Gentilissime Colleghe,

Gentilissimi Colleghi,

in questi lunghi mesi di lockdown, in cui, prima, la paura di un nemico invisibile ci ha sostanzialmente pervaso ed occupato le giornate, poi, la consapevolezza che il tempo della clausura era invece finito, NOI di AFEC non abbiamo volutamente inondato le caselle postali dei Colleghi Romani con e-mail il cui contenuto sarebbe apparso ridondante, populista e, forse, inopportuno. A differenza di tanti proclami che abbiamo ascoltato o letto, di video e immagini preparati più per ironizzare che per affrontare di petto le problematiche che ci affliggono (e che hanno intasato la memoria dei nostri cellulari), abbiamo appoggiato le iniziative che apparivano effettivamente utili, come quelle delle Camere Penali, dando il contributo che un’Associazione forense, storica e radicata sul territorio, come AFEC può dare, offrendo collaborazione, idee, progetti, creando interlocuzioni con i soggetti preposti a far sentire la nostra Voce istituzionale di categoria.

Siamo però arrivati ad un punto di non ritorno, anzi di rottura rispetto a quanto finora abbiamo potuto constatare e per la più parte subire: il distacco delle Istituzioni, purtroppo di qualunque livello e grado, dalla realtà lavorativa del mondo dell’Avvocatura.

Non si può più soprassedere, non si può più aspettare gli altri, non si può più pensare che l’Avvocato inteso come microcosmo lavorativo possa risolvere da sé i propri problemi, senza l’ausilio dei nostri rappresentanti. La speranza che i Diritti siano “acquisiti” e non derogabili, la certezza che qualunque sia la convinzione teleologica o la scuola di pensiero di cui si fa parte, la sintesi di ogni decisione presa nel settore Giustizia, tutto sia alla fine comunque rispondente a dei criteri rispettosi del dettato costituzionale: tutto ciò non può più essere dato per scontato: è ORA di dire BASTA!

L’inizio della fase 2 (invero con molti aspetti della Fase 1) del lockdown ha reso palese, anche ai non addetti ai lavori, di come sia governato il settore della Giustizia e con quali finalità: a noi Avvocati è certamente chiaro, se mai ve ne fosse il bisogno di ulteriore riprova, che l’Avvocatura non è assolutamente mai considerata come elemento indispensabile e meritevole di tutela e considerazione, ove ogni decisione è presa senza alcun riguardo alle nostre idee nonché alle nostre necessità.

Il tema è ovviamente complesso e non banale, non è possibile affrontare pienamente l’argomento vista questa sede: ma alcune considerazioni ci preme porle al Lettore.

NOI di AFEC riteniamo che all’apice di tutto ci sia un problema duplice e speculare: la perdita di autorevolezza della Politica e la mancanza di rappresentanza della Categoria.

La PERDITA DI AUTOREVOLEZZA DELLA POLITICA ha un’origine storica ben precisa: all’esito del terremoto che fu l’inchiesta Mani pulite, ove la Politica, per tutelare se stessa, decise di abdicare alla funzione propria di guida e soggetto ultimo decisionale, lasciando agli altri Organi e Poteri dello Stato (Magistratura in primis) compiti che non gli erano stati assegnati dalla Carta costituzionale, creando così un fortissimo squilibrio.

Si è arrivati oggi, difatti, al primato della Burocrazia sul potere politico, ove senza l’appoggio del dirigente di turno il Ministro si vedrà impossibilitato a svolgere il proprio ruolo, sottomettendone l’autorevolezza che dovrebbe guidare la propria azione. Esempio tipico del potere della Burocrazia è nell’applicazione delle norme fiscali: ove alla norma tributaria non sarà quasi mai data portata autoapplicativa, essendo sempre necessaria l’opera interpretativa dell’Agenzia delle entrate, mediante farraginose e a volte anche contraddittorie circolari. In cui la stessa Agenzia delle entrate, seppur posta sotto il controllo del Ministero dell’Economia e delle Finanze, gode di tale autonomia – e autorevolezza – che è di fatto l’Ente (non eletto dai Cittadini) che decide la politica fiscale della Nazione (e quindi, nel caso italiano, anche la politica economica, seppur dovrebbe essere il contrario).

Ebbene nel settore della Giustizia la burocrazia è rappresentata dalla Magistratura: sia nel livello apicale ministeriale, che nel livello periferico delle articolazioni dei Uffici giudiziari.

All’interno del Ministero della Giustizia, difatti, tutti gli alti burocrati, nonché tutti i consulenti del Ministro e di tutto il vertice politico, sono nella gran parte, se non l’intera parte, dei Magistrati. Con la conseguenza, semplificando, che tutte le decisioni sono prese secondo la prevalente ottica del Magistrato: che “comanda” il Ministero tramite la burocrazia, e che “comanda” la funzione della Giustizia, tramite il controllo (sia consentito dire autoritario) dei Tribunali.

Al contempo, il governo della Magistratura, sotto lo scudo della sua indipendenza, viene gestito secondo logiche di bieco potere (senza citare le odierne vicende che stanno mostrando ai più come vengono decise, ad es., le nomine nei vari Uffici giudiziari).

Riesce così agevole comprendere il perché, nella creazione delle norme, gli interessi preminenti siano quelli della categoria dei Magistrati: nei cui pensieri, certo, non vi è spazio per l’Avvocatura, che anzi viene vista come un nemico ed un ostacolo.

In questo contesto, possono così facilmente leggersi le motivazioni per cui ai singoli Tribunali è stato lasciato l’onere di gestire il periodo emergenziale che stiamo vivendo, creando protocolli che sostituiscono i Codici di procedura, che consentono rinvii ad libitum, stoppando un servizio, essenziale a dir poco, qual è quello in cui noi operiamo. Peraltro, facendo emergere chiaramente un altro aspetto della burocrazia che comanda i Tribunali e, cioè, quelle delle Cancellerie: le quali sono pienamente corresponsabili della decisione di “chiudere” l’attività giudiziaria.

Il secondo problema che non consente di mutare in meglio le cose, come sopra detto, riteniamo che sia la MANCANZA DI RAPPRESENTANZA DELLA CATEGORIA.

Oggi gli Avvocati non hanno una Voce.

Se da un lato è vero che il nostro lavoro ci porta ad essere individualisti e forse diffidenti verso il Collega (che viene visto come un avversario in un giudizio o come un concorrente nel mercato forense), dall’altro è evidente che non vi è oggi alcun Organo che rappresenti degnamente la nostra categoria.

Il nostro C.N.F. è totalmente assente e la propria voce è silente e, se si sente, è talmente fioca da far “tenerezza”.

Sicuramente, ciò che è accaduto in questi ultimi anni e da ultimo da pochi mesi – in cui il vecchio Presidente Mascherin con molti altri componenti del C.N.F. sono stati decapitati dalla Magistratura siccome essi non rispettavano il dettato delle norme sul divieto del triplo mandato consecutivo (per vero normativa chiara e, non si dimentichi, da NOI di AFEC rispettato per primi e in tempi non sospetti, quando i nostri candidati autorevolissimi, Livia Rossi e Antonio Conte, immediatamente ritiravano la propria candidatura alle ultime elezioni del C.O.A. Roma) – ha dato il colpo di grazia, appunto, all’autorevolezza residua di tale Organo apicale della nostra Categoria.

Ma anche il nostro Organo di rappresentanza di “prossimità”, il Consiglio dell’Ordine, manca di qualunque voce ascoltata, essendo soggetta a logiche più di propaganda politica che di effettivo peso decisionale. Peraltro, anche nel COA di Roma abbiamo dovuto assistere a perdite rilevantissime di autorevolezza, viste le deprecabili vicende a cui è stato soggetto il precedente Consiglio dell’Ordine (per tacer della gestione ordinaria di quel “potere”).

Non vogliamo citare altri Organi, sconosciuti ai più a testimonianza della loro inutilità se non per creare poltrone, come l’O.C.F., la cui “voce” neanche si conosce, sfidando la maggior parte di noi a conoscere quantomeno i nomi dei suoi componenti.

Da ultimo, non si può sottacere l’Organo che dovrebbe essere la nostra “Banca”, a cui noi tutti dovremmo poter fare affidamento come un “padre protettore”: Cassa Forense.

Anche la gestione di questo momento emergenziale ha fatto emergere l’inadeguatezza della funzione svolta dai nostri rappresentanti ivi eletti, ma ancora di più l’erronea organizzazione che presiede alle decisioni prese dall’Ente.

Basti pensare che gli unici provvedimenti emanati dalla Cassa, altro non sono che dei rinvii di pagamenti comunque dovuti: senza quindi intervenire concretamente nelle “tasche” degli Avvocati. Anche i bandi “assistenziali” pubblicati appaiono delle “mancette”, per di più piene di trabocchetti: si pensi ad es. al bando per un contributo alle locazioni, il quale oltre ad essere economicamente risibile, è destinato a pochissimi in percentuale e, cioè, ai soli contratti di locazione commerciale, con esplicita esclusione dei contratti ad uso abitativo: ove è palese che nella città di Roma, per parlare del nostro territorio, la maggior parte degli immobili affittati a Studi legali sono ad uso abitativo, per precisa scelta dei proprietari, che non hanno convenienza a cambiarne la destinazione.

Non possiamo quindi che concludere che francamente la misura è, non retoricamente, colma: è ORA di dire BASTA!

L’Associazione Forense Emilio Conte – AFEC è pronta ad affrontare le sfide che sono già poste davanti a Noi, con lo spirito di servizio che sempre ne ha contraddistinto l’agire, nel rispetto delle luminose tradizioni che l’Avvocatura romana porta con sé, nella esplicita volontà di far uscire dal proprio microcosmo ogni singolo Avvocato e farne sentire la Voce, portando Autorevolezza nel mondo istituzionale dell’Avvocatura.

Un caro e cordiale saluto.

Roma, 25 maggio 2020.

Il Direttivo AFEC

ASSOCIAZIONE FORENSE EMILIO CONTE

IL DIRETTIVO

Gabriele Andrea Baiocchi, Guido Borzi, Giovanni Caridi, Giancarlo Caterina, Cristiana Centanni, Isabella Cugusi, Emanuele Curti, Marika Di Biase, Silvia Di Prinzio, Cristina Fasciotti, Nicola Francione, Nicola Giarrusso, Alessandro Guarnaschelli, Pierpaolo Longo, Serena Palombi, Marco Pieri, Simona Rampiconi, Luigi Romano, Alessandro Romano Carratelli, Maria Pia Sabatini, Barbara Scaramazza, Nicola Scuro, Valentina Serpilli, Loredana Severoni, Ferdinando Tota, Fabrizio Zaccheo

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