Roma – In un Paese travolto dallo tsunami Covid19, c’e’ una schiera di donne e uomini in trincea: medici e operatori sanitari che, da Nord a Sud, stanno lavorando senza sosta. Creare diversi team di lavoro nei reparti isolabili in caso di singole positivita’, eseguire tamponi a tappeto o
ricorrere ad analisi sierologiche come screening di massa molto piu’ rapidi e meno costosi, sono alcune delle possibilita’ di cui ha parlato, intervistata dall’agenzia Dire, Rossana Berardi, vicepresidente di W4O, direttrice della Clinica Oncologica Ospedali Riuniti di Ancona e docente ordinaria di oncologia presso l’Universita’ Politecnica delle Marche.

-Molti gli operatori sanitari, tante anche le donne, in prima linea che sono risultati positivi al Covid-19. Quali sono le ricadute personali penso alla catena del contagio in famiglia e in generale nell’assistenza ai cittadini?

‘Il tema dell’ambito familiare dei medici e degli operatori sanitari costituisce un grosso problema sia quando si accerta un contagio, una positivita’ al Covid-19, sia nel contesto piu’ ampio degli operatori sanitari esposti ogni giorno alla possibilita’ di contagiarsi. Quello che stiamo cercando di fare, lanciando anche un sondaggio come W4O, e’ capire come la pandemia stia impattando sulla vita delle persone. Chiaramente chi e’ positivo deve stare in isolamento perche’ le norme ci impongono
l’isolamento e il monitoraggio dei sintomi in caso di un positivo
asintomatico. Ad oggi il test e’ fornito a chi ha sintomatologia, alcune regioni e istituzioni stanno facendo il test estendendolo ai contatti di persone risultate positive al Covid-19. E in pochi casi illuminati si effettuano i test anche agli asintomatici.
Nell’ambito familiare e’ evidente che il positivo e l’asintomatico rappresentino un rischio per tutta la famiglia. E’ un problema di vero e proprio ordine sociale ancora di piu’ per chi ha bambini e anziani in casa. E’ chiaro che le misure di isolamento, per coloro che non dispongono di abitazioni grandi con bagni separati, non sono semplici in caso che uno dei membri della famiglia sia positivo. Lo so per certo poiche’ dirigendo
una clinica oncologica composta da 50 medici che vivono in appartamenti con i bambini piccoli, alcuni gia’ risultati positivi, percepisco il forte timore proprio di tornare dal lavoro e contagiarli. Sarebbe estremamente utile, quindi, poter disporre di aree nello stesso ospedale o di strutture come alberghi adiacenti al lavoro per permettere alle persone di continuare a lavorare in sicurezza. Io stessa mi sono allontanata da casa in questo periodo, per tutelare mio figlio, avendo la
possibilita’ di farlo. Per chi non puo’ sarebbe importante, in alternativa, ottenere un aiuto economico per affitti temporanei e lavorare in tranquillita’ lontano dalla famiglia. Inoltre come professionisti dovremmo avere garantiti i dispositivi come i tamponi, i DPI, a tutela degli operatori e dei pazienti. Se poi passiamo ad discorso piu’ strettamente lavorativo, stare sul campo ogni giorno equivale per noi ad un nuovo rischio. Cio’ vuol dire che se io faccio il tampone oggi non e’ detto che tra due giorni questo risultato non sia cambiato. Questo moltiplicato per tutti gli operatori. Io ho istruito i ‘miei’ in ospedale a pensare come se in ogni momento ognuno di noi possa essere positivo. Sto inoltre facendo, come direttore, una ‘battaglia’ per avere piu’ test a tappeto per gli operatori asintomatici. Un solo test riproduce una fotografia parziale, ma non risolve problema a medio-lungo termine. Se noi tracciamo gli asintomatici, ma positivi al Covid-19 li possiamo isolare e tracciare i contatti evitando cosi’ che esploda il focolaio, ma anzi lo conteniamo. Sarebbe utile valutare anche dopo quanto tempo un operatore positivo asintomatico puo’ tornare a lavorare in reparto di Covid positivi. E’ evidente che c’e’ il timore che testare gli operatori sanitari asintomatici possa mettere a rischio il sistema perche’ poi, in caso di positivita’, si rende necessaria la ‘quarantena’, ma il fatto di non testare mette ancora piu’ a rischio la catena di aiuto di cui l’operatore sanitario e’ l’anello fondamentale. Si creano facilmente focolai che si propagano. I pazienti si muovono e gli operatori si muovono tra reparti e dunque non testare per non sapere non aiuta. Testare invece gli asintomatici e farlo a ‘bolle’, reparto per reparto, e via via estendere a tappeto, ma con una certa
programmazione, partendo dalle priorita’ dei reparti piu’ a rischio, ci aiuterebbe a spegnere tutte le situazioni di rischio eventuale focolai e non farne nascere di nuovi. La tutela dell’operatore serve per l’individuo, ma anche per non far spezzare catena dell’assistenza dei pazienti tanto piu’ in strutture come la mia che prendono in carico pazienti fragili con
tumore. Le malattie, infatti, vanno avanti comunque, anche nel periodo di Covid. Da considerare nello specifico che non essendo, nel caso dell’oncologia, una struttura Covid i DPI che utilizziamo sono diversi da quelli che si utilizzano nei reparti COVID, ma nessuno puo’ assicurarci che un tal paziente non sia stato colpito dal virus’.

-A proposito di tamponi, Lei che ne pensa di chi ha sospetto di essere positivo, ma e’ in quarantena domiciliare? Dopo i fatidici 14 giorni come si puo’ esser sicuri di uscire e non essere un untore?

‘C’e’ un sommerso enorme anche nei territori perche’ i tamponi appunto non vengono fatti a tappeto, ma solo in presenza di una sintomatologia importante. La fotografia e’ parziale e non rappresentativa della realta’. Noi sappiamo di dover rispettare la quarantena di almeno 14 giorni, ma e’ difficile capire a quando risale l’incubazione nei pazienti che sono
paucisintomatici. Non solo capire se sono state realmente contagiati, ma anche se si sono poi negativizzati. Quindi si parla in termini di presunzione e non di certezza. Se si potesse fare screening a tappeto nella popolazione si potrebbero isolare piu’ efficacemente i positivi e tracciare i contatti. Sicuramente il tampone ad oggi e’ il test piu’ complesso e attendibile da effettuare, ma esistono anche i test sierologici IGM e IGG che ci permettono, su sangue, di sapere se c’e’ una positivita’ o meno.
Gli esperti ci dicono che non sono test attendibili al 100%, tuttavia per screening di massa ripetuto potrebbero essere utili.
E’ una possibilita’ che si sta valutando per avere soluzioni alternative piu’ percorribili su ampia scala, analogamente a quanto fatto nei Paesi orientali che hanno gestito prima di noi la pandemia, che sicuramente sono un passo in piu’ rispetto a quello che si sta facendo oggi’.

-Oltre i dispositivi di protezione che sono pochi, circolano ovunque immagini di medici costretti a non mangiare e bere perche’ non sono in grado di sostituire l’unica mascherina giornaliera a disposizione. Cosa e’ necessario, oltre ad avere piu’ materiale? Percorsi diagnostici e piu’ tamponi?

‘Sicuramente ci vogliono maggiori presidi di protezione individuale, ma occorrono a mio avviso altre azioni importanti.
La prima prende spunto dall’esperienza e dalle buone pratiche messe in atto da Paesi che hanno fronteggiato per primi l’epidemia; penso a Singapore e alla Corea, che sono riuscite ad evitare il formarsi di grossi focolai pur essendo vicini alla Cina e in concomitanza del capodanno cinese che ha incrementato sicuramente la mobilita’ delle persone. Queste nazioni, grazie agli screening a tappeto che hanno adottato, alle misure di restrizione, all’uso dei DPI e soprattutto all’organizzazione
delle squadre dei medici sono uscite dall’emergenza. Oggi da noi
siamo organizzati diversamente. Come W4O abbiamo il polso di cio’
che accade sul territorio nazionale e osserviamo che il personale, che spesso include giovani specializzandi e anche medici in pensione, spesso non e’ organizzato in team separati. I team, tanto all’interno delle strutture Covid che Non-covid devono essere separati. Cioe’ squadre di personale sanitario che interagiscono solo tra di loro e certi pazienti, analogamente al modello orientale. Perche’ se si propaga il contagio in un determinato team, quello potrebbe andare in isolamento e in tal
caso verrebbe sostituito da un altro. Separare le squadre di
lavoro ci consente, anche qualora alcune dovessero essere
isolate, ad avere sempre personale pronto per lavorare. Nel mio
reparto lo sto facendo. In questo periodo c’e’ grande generosita’
di imprenditori e cittadini, che corrisponde alla disponibilita’
di fondi, ma il problema vero e’ che ciononostante non si riesce
a far arrivare questi dispositivi nelle strutture che ne hanno
bisogno. Gli ordini non vengono evasi tempestivamente e se si
comprano all’estero i DPI spesso vengono fermati alla frontiera.
Oppure in Italia si distribuiscono a chi ne ha piu’ necessita’, e
io lavoro nelle Marche dove c’e’ stata un’ escalation del
contagio. Un’altra azione importante consiste nel riconvertire le
aziende anche locali e metterle a produrre mascherine, camici,
calzari e altri dispositivi di prevenzione norme permettendo.
Bisogna davvero mettere in grado l’Italia di essere
autosufficiente anche negli approvvigionamenti. Ad oggi ci sono
medici che sono sottoposti a turni di 12 ore per ridurre il
consumo di DPI. Ma turni del genere con quel tipo di dispositivi
che segnano il viso e il corpo sono massacranti. Gia’ e’ piu’ di
un mese e mezzo che i medici e gli operatori sanitari lavorano a
questo ritmo che non si puo’ reggere per sempre e non si vede
ancora una risoluzione immediata al contagio’.

-Visto che ‘W4O’ raccoglie e coinvolge le donne mediche in
oncologia. In questo periodo di emergenza cosa vorrebbe
consigliare ai malati oncologici, oltre le misure ministeriali?

