Riprendiamo un’ottava di Vincenzo Monti, il poeta fino a che punto politicamente ambiguo nessuno ha ancora chiarito, per sollecitare altra liberazione, quella dalla nostra natura di italiani uniti/disuniti (sono conferma ancora oggi, nelle situazioni fortemente problematiche create dal Covid 19, le condanne che varie regioni  reciprocamente si scagliano) caratterizzati, però, da una strana forma di unità che sta nella esterofilia come denominatore comune, in quell’esagerata simpatia verso quanto non è nostrano, a partire dalle idee e dai costumi fino a ciò che lo straniero ha prodotto in ogni campo, per finire alle espressioni linguistiche sciorinate dai vari saccenti ‘in vetrina’ che hanno contribuito a impoverire la lingua italiana di grande varietà e bellezza.  Ci necessita ciò che gli inglesi chiamano “self esteem”, ossia l’autostima, in genere presente sia nei popoli del mondo occidentale e di cultura araba, sia nel mondo ebraico e nei popoli del cosiddetto Estremo Oriente. E’quanto l’antica Grecia definiva “oikeiosis”, vale a dire l’opinione positiva di ciò che ci riguarda (ovviamente senza superare il crinale dell’equilibrio) da contrapporsi quindi ad “allotriosis” che ne è la negazione. Una negazione producente danno al singolo soggetto come alla intera comunità cui appartiene. Noi italiani siamo, purtroppo, diventati sempre più esterofili, dimenticando quanto anche il monaco benedettino Augustine Baker, teologo mistico del Seicento, affermava: “Stima di sé, indipendenza di giudizio e forza di volontà costituiscono i requisiti fondamentali dell’autonomia intellettuale”. E l’autonomia intellettuale salva dal divenire ‘gregge’ in tutte le situazioni, dalle semplici alle più complesse.                                                                                                                                       Dopo mesi di fermo nel nido a causa del Covid 19, in adeguati metri quadri o peggio in pochi, una chiusura completa e poi meno accentuata, ci avviciniamo all’apertura legalizzata. Quest’ anno, per il tempo di vacanza che i meno sfortunati potranno concedersi, prevarrà forse il desiderio di visitare un po’ del tantissimo che abbiamo in Italia, generando (lo speriamo!) quell’autostima di cui dicevamo. Per decenni e decenni, a estate conclusa, parlando di vacanze con chicchessia, abbiamo ascoltato magnificare lidi, città e monumenti stranieri da coloro che ben scarsa conoscenza mostravano poi di avere della varia ed esaltante bellezza delle italiche coste peninsulari e insulari, di città e borghi, dell’infinito nostro patrimonio artistico che tutte le ere attraversa, dalla neandertaliana alla magno-greca, dalla romana alla medioevale, alla rinascimentale e barocca sino alla neoclassica, alla moderna e postmoderna. Non ci riferiamo, per fare un esempio massimo, solo a quanti, vivendo in Roma, ben poco sanno del suo patrimonio a cielo aperto, di quello immenso in Musei Palazzi Chiese e Ville, degli infiniti angoli romani di preziosità rara, alludiamo anche a coloro che, con le bende agli occhi, vivono in una qualsivoglia località della nostra Italia e della loro regione ben poco conoscono. Le bende cadono quando vanno in qualche terra che Italia non è, riportando di essa meraviglie. Non possiamo parlare di esterofilia nello straniero: non può dalla particolare bellezza e ricchezza della nostra terra non essere preso. E il poeta russo Josif Brodskij in “Elegie romane”: “Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come/ può sognare soltanto un frantume! Una dracma/ d’oro è rimasta sopra la mia retina./ Basta per tutta la lunghezza delle tenebre”. Ogni parte della nostra Italia lascia una “dracma d’oro”.

                                                Antonietta Benagiano

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