Un momento di verità. Una ricetta per il rilancio. Si potrebbe sintetizzare così il senso della relazione del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, in occasione dell’assemblea annuale, che quest’anno è caduta in un momento senza precedenti non solo per gli effetti diretti della pandemia e delle sue non meno drammatiche conseguenze economiche e sociali, ma anche perché mai come in questa circostanza l’Italia si trova davanti ad un bivio: o trova le energie morali e intellettuali per trasformare il dramma in opportunità e si produce in un cambiamento epocale, oppure sprofonda in una deriva di tipo argentino dalla quale sarà difficile risollevarsi. Per questo occorre che qualcuno dica la verità al Paese. E Visco ha avuto il doppio merito di farlo senza infingimenti e di riuscire nello stesso tempo a guardare in faccia i problemi per come sono, evitando di girarsi dall’altra parte come fanno (quasi) tutti. E a tenere a mente i punti di forza, che pure ci sono, ma finiscono sommersi nel gioco delle polemiche infinite e delle reciproche delegittimazioni generate dall’odio politico e da quello sociale.

Tra i tanti passaggi della sua relazione, quello che meglio racchiude le sottolineature delle debolezze è laddove, dopo aver evidenziato che “il Governo prevede per il 2020 un disavanzo pari al 10,4% del Pil e un aumento del peso del debito pubblico sul prodotto di 21 punti percentuali, al 156%”, e aver indicato una forchetta tra il 9% e il 13% di possibile entità della recessione, dice che “un lascito così pesante impone una presa di coscienza della dimensione delle sfide di fronte a noi. L’economia italiana deve trovare la forza di rompere le inerzie del passato e recuperare una capacità di crescere che si è da troppo tempo appannata. Nonostante le profonde ferite della crisi e le scorie non ancora assorbite di quelle precedenti, le opportunità in prospettiva non mancano; il Paese ha i mezzi per coglierle”.

Già, le risorse grazie all’Europa non mancano – seppure a debito (compreso il fondo perduto del Recovery Fund), che prima o poi andrà rimborsato se non si vuole finire in default – e pure le potenzialità ci sono, specie se si considera che fin qui abbiamo conservato un livello di benessere invidiabile nonostante che ogni italiano che lavora ne mantenga altri due. Ma questo non basta, osservo io, occorrono le idee e le energie giuste per risalire la china. Ed è per questo che Visco sfodera il passaggio politicamente più significativo della sua relazione: “Serve un nuovo rapporto tra Governo, imprese dell’economia reale e della finanza, istituzioni, società civile; possiamo non chiamarlo, come pure è stato suggerito, bisogno di un nuovo “contratto sociale”, ma anche in questa prospettiva serve procedere a un confronto ordinato e dar vita a un dialogo costruttivo”. Concetto non diverso da quello espresso da Carlo Bonomi nelle sue prime dichiarazioni da presidente di Confindustria, quando mordendo alle caviglie il ceto politico e al governo in particolare, sostiene che “occorre approfittare della crisi per fare le riforme strutturali o altrimenti l’Italia muore”.

Certo, bisogna però passare dagli auspici (Visco) e dalle rivendicazioni (Bonomi), a qualcosa di più concreto. Il Governatore della Banca d’Italia, pur nella sua comprensibile prudenza, ha pescato una frase di ottant’anni fa di John Maynard Keynes che, al cospetto della seconda guerra mondiale, scriveva: “… la migliore garanzia di una conclusione rapida è un piano che consenta di resistere a lungo … un piano concepito in uno spirito di giustizia sociale, un piano che utilizzi un periodo di sacrifici generali non come giustificazione per rinviare riforme desiderabili, ma come un’occasione per procedere più avanti di quanto si sia fatto finora verso una riduzione delle disuguaglianze” (“Come pagare il costo della guerra”, febbraio 1940). Una scelta assai significativa, in cui coglierci il segno del piano che dovrà indicare – all’Europa come agli italiani – il modo con cui spendere le risorse comunitarie per combattere la crisi, specie se si associa all’ammonimento per cui i nostri ritardi rispetto alle economie nostre competitor “non possono essere colmati con un aumento della spesa pubblica se non se ne accresce l’efficacia e se non si interviene sulla struttura dell’economia”. Una frase che avrebbe sottoscritto anche lo stesso Keynes, con buona pace dei finti keynesiani che non avendolo letto gli attribuiscono l’idea che deficit e debito si possano fare sempre e comunque, a prescindere.

Da Bonomi, invece, è lecito attendersi qualcosa di più del grido di dolore e della rappresentanza degli interessi (peraltro troppo diversi e in molti casi inconciliabili tra loro) degli imprenditori. La lamentela, per quanto motivata, non può essere l’unico registro reattivo. Sia chiaro, negli ultimi anni Confindustria al cospetto dei governi ha belato e ha cercato, senza riuscirci più di tanto, di spuntare qualche piccola mediazione di bassa cucina, dunque ben venga il piglio del nuovo presidente. Ma qui occorre andare oltre. Bisogna che gli imprenditori, proprio perché hanno il giudizio che hanno su questo Governo come pure sul sistema politico nel suo insieme, promuovano un’iniziativa che tenda a dettare l’agenda, riempiendo quel vuoto che (giustamente) denunciano esserci nella politica. Non si tratta né di sognare una riedizione dell’idea che fu dell’inizio degli anni Novanta, quando Cesare Romiti disse a brutto muso agli ultimi protagonisti della Prima Repubblica “fatevi da parte che ci pensiamo noi”, né di coltivare ambizioni surrogatorie della politica, agendo dall’esterno.

Occorre, invece, che le energie imprenditoriali – facendosi classe dirigente nel senso più alto e nobile della parola, anche perché hanno migliori strumenti e maggiori responsabilità sociali – mobilitino se stesse e le forze vive della società, che sono tante e di assoluto rilievo, affinché trovino la voglia e il coraggio di rimboccarsi le maniche e generino quelle scintille che possono far divampare il fuoco della reazione di fronte ad una crisi che può davvero cambiare, in peggio, il corso della nostra storia. Per ridare una prospettiva all’Italia, proprio come fu nel secondo dopoguerra. Confindustria e le altre confederazioni dei datori di lavoro devono chiamare a raccolta le componenti sociali che concorrono a tenere a galla il Paese, a cominciare dai lavoratori e le organizzazioni sindacali che li rappresentano, e spingere le istituzioni a darsi quei traguardi di medio-lungo periodo che, come hanno detto sia Visco che Bonomi, sono gli unici che possono dare una risposta solida ai problemi strutturali sollevati dalla crisi (ma quasi tutti preesistenti). Ma anche una risposta convincente all’Europa – intesa come Commissione Ue e come le cancellerie che contano – che ha espresso la volontà politica di tenerci “whatever it takes” dentro l’eurosistema, ma non senza chiederci di firmare un vero e proprio “patto di sangue”. Non regole stringenti, o vincoli soffocanti, ma un patto politico su cosa fare e come utilizzare le risorse che ci verranno assegnate. In altre parole, sulle riforme strutturali che – per colpa esclusivamente nostra – non abbiamo mai fatto.

In un paese ben funzionante, l’indirizzo strategico – che risponda alle domande: chi siamo, dove siamo e dove vogliamo andare? – dovrebbe nascere dal fecondo confronto delle forze politiche, che si dovrebbero distinguere tra loro proprio per le diverse impostazioni strategiche salvo la comune volontà di dare al sistema-paese un orientamento. Per poi raccogliere il contributo delle forze sociali e culturali e infine essere offerto al giudizio dei cittadini. Siccome, però, viviamo in una Repubblica incompiuta che funziona poco e male e che di normale non ha (più) niente, occorre che la necessità di predisporre e condividere un piano di rilancio venga suggerita con forza e capacità di convincimento da quelle parti sociali che più di altre pagano un prezzo alto all’incapacità della politica di guidare il paese nella tempesta. A cominciare dalla “nuova” Confindustria. Con la determinazione di chi è consapevole di avere una responsabilità sociale ben più grande dei confini degli interessi economici che rappresenta. Bonomi legga la relazione di Visco, e magari ascolti la mia intervista al direttore generale della Banca d’Italia, Daniele Franco, nella War Room (basta andare su www.war-room.it): troverà la ricetta e gli ingredienti per il rilancio dell’Italia.

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