Di Pasquale D’Aiuto, Avvocato

Tempo di Covid. Nel cortile della mia abitazione urbana, l’aria è tersa. Respirabile, luminosa. E non è perché è primavera – tra l’altro, freddissima. Resto in casa, non si esce senza ragione. La corte interna, con le sue piante che sentono la nuova stagione, è appagante. Il motivo è semplice: lo smog si è drasticamente ridotto.

Ho trascorso, ultimamente, molto più tempo con i miei figli. Pappa e ciccia: sei e quattro anni, si divertono, si picchiano, non si annoiano mai, sono amici. Insegno loro pianoforte. Io stesso ho ripreso a suonare.

Ho raccolto le idee e scritto un articolo su quanto avevo dentro da anni. Ho (video) telefonato a cari che non sentivo da tanto. Ho chiacchierato con gli amici, ho scoperto lati caratteriali sconosciuti di persone che non consideravo poi così interessanti. Sto riprendendo a lavorare, sfruttando le potenzialità di cui dispongo. Studio, approfondisco.

Ho dormito – anche troppo (e qui, per un’associazione di idee, mi rendo conto che avrei bisogno di un barbiere più che di capelli, il che è tutto dire). Ho cominciato a fare ginnastica in casa grazie ad una app. gratuita, che m’invita a pubblicare i miei risultati su Facebook (ma io non lo farò nemmeno sotto tortura). I miei figli saltellano con me e mi perculano che è un piacere.

Ho visto film che mi aspettavano da tempo. Ho mangiato tanto, con calma, con i miei, specie a pranzo quando non accadeva mai o quasi mai, prima. Il mio aspirapolvere ora ha un nome, gliel’ho dovuto assegnare perché se passi tanto tempo con qualcosa ti ci affezioni (con la lavastoviglie già ero in confidenza, ci capiamo naturalmente, lei ed io). Scherzo.

Mi mancano il mio studio legale nei pressi del Liceo Tasso, il caffè con i Colleghi, Salerno, l’impegno quotidiano, il sentirmi utile, mangiare la pizza, sfottere mia suocera, camminare, il profumo del mare. Vorrei riabbracciare i miei cari e soprattutto mia nipote. Vorrei andare ad Acquavella con la mia famiglia. Mi manca sentirmi libero perché non sono libero, non siamo liberi. La mascherina mi costringe a mettere le lenti a contatto perché gli occhiali si appannano e questo alimenta la mia naturale goffezza.

Non sono mai stato così tanto tempo in casa, se non quando preparavo il diploma di pianoforte. Allora mi abbrutivo, oggi un po’ meno perché, dopo i quaranta, bisogna darsi un limite – capelli a parte, naturalmente.

La novità è che ho del tempo. Per me, slegato da un obiettivo utilitaristico. Quindi, non sono produttivo, nel senso che questa civiltà sempre di corsa ha attribuito a tale termine. Non sono utile, nel modo che la società che abbiamo costruito sembra pretendere da ciascuno di noi, a pena della nostra irrilevanza. Non sono più dinamico. Quindi, penso e scrivo.

Quanto tempo abbiamo, come intendiamo utilizzarlo? Quanto, di ciò che facciamo ogni giorno senza pensarci troppo, ha davvero senso? Quanta parte delle nostre azioni può essere sostituita con altro di più appagante, di più umano? Cosa perdiamo, se cambiamo abitudini?

Ad esempio: la mattina prendiamo l’auto e ci rechiamo da qualche parte. In studio, in ufficio. Spesso – e ora non venitemi a dire che ci sono attività che non possono farsi in remoto, lo so – per compiere azioni che potremmo, grazie alla tecnologia, soddisfare persino da casa. Penso alle udienze, che potrebbero, il più delle volte, essere tenute in modo virtuale – gli adempimenti di cancelleria, in buona parte, già lo sono. Penso addirittura agli appuntamenti, mutuabili con la corrispondenza scritta e/o delle conferenze telefoniche.

Andiamo oltre la quarantena, pensiamo al domani che replicherà (?) il recentissimo passato: svegliarsi presto, vestirsi di tutto punto, viaggiare, presentarsi al pubblico, sfidare la giornata lontano dal tepore delle proprie mura, incontrare la gente, sorridere: invitante, lo adoro. Perdere ore di sonno, non fare colazione con i propri figli, rischiare un incidente, beccarsi il traffico, perdere tempo in fila, attendere il proprio turno in un’aula affollata, pranzare fuori o in studio in modo frugale, non poter andare a prendere i bimbi a scuola, scrivere nel pomeriggio atti e diffide gravate dalla stanchezza delle ore mattutine: evitabile. Eppure, sono facce della stessa medaglia.

Il rapporto quotidiano e diretto con le persone, in qualsiasi ambito extra familiare, così come lo intendiamo comunemente è (anzi, sarebbe) produttivo ed efficiente; rappresenterebbe, inoltre, la misura della nostra socialità. Ma il suo prezzo è la rinuncia alla quiete (specie familiare) ed alla riflessione. In realtà, io credo che tale prezzo consista, soprattutto, nell’immotivata abdicazione ad un diverso modo di essere efficienti ed attivi. Diverso ma non peggiore, anzi. Il costo del nostro dinamismo quotidiano è l’irragionevole rifiuto di quello che i Romani chiamavano otium, ovverosia leggere, meditare, apprezzare l’arte, fare esercizio fisico, incontrare gli amici per un convivio – non a caso, la negazione di esso è il negotium, che è la necessità dell’occupazione lavorativa per sopravvivere. Oggi, paradossalmente ed in barba alla storia ed alla semantica, sembra quasi che l’otium sia la detestabile negazione del negotium!