‘Noi oncologi abbiamo stravolto la nostra organizzazione da tempo
e abbiamo cercato di differire i follow up, ossia le visite di
controllo nei pazienti operati che devono venire al controllo
ogni tre o sei mesi. Tutte queste prestazioni sono state tutte
spostate a meno che non ci siano necessita’ cliniche urgenti.
Anche gli esami strumentali importanti per le visite oggi in
periodo di Covid sono stati ridotti per far fronte all’emergenza
e alle polmoniti da Covid-19. Nella mia struttura abbiamo
organizzato dei triage telefonici, tutti i pazienti vengono
contattati telefonicamente e tutto cio’ che e’ gestibile a
distanza lo facciamo. Ad esempio le terapie oncologiche con i
farmaci biologici orali sono gestiti principalmente a domicilio,
accertiamo lo stato di salute e inviamo le terapie. Inoltre
abbiamo cercato di far in modo che i pazienti vengano il meno
possibile in ospedale. Chiaramente sono attivi i ricoveri per
coloro che purtroppo lo necessitano. Al momento
dell’ospedalizzazione programmata per necessita’ cliniche o per
la terapia, cerchiamo di fare al paziente il tampone. Altro
discorso per i pazienti che accedono in day hospital e che devono
fare chemio, immunoterapia o farmaci biologici per i quali non
c’e’ possibilita’ al momento di effettuare il tampone, anche per
il tempo della risposta del tampone stesso. Per cui
quotidianamente in questi pazienti effettuiamo un triage
telefonico il giorno prima per confermare l’appuntamento ed
eseguiamo anche prima dell’accesso al reparto un triage per
capire se hanno sintomi o avuto contatto con positivi. Laddove
non ci sono problemi mettiamo presidi, quali le mascherine ai
sanitari e ai pazienti. Tra oncologi stiamo condividendo delle
buone pratiche. Inoltre in questo periodo di picco massimo il
paziente fragile deve rimanere a casa, e a domicilio la cautela
deve essere maggiore. Se si vive in nucleo familiare consiglio
sempre di ‘stare ad un metro di distanza’, che e’ oggi un gesto
d’amore, di usare asciugamani individuali, bagni separati se
possibile. Il paziente oncologico deve prestare bene attenzione
ai sintomi anche perche’ per questo tipo di soggetti non e’
sempre facile fare una diagnosi differenziale tra i diversi
sintomi’.

-E che dire dell’igiene degli ambienti ospedalieri?

‘Io sto riflettendo molto sull’ambiente ospedaliero, nelle
terapie intensive e sub intensive le camere sono a pressione
negativa. Bisognerebbe capire, a mio avviso se cambiando la
pressione e cioe’ mettere degli estrattori potrebbe essere utile.
Nel mio ‘piccolo’ son convinta che questa possa essere un’arma
in piu’. Perche’ se il contagio avvenisse solo droplets, con le
misure di il distanziamento di 1 metro, guanti, igiene degli
indumenti a casa delle mani, degli ambienti, piu’ l’uso di
mascherine dovrebbe arrestarsi il propagarsi del virus.Qualcosa
di certo qui ancora non c’e’, anche il ‘massimo’ esperto di
infettologia non puo’ sapere ancora tutto di questo virus. Come
W4O siamo in connessione con medici di tutto il mondo e per la
ricerca. Da qui e’ nata l’esigenza di studiare di piu’ il ruolo
che l’ambiente ospedaliero svolge in questa pandemia soprattutto
dove ci sono pazienti fragili. Di conseguenza ho fatto sanificare
il mio reparto piu’ volte, ad esempio nelle linee guida degli
ospedali orientali era prevista una sanificazione degli ambienti
ospedalieri 4 volte al giorno. Non diamo per scontato nulla in
questa partita contro il Coronavirus: documentiamoci’.

-E l’Europa secondo lei cosa ha fatto quando il virus ha
travolto l’Italia? E pure oggi dove tutti i paesi sono stati
contagiati non mi pare ci sia un modello comune

‘Non c’e’ stato modello unico di riferimento. In realta’ molti
hanno pensato a qualcosa di lontano, che non potesse colpirli
mentre in realta’ il virus e’ piu’ veloce di noi e ci ha
dimostrato che alla fine siamo tutti uguali e tutti sotto lo
stesso cielo. Per combattere una malattia che dilaga e che non si
vede bisognerebbe essere uniti. Avere pratiche comuni farebbe
bene a tutti. Anche dei protocolli e misure comuni sul territorio
nazionale all’inizio di questa storia sono mancate poiche’
all’inizio sono arrivati in maniera lenta per poi deflagrare. Il
sud ora sta vivendo l’effetto tsunami che il Nord ha vissuto per
primo. Alla fine di tutto questo discorso, ribadisco, non bisogna
perdere di vista noi operatori che continuiamo ad ammalarci,
rischiamo la vita e siamo sottoposti a turni massacranti. La
beffa e’ che non e’ e non sara’ riconosciuto neanche un incentivo
economico o un’ indennita’ per chi svolge un lavoro ad alto
rischio come questo”.

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