di Francesco S. Amoroso

La sindrome di Stoccolma è uno stato psicologico in cui la vittima di un sequestro di persona, o comunque un soggetto detenuto contro la sua volontà, sviluppa un rapporto di complicità con il suo rapitore.

Per la psicologia questo strano fenomeno costituisce un meccanismo di difesa inconscio che si manifesta nel rapito, il quale non potendo rispondere alla aggressione del suo sequestratore, ed evitare al contempo la possibilità di subire uno shock emotivo da questo evento traumatico ne diventa paradossalmente suo alleato.

La sindrome è stata chiamata così per una famosa rapina in banca avvenuta a Stoccolma in Svezia, che si svolse nel 1973.

In questo caso, le vittime, difesero i loro rapinatori e carcerieri anche dopo il loro rapimento, durato sei giorni e la loro liberazione.

Inoltre mostrarono un comportamento reticente prima dell’inizio del processo. Sembra anche che una delle donne rapite si fosse fidanzata con uno dei sequestratori.

Il termine fu coniato dal criminologo e psicologo Nils Bejerot.

Ma quale è il meccanismo psicologico che scatena questa sindrome?

Questo accade perché sia la vittima che l’autore del delitto hanno come fine comune di uscire indenni dall’evento e di conseguenza cooperano.

Il rapito cerca di proteggere se stesso e prova a soddisfare i desiderata del suo rapitore.

Secondo lo studioso della sindrome essa è più comune nelle persone che sono state vittime di un qualche tipo di abuso.

Superata questa traumatica esperienza la vittima necessita di assistenza psicologica e psichiatrica perché spesso presenta il disturbo acuto da stress.

Il trattamento utilizzato per la terapia combina farmacoterapia e psicoterapia.

Fonti investigative hanno parlato di questa sindrome per il caso di Silvia Romano, la cooperante italiana, liberata il 9 maggio in Somalia, in particolare quando è emersa la notizia della sua conversione all’Islam durante i 18 mesi di prigionia.

Ma ci sono stati altri casi in passato, come ad esempio quello di Simona Pari e Simona Torretta, anche queste due cooperanti che nel 2004 furono rapite a Baghdad. Il loro sequestro durò un mese. Quando furono rilasciate le due donne sostennero di non vedere l’ora di poter ritornare lì dove erano state rapite ringraziando i loro carcerieri più di coloro che le avevano liberate. Anche in questo caso chi trattò il sequestro parlò di sindrome di Stoccolma.

Vi è infine un illustre precedente italiano risalente al 1978 quando venne divulgata

una drammatica lettera di Aldo Moro dalla prigionia indirizzata al ministro dell’Interno dell’epoca Francesco Cossiga. È la lettera nella quale Moro si dice sottoposto a un processo popolare, in un dominio pieno e incontrollato, e ciò suggerì l’ipotesi di un coinvolgimento psicologico del prigioniero che doveva essere qualificato clinicamente. Venne così chiamato un esperto del Dipartimento di Stato americano, come consulente del Viminale che convinse Cossiga e Andreotti che il prigioniero potesse essere affetto dalla sindrome di Stoccolma e fosse così diventato psicologicamente dipendente dai suoi carcerieri.

Corsi e ricorsi storici.  

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