Se mettiamo sul piatto della bilancia l’aspirazione sociale e l’intimità familiare così come il dinamismo e l’otium, è una bella lotta. Il problema è che il nostro sistema sembra chiaramente incoraggiare qualsiasi lavoratore – nel mio caso, professionista – ad uscire di casa. Ed a correre; spesso, a sproposito. E noi non riflettiamo più, non ci domandiamo perché agiamo in un certo modo: noi ci stiamo, accettiamo di buon grado di affannarci perché lo riteniamo (lo riteniamo noi?) strettamente collegato ad un risultato. Anzi, accettiamo per una ragione fondamentale: perché tutto o quasi ci conduce a considerare tale comportamento un valore.

Per noi – semplificando – correre è un valore. Perché chi sta nel mezzo, chi si mostra in giro, chi trascina la propria borsa od il proprio zaino con dentro chissà cosa è interessante, attivo, presente. Ha tempo da impiegare, è importante, ha qualcosa da fare. Questo è il tremendo retaggio degli ultimi secoli della storia umana: il movimento in sé è un valore.

Ma forse quel che ci sta succedendo in questo periodo può avere il pregio di indurci a tornare ad una dimensione più intima della vita, che significa, prioritariamente, ragionare su come spendere meglio le nostre giornate – restando efficienti, naturalmente. Io credo che chi usi bene il proprio tempo, che è limitato; chi adotti strategie per ottimizzare il lavoro; chi accetti di poter sfruttare la telematica, ove possibile; chi deleghi compiti con intelligenza, con ciò valorizzando e retribuendo il lavoro degli altri – che si troveranno nelle condizioni di svolgere lo stesso compito con minor fatica ed in modo più sostenibile, anche per il pianeta; chi ritagli ore per il proprio otium, specie la cura dei propri cari, non cada in un disvalore. Anzi: pratichi il valore.

Non è un disvalore camminare, lasciare l’auto nel box, dormire un’ora in più, pranzare a casa, dedicarsi alle faccende domestiche, fare due chiacchiere senza fretta, telefonare senza una ragione. Non è un disvalore –per restare al focus – lavorare da remoto, grazie a quello smartworking che, se ben organizzato, può tranquillamente sostituire le medesime attività, compiute altrove e con un impatto ecologico evitabile. Perché questo virus ci sta spiegando, con terribile fermezza che, se stiamo più in quiete, i mari, i laghi, i fiumi si ripuliscono; l’aria diviene respirabile; il risparmio, dovuto alle minori uscite, aumenta (e noi italiani siamo grandi risparmiatori); le famiglie si riuniscono – dopo la crisi, lo potremo fare molto meglio; i rischi connessi agli spostamenti diminuiscono; i delitti crollano – anche se bisogna fare moltissimo per i femminicidi e le violenze familiari; la cultura complessiva si accresce grazie a letture e confronti, foss’anche virtuali; il tempo corre più lento e consapevole; e poi, stiamo lasciando le scarpe fuori casa e lavandoci le mani come si deve, finalmente! E l’efficienza nel lavoro non diminuirà, anzi: alla lunga sono convinto aumenti. Stando di più in famiglia.

Noi dovremo, verosimilmente, modificare le nostre abitudini sociali, alcune delle quali basiche, per il futuro che verrà e non per poco: quindi, ci conviene fare di necessità, virtù. E qui, vien fuori un presupposto indefettibile: puntualità, precisione. Un’ora è un’ora, un minuto è un minuto. Il vero disvalore è l’approssimazione, che sembra andare di pari passo con la frenesia contagiosa cui siamo abituati. Il disvalore, per me, è farmi sessanta minuti – se va molto bene – di auto per giungere in aula ed attenderne altri sessanta per un’udienza da 5 minuti. Avrei potuto utilizzare meglio quei 115 minuti? Domanda retorica.

Quindi: lavoro da casa, ufficio o, comunque, da remoto; potenziamento della telematica; barbiere e parrucchiere (faccio il primo esempio che mi viene in mente…) su appuntamento; udienze ad orario programmato; spesa a domicilio; conferenze ed appuntamenti via video; firma elettronica; incoraggiamento della turnazione notturna nelle fabbriche, come negli ospedali o nelle farmacie.

E poi, distanze sociali consone al vivere civile, abitudine – ahimè – alla mascherina (specie se con sintomi), meno bacetti e strette di mano – ma a che servono? Dai Romani giunge a noi il saluto c.d. gladiatorio, dai Giapponesi potremmo apprendere l’inchino.

Ci sarà molto da cambiare ma temo che non abbiamo scelta: dovremo conviverci, con questo virus o con minacce simili. Tornare ad essere attivi ma in modo consapevole e sostenibile. Evitare di gettare via il tempo, perché non sappiamo quanto ne abbiamo e non lo possiamo comprare. Il compromesso ci consentirà di non morire di Covid ma nemmeno di povertà, poiché saremo anche più produttivi. Con il non trascurabile corollario che vivremo molto meglio.

E allora, proviamo a cogliere il valore dell’otium, comprendiamo che non esiste disvalore in una quiete efficiente, che la frenesia cui siamo abituati non rende la nostra vita più desiderabile o proficua. Che una stasi disciplinata può essere sommamente produttiva. Che socialità è (anche) abbracciare una volta in più i figli, chiacchierare con calma, prendersi cura, senza fretta, di sé e degli altri, coltivare l’umanità.

Ecco: io chiamo tutto questo lentezza, che non è inconsistenza, non è torpore ma profonda coscienza di quanto ci circonda e ricerca della capacità di trarne, in tutti i sensi, il meglio. Almeno, fino a quando le Moire vorranno…

Insomma: l’otium, la lentezza, la quiete non sono un disvalore.

giornale

Informazione equidistante ed imparziale, che offre voce a tutte le fonti di informazione

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui