Al di là dell’emozione che la tragica contabilità dei contagiati e dei morti suscita in noi, un misto di pietà e paura, la pandemia ci induce ogni giorno di più a misurare la distanza temporale che ci separa dal ritorno alla “normalità”. Peraltro senza averne (colpevolmente) gli strumenti – era (è) indispensabile dotarsi di capacità di analisi statistiche su cui costruire proiezioni attendibili – cosa che accentua l’idea che sia in atto una corsa contro l’orologio, tanto lodevolmente ingaggiata con dedizione e impegno quanto maledettamente disordinata, rendendo questo traguardo una sorta di fantasma. Ma se fin qui questa corsa contro il tempo si è svolta sul terreno sanitario, ora inizia – con un ritardo che pagheremo caro – quella sul piano delle conseguenze economiche e sociali, che al tempo stesso sono e sempre più saranno politiche, nazionali ed europee (per non dire globali). E anche qui le nostre menti preoccupate si popolano di spettri. Ci sono quelli buoni – che in queste ore hanno assunto le sembianze di Mario Draghi – e quelli cattivi, che come al solito riconduciamo all’Europa, alla Merkel (cui stiamo persino rinfacciando di essersi dimenticata di quando l’Europa dimezzò i debiti di guerra alla Germania) e a quel traditore sciovinista di Macron (che fa interviste pro Italia e poi si allea con i tedeschi), con l’aggiunta della new entry Olanda. Sarà bene toglierci queste fantasie dalla testa, buone o cattive che siano. E stare con i piedi per terra, perché di questi tempi se è opportuno andare oltre i limiti e le convenzioni è altrettanto sconveniente inseguire le chimere.

Iniziamo dalla più gettonata: Draghi presidente del Consiglio. Non è un’ipotesi sul tavolo, neppure remota. Prima di tutto non ci pensa l’interessato ad andare a palazzo Chigi, credetemi. Semmai, potrebbe gradire altre mete, ma non questa. Si dirà: potrebbe essere costretto ad accettare. Certo, se salisse dal Paese (e magari anche da fuori) un assordante invito, l’ex presidente della Bce faticherebbe a non ascoltarlo. Ma, nonostante le apparenze, questo coro non c’è e non ci sarà. Tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, sono ostili; il Quirinale è prudente; le forze economiche sono prive di voci autorevoli, e troppo impegnate ad arginare lo tsunami; l’opinione pubblica, dove pure l’ipotesi avrebbe un sostegno significativo, è fiaccata dall’emergenza, e non trova nei media voci autorevoli che possano preparare il terreno ad un simile eventualità. Dunque, Draghi al posto di Conte gossip è e gossip rimane. Punto. Questo non significa che ad un certo punto i nodi verranno al pettine, ma sarà inevitabilmente più avanti e comunque dopo che sapremo come sarà andata a finire l’altra grande partita che è in corso di svolgimento, quella europea. Dalla quale dipendono, molto di più che da quella romana, le nostre sorti.

Ed è in quello scenario che dovrebbe – nel senso che sarebbe auspicabile – e per qualche verso potrebbe, entrare in gioco Draghi. Chi mi segue sa che su Terza Repubblica (qui) ho lanciato l’idea di assegnargli l’inedito ruolo di commissario straordinario, con un mandato che unisca la volontà della Commissione Ue e del Consiglio europeo, in una logica di raccordo anche con la Bce. Ma non è per autolegittimazione che ora insisto. È la realtà delle cose che va in quella direzione, se si vuole salvare l’Europa e l’euro. Cerchiamo di capire. Come ha riconosciuto il presidente Mattarella nella sua ultima “spettinata” esternazione televisiva, la Commissione (con il beneplacito del Parlamento europeo) e la Bce hanno preso “importanti e positive decisioni economiche” per fronteggiare l’emergenza Covid-19. Con ritardo e non senza inciampi, aggiungo io. Ma in tutti i casi hanno messo sul tavolo una notevole quantità di risorse. Tra una cosa e l’altra circa 4 mila miliardi.

Sufficienti? No, anche perché questa volta (rispetto al 2008 e alla crisi greca) non è detto che la leva monetaria sia quella giusta. Tant’è vero che ogni Stato ha annunciato impegnativi ricorsi al debito, strumento reso possibile per tutti, anche i già iper indebitati come noi, perché Bruxelles ha sospeso i vincoli del Patto di stabilità. Chi invece non ha fatto nulla, e Mattarella non ha mancato di sottolinearlo, è stato il Consiglio europeo, cioè l’insieme dei capi di stato e di governo dei paesi continentali, l’organo sovranazionale titolato a decidere un intervento solidale e dunque a fare debito federale, l’unico sistema con cui rispondere non tanto alle esigenze immediate – per quelle bastano le risorse Ue e Bce – ma a quelle della ricostruzione dalle macerie prodotte dall’emergenza. Come pure l’Eurogruppo, che riunisce i ministri delle Finanze dei 19 paesi membri dell’euroclub, si è fin qui astenuto dall’intervenire nella discussione (diatriba) sugli eurobond. È in quelle due sedi che è mancata l’Europa. Né deve farci trarre in inganno l’ultima intervista (in sede tedesca, cioè a casa sua) della presidente Von der Leyen, che sembra mettere una pietra sopra ai coronabond: a ben vedere dice che la Commissione non sta lavorando a quello strumento, ne potrebbe visti i limiti giuridici che avrebbe se lo volesse fare. Cose entrambe vere, ma sono i governi di concerto tra loro che questo mandato hanno evitato di darlo. E siamo punto e a capo.

