Dalla pandemia (falsa) al pandemonio (vero) il passo è breve. E l’Italia, sotto la guida di una classe politica inadeguata, quel passo l’ha drammaticamente compiuto. Ci sono momenti nei quali i difetti strutturali di un sistema politico vengono alla luce, e appaiono chiari anche al più orbo dei cittadini. Ebbene, quel momento è arrivato, quando nei giorni scorsi il confine tra prudenza e autolesionismo è stato varcato a piè pari da molti rappresentanti delle istituzioni, centrali e locali. E persino dalla comunità scientifica, che non si è divisa – come era normale che fosse – tra diverse valutazioni tecniche, ma tra sobri (e magari meritoriamente impegnati sul campo) e ubriachi di mediaticità, pronti a saltabeccare da un talk show radiotelevisivo all’altro non senza passare per un cinguettio di tweet e una diretta Facebook, alimentando il catastrofismo per il solo fatto di moltiplicare le voci. Uno spettacolo indecente, che rispetto ai tanti simili che lo hanno preceduto, purtroppo questa volta ha fatto il giro del mondo e ha finito con il dare dell’Italia l’immagine del “ventilatore del coronavirus” (il copyright è di Pierferdinando Casini) in Europa se non nell’intero pianeta. Anche perché prima ancora che ci fosse il “paziente uno”, si confermava l’italica abitudine di cercare un colpevole anziché una soluzione, rinfacciandosi di mettere a repentaglio ora la salute ora il portafoglio degli italiani al solo scopo di averne il consenso elettorale, fino al punto di finire “sputtanati” su tutti i media del mondo.

Sia chiaro, noi non abbiamo le competenze necessarie a valutare la reale portata del virus influenzale, né vogliamo lasciarci suggestionare dalle impressioni (che pure abbiamo, ma ci teniamo per noi). Non fosse altro perché si tratta di un agente infettivo nuovo, che genera domande finora lasciate senza risposta. Dunque, non ci accodiamo alle insopportabili chiacchiere da bar di questi giorni. Possiamo solo osservare che i numeri, mondiali e italiani, escludono si possa parlare di pandemia, almeno per ora, e lasciano aperto il dibattito, anche tra gli addetti ai lavori, se sia corretto o meno usare il termine epidemia. Ma questo non toglie che il coronavirus vada preso sul serio, e che l’unica risposta possibile – sia in termini medico-farmacologici sia in termini organizzativi, e quindi economici – non possa che dipendere dalla capacità di avviare una seria collaborazione internazionale (che fin qui è stata insufficiente, specie in Europa).

Di una cosa, invece, siamo certi: siamo affetti da un’epidemia cognitiva, altrimenti detta “infodemia” (dall’inglese infodemic, sostantivo composto da info(rmation) ed (epi)demic), che sta per “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili” (Treccani). Si tratta di una terminologia recente (è stata coniata da David J. Rothkopf in un articolo sul Washington Post del maggio 2003, ma da allora ricorre nei documenti ufficiali dell’Organizzazione mondiale della Sanità) che descrive perfettamente ciò che è accaduto nell’ultima settimana in Italia. Il cittadino, inevitabilmente inesperto, si è visto subissare di informazioni contradditorie ma comunque allarmistiche sull’epidemia biologica proveniente dalla Cina, suffragate da reiterate dichiarazioni istituzionali ansiogene: dalla conferenza stampa di Conte, cui è seguita una infinita serie di sue comparsate televisive, alle affermazioni del governatore della Regione Lombardia Fontana (“A Milano misure come a Wuhan”) e di quello del Veneto Zaia (“Per gravità non c’è paragone con le catastrofi naturali che abbiamo avuto”).

Per non parlare della sconsiderata gestione della contabilità dei contagiati e dei morti, numeri che del tutto decontestualizzati e mancanti di valutazioni proporzionali (per esempio rispetto ad altre patologie) hanno contribuito a produrre un’overdose informativa – di cui naturalmente portano responsabilità anche i media (si pensi solo a quanto volte è stata scritta o pronunciata la parola “emergenza”) – che ha generato un altro virus, quello della paura. I cui microbi sono fake news, impressioni, reazioni emotive, parole in libertà. Se poi si aggiunge che tutto questo è sfociato in apocalittiche misure “precauzionali”, comprensibili per le cosiddette “zone rosse”, ma prive di alcuna giustificazione né a Milano né in nessun’altra parte del Paese – prese con l’unico obiettivo, sottaciuto ma evidente, di parare il fondoschiena di ciascuno e di tutti dalle responsabilità – non è difficile arrivare a comprendere la dilatazione delle conseguenze sul piano economico di questo “pandemonio”. E guardate che le più gravi non sono quelle “interne” – Milano semideserta, locali chiusi o non frequentati, manifestazioni sospese, scuole chiuse – ma quelle che derivano dall’immagine che l’Italia ha dato di sé sul piano internazionale, tanto da aver indotto già 13 paesi a chiudere le frontiere aeree con noi e spinto altri, tra cui gli Stati Uniti, ad alzare il livello di allerta. E che significano crollo del turismo, blocco delle esportazioni, interruzioni delle forniture. Cui vanno ovviamente aggiunte le conseguenze per l’interscambio del rallentamento dell’economia cinese (ed eventualmente di quella globale se il contagio, biologico ed economico, dovesse allargarsi).

