore, insieme alle ricordanze di familiari affetti o di antichi, giovanili amori che sono mirabilmente fusi a quelli verghiani. Così ha evidenziato anche l’Avv. Maria Beatrice Maranò che, nella postfazione di questo libro, ha scritto: “…Vellucci diventa non un critico dell’opera verghiana ma uno che ascolta le voci, i pensieri dei personaggi, che si mescola tra loro e parla con il loro linguaggio, che sente sua la loro etica originata da arcaiche preghiere e da quel fatalismo greco frammisto a quello arabo che è la loro primitiva e antica religione senza alito di speranza e di provvidenza… Verga è, nel nostro immaginario, un personaggio statuario come il michelangiolesco Mosè. Vellucci lo umanizza, lo rende vivo, lo fa parlare, vivere, conoscere, apprezzare, non solo nella grandiosità della sua arte ma anche nella sincerità, nella semplicità dei piccoli gesti quotidiani, dei familiari affetti e degli amori.”
“Ho voluto fare qualcosa di diverso da quello che è un tradizionale romanzo storico o da un saggio – ha poi detto lo stesso autore – ma qualcosa che tentasse almeno di armonizzarli… che comprendesse fatti reali, fantasia, poesia e le mie, pur semplici considerazioni sui lavori verghiani… Forse il mio sarà stato solo un sogno, un lavoro con piccoli cenni critici, la biografia di una vita, anzi di due vite romanzate o soltanto i pensieri più segreti di un grande scrittore e uno, piccolo piccolo, che si arrampica sugli specchi per emergere, per essere nella sua follia…un grande scrittore”.
Una vera lezione sul Verga, visto da Vellucci, è da considerarsi la presentazione che ne ha fatto il Prof. Paolo De Stefano. “Una storia immaginaria, creativa, allusiva che unisce quella di Vellucci a quella del Verga, stranamente, misteriosamente e, comunque, sapientemente… Il suo lungo narrare, è una grande “visione” estatica nonché una mitizzazione del suo ricordare attraverso l’apparizione del Verga. Sin da quell’incontro fiorentino, nella piazza della Signoria…, torna dunque la visione, quasi onirica, di un fantasma vivente e luminoso, per cui Vellucci pare identificarsi con Verga ma si ripiega su se stesso, sempre lui, protagonista del suo allusivo e amabile racconto… Egli, attraverso le note di rilievo esegetico, dimostra di ben documentarsi e questo rende il lavoro un’indagine accorta e propizia sul procedere degli stessi avvenimenti… Non è, come potrebbe apparire a una prima e facile lettura, un seguace del grande scrittore siciliano e, se proprio Verga gli presta comparative immagini, quelle stesse si trasformano poi nell’autonoma conclusione di un rito che è insito nella scrittura di Vellucci. Non è poco pregio questo sentire ma l’acme della sua picozza che tocca il punto più alto di un monte”.
A.B.

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