Tutto ciò induce ad alcune osservazioni e riflessioni. La prima: questo scenario stride con gli strepiti dei nostri sovranisti, visto che le istituzioni europee che loro descrivono matrigne, bene o male sembrano funzionare (nei limiti dei loro statuti, che spetta eventualmente alla dimensione intergovernativa modificare), mentre sono le sovranità nazionali, che loro esaltano, a mostrarsi inadeguate, prigioniere come sono di modalità politiche interne attente solo agli interessi elettorali locali. Francamente fa ridere (se non fosse che di questi tempi non ci resta che piangere) vedere gli antieuropeisti invocare l’emissione di titoli di un nascente debito pubblico europeo, cioè la massima espressione possibile della cessione di sovranità contro cui si battono. Seconda osservazione: a Bruxelles come a Francoforte si decide a maggioranza, e questo favorisce la dinamica politica. Per esempio, l’ultima decisione della Bce di far partire una nuova fase di quantitative easing è stata presa a maggioranza, con gli esponenti di paesi del Nord e dell’Est che hanno votato contro e i tedeschi che si sono spaccati (a dimostrazione che parlare di Germania genericamente e unilateralmente è sbagliato). Viceversa, nel Consiglio europeo per creare un nuovo strumento come gli eurobond, occorre l’unanimità. Per questo, se si vuole essere concreti e non fare demagogia o praticare la pura testimonianza, bisogna dirci che se è vero che creare debito federale sarebbe la soluzione migliore – senza per questo credere, come sembrano fare i gonzi o gli imbonitori, che sarebbe debito di nessuno e dunque aiuti gratis – non è detto che rivendicarla e basta sia l’unica strada. Per esempio, si potrebbe scegliere in alternativa di rafforzare patrimonialmente la Banca europea degli investimenti (tra l’altro egregiamente coguidata da un italiano, Dario Scannapieco, che ne è vicepresidente), in modo che emetta titoli Bei con la Bce come prestatore di ultima istanza. Non sarebbero proprio eurobond, ma questo consentirebbe di ammorbidire Berlino, che deve pur fare i conti con l’opinione pubblica tedesca (peraltro, hanno forse torto a non voler pagare il nostro debito, visto che fino al 135% del pil ci siamo arrivati da soli, e senza nemmeno riuscire a fare crescita?). L’altra ipotesi, è cercare di dare – come suggerisce oggi Mario Monti dalle colonne del Corriere della Sera – qualcosa in cambio per consentire alla Merkel di “tenere” politicamente a casa sua. Qui suggerirei di offrire la cosa che peraltro converrebbe a noi più di ogni altra: delegare ad un soggetto europeo terzo – appunto un commissario straordinario, e chi meglio di Draghi – anche la gestione delle risorse reperite con l’emissione di titoli federali. Della serie: debito comune, spese comuni. Visto come siamo stati capaci di spendere la flessibilità di bilancio racimolata in questi anni e come non siamo stati capaci di spendere i fondi europei messici a disposizione, tanto vale che siano altri a gestire queste risorse e si pianifichi una ricostruzione europea centralizzata.

Ultima riflessione: si parla di far debito con una facilità e superficialità che spaventa. Noi siamo arrivati – per colpa nostra, non altrui – al più difficile appuntamento con la storia recente con un fardello debitorio sulle spalle che ci ha reso maledettamente vulnerabili nella crisi precedente e che questa volta potrebbe essere esiziale. Trovarci domani, per effetto dell’incremento dell’indebitamento e della caduta del prodotto, al 170-180% di rapporto debito-pil significherebbe essere sanzionati dai mercati, ritrovarci con Btp denominati “titoli spazzatura” e andare in default. Come la Grecia. Certo, siamo vittime di un circolo vizioso: considerato che è necessario spendere – e, piccolo dettaglio, spendere bene – almeno il 10% del pil, cioè circa 180 miliardi, se stiamo sotto questa soglia per evitare di fare troppo debito nuovo, avremo più recessione (in questo caso il pil farebbe -10%); se a quella cifra arriviamo o addirittura la superiamo, avremo un po’ meno recessione (tra -5% e -8%) ma ci impicchiamo con la corda del debito. Quindi ragioniamo bene: aiutare i cittadini e le famiglie in difficoltà va bene, ma ricordiamoci che l’uscita da questa drammatica emergenza avverrà solo se a rimettersi in piedi saranno le imprese. Dunque, sulla carta meglio sia sussidiare (con la cassa integrazione o altro) un lavoratore dipendente e autonomo che ha perso il lavoro, sia un imprenditore che i posti di lavoro li mantiene. Potendo, è ovvio. Ma se non è possibile – e l’Italia, per i suoi errori, è molto probabile che non ne abbia la possibilità – la seconda priorità deve prevalere, almeno in parte, sulla prima. Perché i disoccupati se le imprese restano in piedi li puoi recuperare, viceversa no.

In conclusione, con l’Europa bisogna “negoziare, negoziare, negoziare”, senza iattanza e consci che tutti, noi per primi, hanno molti peccati sulla coscienza e dunque nessuno può scagliare la prima pietra. Sapendo che noi senza l’Europa saremo morti – lo saremmo stati prima, figuriamoci in questa situazione – e che l’Europa senza di noi (se poi mancassero all’appello anche Spagna e Francia a maggior ragione) non esisterebbe più e tutti sarebbero costretti ad un sovranismo, o ad alleanze minime, che finirebbero per impoverire anche quelli oggi più ricchi e meno bisognosi.

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