Roba da far tremare (se non crollare) un’economia fragile come la nostra, che è reduce da due pesanti recessioni dal 2008 a oggi – che si sono mangiate oltre il 10% del pil e un quarto della capacità produttiva, ferite solo parzialmente rimarginate – e che dalla fine dell’anno scorso si è predisposta a passare da una lunga fase di stagnazione, già grave, alla terza recessione del secolo. Dovuta sì a fattori endogeni strutturali, ma che in questo caso, per effetto del coronavirus (o meglio dalla sua scellerata gestione), assumerebbe una velocità tramortente e una dimensione drammatica. Anche perché siamo nel pieno di una rivoluzione tecnologica e di trasformazioni epocali, una stagione nella quale le capacità produttive e le quote di mercato perse rischiano di esserlo per sempre. Per usare le parole di Nicola Rossi, “l’Italia è come quelle persone affette da gravi patologie che colpite da coronavirus possono anche morire”.

Faremmo del populismo da quattro soldi se non dicessimo che non è facile condurre la nave tra marosi di questo genere. Ma faremmo torto a noi stessi se evitassimo di osservare che in questa circostanza sono emersi in tutta la loro evidenza i limiti strutturali del nostro Paese. Primo tra tutti quello dell’inadeguatezza – politica, culturale, umana, di esperienza – della classe politica, nazionale e locale. Ci sono circostanze in cui l’assenza di spessore politico e la povertà di leadership (se non quella mediatica, fatua per definizione) non sono solo plasticamente visibili, ma producono conseguenze inimmaginabili, capaci in poco tempo di cambiare la storia, nel bene e nel male. E quella che viviamo, in cui occorrerebbe trovare il giusto punto di equilibrio tra il dire e il fare, tra indurre l’allerta ed evitare il panico, ed invece si propala il virus letale della paura, dell’incertezza, della diffidenza, della divisione, dell’irresponsabilità, è la circostanza delle circostanze. Tanto più che all’inadeguatezza dei politici si aggiunge quella dell’architettura istituzionale – vedi le Regioni, del cui fallimento saremo costretti a prendere atto – e dell’ossatura organizzativo-burocratica del Paese – la mancanza di coordinamento e la diffusione della deresponsabilizzazione a tutti i livelli è insopportabile – a rendere esponenziale la velocità del declino.

Intendiamoci, non che il “paese reale” sia meglio. Già sfiduciati e smarriti nella loro dimensione collettiva, gli italiani hanno imboccato la strada dell’irrazionalità e dell’irragionevolezza anche nei comportamenti privati. Come consumatori, come genitori, come organizzatori delle loro giornate e artefici del loro destino. Si sono divisi, come fin dai tempi dei guelfi e dei ghibellini, tra catastrofisti trasmettitori del virus della “fobia da contatto” e in preda a “l’incubo dell’imprevisto”, e minimizzatori, fatalisti (succeda quel che ha da accadere) e complottisti (il virus l’ha inventato Trump per fottere i cinesi). Mostrandosi nel complesso un popolo di epidemiologi, virologi e soprattutto di nevrastenici.

C’è solo da sperare che dopo l’iniziale rimbambimento, si stiano rendendo conto di quanto pernicioso sia lo “sbigottimento delle genti” (Boccaccio nel Decamerone a proposito della peste) e che trovino sia la forza della reazione (segnaliamo, a mo’ di esempio, l’iniziativa di Confindustria Lombardia “Yes we work”) sia la lucidità di capire che il “sonno della ragione” – in questo caso l’affidarsi ai pifferai del verbo populista – “genera mostri”. E che da questi mostri ci si può e ci si deve emancipare. Basta (si fa per dire) smetterla di delegare regalando il proprio consenso al primo imbonitore che passa. Che poi è quello che quando arriva il virus chiude la stalla dopo aver fatto scappare i buoi.

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